Andrea Colombo – IL manifesto
22settembre ’18
Mentre
la prima ora della verità per la legge di bilancio si avvicina, la partita sui
conti si intreccia con quella sui decreti sicurezza di Salvini e entrambi gli
affluenti confluiscono in una minacciosa tensione che lambisce il Colle. Ieri
mattina nuovo vertice di maggioranza sulla manovra, assente solo Di Maio in
trasferta cinese. Di fronte a Tria e Conte, Salvini, forte di un rinnovato
accordo con il collega pentastellato in nome della necessità di allargare i
cordoni della borsa, va all’attacco e stavolta quasi sfonda. «È stata una
riunione molto positiva: Tria ha preso atto della volontà politica di
realizzare formule importanti di cambiamento». Nella manovra, conclude, ci sarà
un po’ di tutto: reddito di cittadinanza, avvio di Flat Tax anche con riduzione
Ires per le aziende che reinvestono gli utili e soprattutto revisione della
Fornero, quota 100 con 62 anni di età e 38 di contributi. Cosa significhi in
termini di deficit lo fanno filtrare i 5S: «Finalmente il deficit al 2% non è
più un tabù».
In
realtà quel 2% non è molto, una dozzina di miliardi, ma ha il suo peso. Da un
lato permette di mettere mano a tutti i capitoli in agenda, sia pur solo
sfiorandoli, ma dall’altro riduce a zero le possibilità di diminuire anche solo
di un po’ il deficit strutturale, che secondo i conti del governo Gentiloni
doveva scendere di un punto e che con il deficit all’1,6% scenderebbe dello
0,4%.
Da
Pechino Di Maio è più tiepido: «Si sono fatti passi avanti. Bisogna farne
altri». Il vicepremier sa quanto la coperta resti corta. Teme che a farne le
spese sia il suo reddito di cittadinanza. Una garanzia in questo senso però la
ha portata a casa grazie allo scambio con il via libera per i decreti di
Salvini, che dovrebbero essere accorpati in un solo decreto e che al Viminale
stanno ancora modificando, per aggirare lo scoglio dell’incostituzionalità. E’
un ostacolo serio, perché il capo dello Stato ha lanciato segnali
inequivocabili sull’intenzione di negare la firma al decreto ormai unico a
fronte di elementi di dubbia costituzionalità.
Solo
che il Quirinale rischia di essere coinvolto anche sul fronte legge di
bilancio. Prima di andare all’attacco della barricata Tria, ieri mattina, c’era
da chiarire un particolare per Salvini determinante, quello citato il giorno
prima proprio dal ministro dell’Economia: l’estensione del reddito, nel testo
presentato dai 5S nella scorsa legislatura, anche agli stranieri. Roba da far
drizzare i capelli sulla testa del leghista mangia-immigrati. Di Maio aveva
smentito a stretto giro e lo ha fatto di nuovo ieri. Salvini è soddisfatto:
«Abbiamo accolto la precisazione con grande piacere. Di regalare altri soldi
agli immigrati non avevamo voglia». Molto meno soddisfatti i costituzionalisti,
per i quali la discriminazione è chiaramente incostituzionale.
Proprio
come incostituzionali potrebbero rivelarsi molte voci nei decreti sicurezza, in
particolare quella che interromperebbe il percorso della richiesta d’asilo per
chi delinque o la revoca della cittadinanza in una quantità esorbitante di casi.
Al Colle non è piaciuta la scelta del Viminale di non inviare il testo in
anticipo per chiarire eventuali punti discutibili, decisa in realtà da Salvini
proprio per correggere il testo prima di rischiare un conflitto istituzionale,
e naturalmente non è piaciuta neppure la nuova voce in odore di
incostituzionalità, quella sul reddito di cittadinanza negato ai lavoratori
stranieri.
E’
una tensione in più che si aggiunge a quelle legate ai conti e al rapporto con
l’Europa. Lo sfondamento di quel tetto dell’1,6% fissato da Bruxelles e
recepito da Tria in sé è poca cosa ma potrebbe innescare lo stesso uno scontro
serio, soprattutto perché collegato a una voce quasi indigeribile per la Ue e
per la Bce come la revisione della Fornero. Senza contare il particolare per
cui non è affatto detto che il 2% sia sufficiente. Salvini, ironizzando, ha
ripetuto ieri la sua celia: «Certo non sfonderemo il 3%». Anche Giorgetti, pur
confermando di non voler guardare «lo 0,» ha assicurato che le promesse
«verranno mantenute in modo responsabile». Ma la nota dolente è che ora sono i
5S a temere di non portare a casa risultati vistosi da sbandierare di fronte al
proprio elettorato, non solo sul fronte del reddito ma anche su quello dei
ticket per la Sanità. Dunque Di Maio s’impunterà. Tanto più dopo aver dato il
via libera ai decreti di Salvini anche a costo di deludere il Colle, che
proprio sul ruolo «moderatore» di M5S aveva puntato.

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