CESVI & ISPI
22 settembre ’18
Trasformare
la spesa per l’accoglienza dei migranti da costo a investimento per il Paese.
Questa la principale indicazione che emerge dal documento “Migranti, la sfida
dell’integrazione” presentato da Cesvi e ISPI a Milano. Lo studio ha elaborato
per la prima volta un modello previsionale che ha consentito di stimare il
mancato arrivo in Italia in media di circa 140mila migranti in 12 mesi a
partire da luglio 2017. Il calo dei flussi migratori genera risparmi per la
finanza pubblica per quasi due miliardi di euro all’anno in termini di costi
evitati. Queste risorse, se investite principalmente in politiche per
l’istruzione e il lavoro, consentiranno di capitalizzare nei prossimi anni
quanto già speso dalla collettività.
L’investimento
in politiche per l’integrazione ridurrebbe i costi (meno assegni di
disoccupazione, minor livello di criminalità) e produrrebbe invece maggiori
benefici (maggior livello salariale medio, maggiori consumi pro capite, maggior
livello di entrate fiscali per lo Stato). Oggi i principali indicatori sociali
segnalano una situazione potenzialmente critica. Il 54% della popolazione di
stranieri non comunitari residenti in Italia, ovvero più della metà, è a
rischio di povertà o esclusione sociale (Eurostat 2016) e il reddito netto
degli stranieri non-Ue è del 39% più basso di quello degli italiani (2016).
Basta che un componente familiare non sia italiano perché il reddito medio del
nucleo scenda da 30.901 euro all’anno a 21.410 euro (dati Istat per il 2015).
Le famiglie con stranieri risultano essere anche più povere o deprivate
rispetto a quelle più disagiate composte da soli italiani, con conseguenze
sull’inserimento abitativo e sulla spesa per le cure sanitarie. Nel 2016, quasi
l’80% degli stranieri indicava la precarietà lavorativa come principale
difficoltà per trovare un alloggio e nel 2015 quasi il 14% degli immigrati
non-Ue ha dovuto rinunciare a visite mediche perché troppo costose. Situazioni
di disagio che rischiano di perdurare a lungo gravando sul welfare: il tasso di
occupazione dei rifugiati supera il 60% in almeno 15 anni (media Ue).
Il
rapporto cita lo studio del Joint Research Center dell’Unione Europea che ha
simulato l’impatto di un aumento della spesa per l’integrazione degli stranieri
sulle finanze pubbliche nell’intera Unione europea. Attraverso un modello
economico applicato all’intera Ue, sono stati considerati tre livelli di
investimento in politiche per l’integrazione e l’impatto economico che ne
deriva: status quo (conservazione della spesa attuale), integrazione avanzata
(una spesa quasi doppia rispetto ai livelli odierni) e integrazione completa
(una spesa cinque volte superiore a quella presente). I risultati della
simulazione mostrano che, in caso di investimenti in integrazione quasi doppi
nel presente, il Pil dell’Unione europea sarebbe superiore di un valore
compreso tra lo 0,6% e l’1,5% rispetto allo scenario di partenza.
«Mantenere
l’attuale sistema di accoglienza senza investimenti in integrazione è un costo
per l’intera società – ha dichiarato Daniela Bernacchi, Direttore Generale
Cesvi – la mobilità umana è un diritto inalienabile di ciascun individuo al
quale si affianca il diritto di ciascuno Stato a regolare i flussi migratori.
La sfida è trovare un equilibrio tra questi diritti a beneficio dell’intera
comunità. Cesvi – prosegue Bernacchi – lavora da oltre trent’anni in tutto il
mondo per combattere fame, povertà e disuguaglianze. In Africa, è presente
anche nei i Paesi d’origine e transito dei migranti con programmi di sicurezza
alimentare, sviluppo sostenibile e risposta al cambiamento climatico. In
Italia, ha attivato progetti di integrazione e inserimento lavorativo al
compimento della maggiore età a supporto di minori stranieri non accompagnati».
MIGRANTI: LA SFIDA DELL’INTEGRAZIONE
Questo
studio mira a quantificare i costi e i benefici che deriverebbero da un più
incisivo e strutturato processo d’integrazione dei migranti presenti in Italia.
La proposta è quella di ricavare le risorse necessarie per rafforzare il
processo d’integrazione attingendo dai risparmi generati dal calo degli sbarchi
dell’ultimo anno. Il sostanziale calo degli sbarchi in Italia (superiore
all’80% rispetto agli stessi mesi dell’anno precedente) ha consentito un
notevole risparmio in termini di costi evitati rispetto alle spese di finanza
pubblica degli anni precedenti. Tale risparmio – che ammonta a circa 1 miliardo
di euro nel primo anno e a 1,9 miliardi dal secondo anno in poi – se investito
attentamente in adeguate politiche d’integrazione, porterebbe notevoli benefici
non solo per i migranti presenti, ma per l’intera popolazione italiana.
I
RISPARMI DAGLI SBARCHI MANCATI
Sulla
base dei dati più recenti della Corte dei Conti, si stima il costo medio
giornaliero pro capite dell’accoglienza in ciascuna regione in 27,1 euro, ai
quali è necessario aggiungere 8,8 euro per servizi sanitari e istruzione. Il
risultato finale mostra che la spesa ammonta a 35,9 euro al giorno (per
migrante) e rivela un costo annuo di 13.104 euro (1.092 euro al mese). A questi
si sommano 204 euro per la valutazione della domanda d’asilo, portando il
totale a 13.308 euro per migrante nel corso di dodici mesi. Basandoci
sull’analisi degli sbarchi negli anni precedenti, e considerando che ogni
migrante sbarcato nel 2017 sarebbe rimasto per (almeno) dodici mesi a carico
dello Stato italiano, il risparmio della spesa pubblica relativo ai primi
dodici mesi di calo degli sbarchi ammonta a circa 1 miliardo di euro. Negli anni successivi al
primo la stima media del risparmio sfiora i 2 miliardi e, nello scenario
massimo, supera i 2,5 miliardi.
I
COSTI DELLA MANCATA INTEGRAZIONE In Italia registriamo una mancanza
d’integrazione (gap d’integrazione) in quattro dimensioni fondamentali:
l’accesso al mercato del lavoro; l’accesso e la performance nel sistema
educativo nazionale; lo stato di salute e l’accesso ai servizi sanitari; e i
costi sociali (povertà, emarginazione, criminalità).
Lavoro.
Il tasso di occupazione dei migranti giunti nei Paesi europei per motivi
umanitari resta molto basso per diversi anni dal loro primo ingresso in Europa,
anche a causa delle politiche pubbliche vigenti e della scarsa propensione dei
datori di lavoro ad assumere richiedenti asilo e/o rifugiati. Un richiedente
asilo incontra molte difficoltà nel trovare un lavoro soprattutto perché si
avvale di una rete più debole di sostegno rispetto ai migranti per lavoro.
Un’elevata differenza si registra tra i livelli di retribuzione dei nativi italiani
e degli stranieri: non soltanto uno straniero non comunitario ha un reddito
netto medio di oltre un terzo inferiore rispetto a un italiano, ma negli anni
questo gap è andato persino aumentando.
Istruzione.
Gli stranieri presenti in un Paese tendono ad avere livelli di istruzione
correlati a quelli dei nativi. Ma, guardando a richiedenti asilo e rifugiati i
dati Sprar (2017) registrano che oltre i due terzi dei beneficiari ha
frequentato un corso di pre-alfabetizzazione o un corso di lingua base,
denotando una scarsa conoscenza della lingua italiana. L’accesso al sistema
scolastico italiano rimane perciò cruciale per ridurre questo gap e favorire il
processo d’integrazione: l’83% dei minori iscritti a scuola ha beneficiato di
un miglior inserimento socio-culturale nella vita di tutti i giorni, il 61% è
stato facilitato nell’apprendimento della lingua, e il 44% è stato
avvantaggiato nel suo percorso di inclusione (Rapporto annuale Sprar, 2017).
Servizi
sanitari. Rifugiati e richiedenti asilo dovrebbero beneficiare di diritti di
accesso ai servizi sanitari pari a quelli degli italiani. Agli stranieri
regolarmente residenti viene richiesto di iscriversi al Servizio Sanitario
Nazionale (SSN), ma anche questo passaggio è spesso soggetto a complicazioni,
difficoltà e lentezze burocratiche. Nel 2016 circa il 56% dei beneficiari
accolti nella rete Sprar ha avuto difficoltà a iscriversi al SSN (Sprar, 2017).
Costi
sociali. Oltre la metà della popolazione di stranieri non comunitari residenti
in Italia (Eurostat 2016) è a rischio di povertà o esclusione sociale, una
quota doppia rispetto a quella dei cittadini italiani. Le famiglie con
stranieri risultano essere più povere o deprivate persino delle stesse famiglie
più povere e deprivate composte da soli italiani. Questo ha la capacità di
incidere anche sull’inserimento abitativo: nel 2016, quasi l’80% degli
stranieri indicava la precarietà lavorativa come principale difficoltà per
trovare un alloggio. Inoltre, è cruciale sottolineare come le differenze nel
tasso di criminalità tra italiani e stranieri siano in larga misura spiegate
dallo status di regolarità o meno di questi ultimi: gli stranieri regolari
tendono a essere denunciati con una frequenza non molto dissimile da quella dei
cittadini italiani.
L’INTEGRAZIONE
COME INVESTIMENTO
Una
maggiore spesa in integrazione oggi è un fattore importante per aumentare la
probabilità che gli stranieri riescano a trovare un lavoro, generando ricadute
positive dal punto di vista economico e fiscale, ma anche
sociale. L’investimento oggi in spese per l’integrazione genera infatti minori
costi futuri (meno assegni di disoccupazione, minor livello di criminalità) e
maggiori benefici (un reddito più alto, maggiori consumi che alzano il Pil del
Paese, maggiori entrate fiscali per lo Stato). Le politiche per l’integrazione
ben finanziate sin da subito sono le uniche in grado di evitare che rifugiati e
richiedenti asilo siano un peso di lungo periodo sulle casse dello Stato. Una
recente simulazione dell’impatto sulle finanze pubbliche di un cambiamento
nella spesa per l’integrazione degli stranieri nell’intera Ue calcola che, in
caso di investimenti in integrazione quasi doppi nel presente, il Pil
dell’Unione europea sarebbe superiore di un valore compreso tra lo 0,6% e l’1,5%
rispetto allo scenario di status quo.
Inoltre, lo status quo tende a non generare sufficienti benefici futuri
sul fronte fiscale da ripagarsi pienamente. All’opposto, lo scenario
d’integrazione avanzata, malgrado i maggiori costi presenti, permetterebbe a
rifugiati e richiedenti asilo di accedere al mercato del lavoro dei Paesi di
destinazione in maniera tanto più rapida ed efficace da generare nel tempo
ricadute positive non soltanto per i migranti, ma per tutti i cittadini. Non
tutti i modelli e le politiche di integrazione sono uguali, e per questo non
tutti possono attendersi gli stessi effetti. Si tenta dunque di individuare
quali modelli di integrazione, quale governance pubblica delle politiche e
quali singoli servizi per l’integrazione abbiano un’efficacia maggiore di
altri, in modo da indirizzare gli investimenti futuri.
Se
si vuole parlare di buona integrazione, esistono due esempi a cui poter fare
riferimento: la “Carta per la buona accoglienza”, firmata nel 2016 dal
Ministero dell’Interno, dall’Associazione nazionale comuni italiani (ANCI) e
dall’Alleanza delle cooperative italiane sociali, e una serie di conclusioni
tratte dall’OECD su cosa funzioni di più e cosa meno nelle politiche per
l’integrazione. Da una loro valutazione e dall’analisi effettuata si trae una
serie di raccomandazioni
♦ Aumentare la spesa diretta alle
politiche per l’integrazione. Maggiori risorse nel presente riuscirebbero a
spostare la traiettoria dei titolari di protezione internazionale verso
un’integrazione sempre più virtuosa, con ricadute nettamente positive per le
casse dello Stato e, dunque, per tutti i cittadini.
♦ Migliorare la qualità dei servizi per l’integrazione. Massimizzare il processo di
integrazione e le best practices territoriali, guardando in particolare a
istruzione e formazione professionale.
♦ Studi, modelli e analisi per
orientare le politiche per l’integrazione.
Identificare soluzioni in linea con il profilo di ciascun migrante e di
conseguenza più rispondenti alla domanda di mercato.
♦ Valutare i servizi per l’integrazione: un investimento sull’investimento. Monitorare e valutare servizi
e politiche di accoglienza per misurare
l’impatto sui livelli di integrazione raggiunti
dai singoli migranti.
♦ Lavorare per un mainstreaming
delle politiche d’integrazione.
Definire un quadro di riferimento comune di tipo programmatico che sia
condiviso e coordinato a livello centrale in maniera efficiente ed
efficace.
♦ Ripensare le politiche di
distribuzione territoriale. Coordinare Regioni e singoli Comuni in un
Tavolo tecnico secondo criteri ben
definiti.
♦ Proteggere i vulnerabili,
riconoscendone i costi di lungo periodo. Identificare i problemi psicologici e
sanitari dei più vulnerabili per ridurre l’impatto del trauma sui singoli e
sulla società in generale.
♦ Valorizzare il ruolo degli
attori privati. Utilizzare parte della spesa per l’integrazione per introdurre sussidi o
agevolazioni fiscali che incoraggino l’inserimento in azienda di rifugiati e
richiedenti asilo.

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