Roberto Ciccarelli– Il manifesto
21 settembre ’18
L’annunciato
intervento cosmetico sulla «riforma» Fornero da parte del governo Cinque
Stelle-Lega ha scatenato un conflitto con l’Ocse. «Penso sia importante non
disfare la riforma Fornero – ha detto il capoeconomista dell’Ocse Laurence
Boone presentando a Parigi le previsioni intermedie dell’organizzazione per lo
sviluppo e la cooperazione economica – Se si tratta di ridurre l’età
pensionabile sappiamo che questo non crea occupazione, non sono i giovani che
rimpiazzano gli anziani».
Per
Boome è «ingiusto da un punto di vista di equità intergenerazionale, perché
costa di più alle finanze pubbliche ed è un fardello che si fa pesare sui
giovani». Osservazioni che sono sembrate al vicepremier ministro del lavoro e
sviluppo Luigi Di Maio, in un post su Facebook scritto durante il viaggio in
Cina, un attentato contro la «sovranità», concetto che fa fibrillare i cuori
oggi a destra e a sinistra. «L’Ocse non deve intromettersi nelle scelte di un
Paese sovrano che il governo democraticamente legittimato sta portando avanti.
Il superamento della legge Fornero è nel contratto e verrà realizzato. Quasi
due terzi degli italiani sono con noi. I burocrati se ne facciano una ragione.
Siamo stati eletti anche per questo e manterremo l’impegno preso».
A
mettere uno spazio tra il punto e la virgola ci ha pensato il premier Conte
che, con disinvoltura, ha detto: «Non raccoglierei polemiche, queste
valutazioni non mi sembrano possano essere supportate da fatti, dai riscontri
reali». La sceneggiatura della lite di giornata segue lo schema consolidato: da
un lato, i tecno-burocrati liberisti; dall’altro lato, i «populisti» che
evocazione un’idea di «democrazia». Lo scontro è destinato a rafforzare il
consenso di questi ultimi nel perimetro della loro comunità nazionale. Ma, a
guardare meglio, oltre le rispettive propagande, va detto che sul tavolo del
governo italiano, al momento, non c’è esattamente il «disfacimento della
riforma Fornero».
Tra
le numerose ipotesi, almeno un elemento sembra essere chiaro: la cosiddetta
«quota 100» – la somma tra età anagrafica e anni di contributi previdenziali
versati – non intacca il meccanismo di adeguamento automatico istituito dalla
sciagurata riforma che ha contribuito a rendere quello italiano il sistema più
ingiusto d’Europa. Al contrario, si sta discutendo se, e come, bloccare per una
categoria specifica di lavoratori tra i 62 e i 64 anni (purché con 38 anni di
contributi). Nel mezzo esiste un risiko di combinazioni diverse la cui
razionalità è quella della compatibilità dei costi per l’erario pubblico e il
gioco dei decimali a cui in molti oggi al governo non vorrebbero «impiccarsi».
Cosa invece che sta accadendo.
La
sceneggiata Ocse-governo va intesa anche in un altro modo: basta un intervento
modesto, non conclusivo dei problemi creati dall’innalzamento repentino
dell’età pensionabile, per fare scattare l’allarme tra i paladini del «non
toccate le riforme». Evocare, come hanno fatto ieri, la «Brexit e l’Italia»
come «i principali rischi che potrebbero impedire la prosperità dell’Europa»
non è solo disonesto, ma sembra un modo per entrare nelle tensioni che
contrappongono i Cinque Stelle (e la Lega) al ministro dell’Economia Tria nella
guerra del deficit: 1,6, 1,8, oltre il 2 per cento nel rapporto con il Pil? Si
capisce allora la ragione della risposta di Di Maio, impegnato nella difesa dei
colori sociali. E non è detto che questo approccio invasivo aiuti la battaglia
austeritaria. Anche perché il contenuto dello scontro non coincide con la
realtà. In questa confusione il messaggio è sempre lo stesso: l’austerità non
si tocca, indipendentemente dal fatto che i «populisti» intendano farlo
davvero. E non è questo il caso.
In
attesa che qualche numero vero della legge di bilancio sia finalmente reso
noto, le uniche indicazioni di contenuto giunte ieri da Parigi sono quelle
ormai conosciute: la crescita italiana dovrebbe calare all’1,2% nel 2018,
contro la stima di maggio dell’1,4%. E, visto lo stop dell’industria in estate,
la crescita potrebbe essere inferiore. Prospettiva che potrebbe rendere ancora
più difficili gli equilibrismi al governo.

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