Redazione Italia - Bocche scucite
10 settembre 2018
Sheerin Essawi ha 39 anni è
palestinese di Gerusalemme Est, è avvocato. Ha scelto questa strada fin da
piccola dopo che i soldati israeliani sono entrati nella loro casa con i cani
alle 4 del mattino per arrestare il fratello Medad che aveva 12 anni, accusato
di aver tirato pietre e tenuto in carcere per 6 mesi.
La storia della famiglia è
impressionante ma non unica in Palestina. Uno zio fedayin, ucciso in Libano. La
madre Leila, il giorno del suo matrimonio venne arrestata ed accusata di aver
aiutato i combattenti palestinesi feriti durante gli scontri con gli
israeliani, erano gli anni 70. Nella famiglia ci sono 6 fratelli e 2 sorelle.
Rafat e Medad nella prima Intifadah sono entrati ed usciti dal carcere varie
volte con sentenze di un anno e un anno e mezzo. Fadi è stato ucciso da un
proiettile dum dum durante una manifestazione a Gerusalemme, dopo il massacro
compiuto da Baruch Goldstein a Hebron, aveva 16 anni ed era già stato in
carcere.
Medad e Firas erano in carcere
quando venne ucciso, “quando scomparvero avevamo pensato che fossero stati
uccisi, per tre mesi non abbiamo saputo nulla di loro” . A Firas diedero tre
anni, a Medad 6 anni. Medad che oggi ha 44 anni ha speso 23 anni della sua vita
in carcere, fuori e dentro . Nel 2011 uscito dal carcere dopo due mesi a casa
si è sposato ed ha una bambina. L’accusa contro Sheerin e Medad è stata quella
di aiutare i prigionieri di Gaza e avere contatti con i loro famigliari, lui
condannato ad otto e Shireen a 4 anni.
Samer , che durante la detenzione
è stato in sciopero della fame per più di 180 giorni, venne arrestato una
settimana dopo Marwan Barghouthi nell’ Aprile del 2002, durante la seconda
Intifadah, venne accusato di far parte di una cellula militare e condannato a
30 anni di carcere. Rilasciato dal carcere nello scambio di prigionieri
palestinesi con il soldato Gilad Shalit, è stato riarrestato ed è ancora in
carcere. L’unica che non è stata in carcere è Rasha la sorella, che oggi a 32
anni, fa l’infermiera e ha 4 figli: “bisognava che qualcuno della famiglia
fosse libero per aiutare mamma e papà” – nel 2010 tranne Rasha, erano tutti in
carcere, Firas, Medad, Samer, Sheerin, Rafat. Oggi Firas vive in clandestinità,
perché la casa costruita dalla famiglia nel loro villaggi, periferia di
Gerusalemme è di sua proprietà e gli israeliani lo ricercano perché vogliono
fargli pagare migliaia di shekel di tasse e hanno dato l’ordine di demolire la
casa.
Oggi Sheerin, libera, come
avvocato vorrebbe dedicarsi alla causa dei prigionieri palestinesi.
Come
sei diventata un attivista per la libertà contro l’occupazione militare
israeliana?
La storia della mia famiglia è
intrisa di lotte di resistenza, da quella militare a quella per l’affermazione
della legalità internazionale. Mio nonno fin da piccola mi faceva leggere, per
lui, a voce alta, la rivista politica al Bayader al Ziasi, non sono stati però
i libri a farmi prendere coscienza dell’occupazione militare bensì la mia
esperienza di vita. Mio nonno era con la rivolta araba, venne arrestato durante
il mandato britannico e condannato a morte, ma riuscì a fuggire dalla prigione
di Akko. Mio padre è stato un fondatore dell’Olp, ha saputo lavorare in segreto
e non è mai stato arrestato, mia madre venne arrestata il giorno del suo
matrimonio, faceva l’infermiera e venne accusata di aver curato i fedayin
feriti negli scontri con l’esercito israeliano.
Non ho mai avuto i sogni di una
ragazza, non ho mai pensato che la mia vita dovesse essere il matrimonio,
andavo per la strada con i ragazzi, tiravo pietre come tutti ed il mio sogno
era farla finita con l’occupazione militare, la mia mente è sempre stata piena
di questi pensieri, come essere libera insieme al popolo palestinese. Sono
stata accettata per quello che ero e volevo essere. Una volta mi sono anche
innamorata e fidanzata, lo avevo conosciuto in prigione, sono stata il suo
avvocato, poi lui venne rilasciato, con l’obbligo di non fare attività
politica. Così le nostre vite si sono separate.
Qualche volta mi passa per la
mente di avere figli o un marito, non per vero desiderio, penso che in questo
modo mia madre non sarà sola ad occuparsi di me quando sono in carcere, lei è
anziana, malata ed ha passato quasi tutta la sua vita a cercare di avere i
permessi per visitare i figli in carcere, ma chissà forse non sarà solo per
questo, magari potrei innamorarmi.
Certo
la tua famiglia paga a caro prezzo la lotta per la libertà. Per tuo fratello
Samer durante il suo lungo sciopero della fame abbiamo scioperato a staffetta
anche qui in italia.
Siamo 6 fratelli e due sorelle.
Nel 2010, tranne mia sorella Rasha, eravamo tutti in carcere, Medhad ha 44 anni
, 23 dei quali passati in carcere e deve scontare ancora 8 anni, Samer è stato
condannato a 30 anni, ha fatto uno dei più lunghi scioperi della fame, era
stato rilasciato nelle scambio con il soldato Gilad Shalit ma poi è stato
riarrestato, Firas è ricercato ed è in clandestinità, Fadi è stato ucciso nel
1994, a Gerusalemme da una pallottola dum-dum durante una protesta contro il
massacro compiuto da un colono nella moschea di Hebron, Rafat è stato in
carcere per molti anni. A differenza dei miei fratelli portati via nel cuore
della notte, io sono sempre stata arrestata per strada, mettevano dei check
point volanti per aspettarmi. L’ultima volta nel 2014. Mi hanno tenuto in
carcere per quattro anni, condannata con l’accusa di aver passato lettere di
prigionieri palestinesi di Gaza – dei quali ero l’avvocato difensore, – ai loro
famigliari, ai quali era ed è proibito visitare i prigionieri. Qualche mese
dopo aver terminato la condanna, mi è arrivata l’ingiunzione di non praticare
l’avvocatura per 4 anni, ora la situazione è peggiorata è stato chiesto dalle
autorità israeliane che la mia licenza venga cancellata. Si deciderà a
Settembre. Ma sono tante le famiglie palestinesi che hanno storie come e anche
peggiori della nostra. Basta pensare che vi sono più di seimila persone in
carcere, molti di loro in detenzione amministrativa e molti i minori sia
ragazze che ragazzi e che più di 800.00 mila sono passati nelle prigioni
israeliane dal 1967.
Sono
note le condizioni di detenzione nelle carceri israeliane, degli abusi e
torture subite dai prigionieri, delle violazioni dei diritti e della legalità
da parte d’Israele, tu hai passato quattro anni nelle carceri israeliane, cosa
hai dovuto subire?
I primi 30 giorni li ho passati
sotto interrogatorio nella prigione Moskobya nel centro di Gerusalemme Ovest.
Cella minuscola, senza letto o materasso, non c’era una finestra e la luce
accesa giorno e notte.
Molto tempo, anche 20 ore, mi
portavano in una stanza, legata ad una sedia in una posizione scomoda, un
cappuccio lercio in testa, a volte mi slegavano e mi picchiavano la testa
contro il muro o mi davano pugni in testa, ne risento ancora adesso, ho perdite
di memoria e dolori al capo, sono stata anche qualche giorno senza poter
parlare per una mandibola contusa. Cercavano di terrorizzarmi, mi dicevano di
aver demolito la mia casa con tutte le persone dentro, oppure minacciavano di
deportarci tutti in Giordania. Quando mi riportavano in cella spesso la guardia
apriva il finestrino e mi urlava, un’altra forma di tortura per impedirmi di
dormire.
Nei 30 giorni, la croce rossa mi
ha potuto visitare solo al 16° giorno, l’avvocato solo una volta per pochi
minuti, alla richiesta rispondevano che ero sotto interrogatorio. Non ho potuto
fare una doccia, c’era un buco per i propri bisogni, un catino con acqua, ma
niente sapone o spazzolino, niente neppure per il ciclo mestruale.
La mia sentenza è stata
pronunciata nel Marzo del 2016 due anni dopo il mio arresto. Mi hanno messa in
diverse prigioni, tutte illegali visto che la convenzione di Ginevra prevede
che un paese occupante non può tenere prigionieri nel proprio paese, ma si sa,
grazie alla complicità internazionale Israele è un paese al di sopra delle
leggi. Diverse volte sono stata in isolamento, dicevano che incitavo le altre
prigioniere alla rivolta, oppure perché aiutavo le giovani a fare gli esami
scolastici. L’ultima volta è durato un mese, nella cella c’era una cinepresa,
non avevo privacy, ero costantemente osservata, quando dovevo fare i bisogni,
mi coprivo. Durante la detenzione non mi davano i permessi per avere libri, non
potevo scrivere o ricevere posta. Allora leggevo i libri delle altre detenute,
anche se erano storie di amore o vaghezze, anche alle altre non erano permessi
libri politici, ma io leggevo ogni cosa che mi capitava per tenere la testa in
allenamento.
Come
sono i rapporti tra le prigioniere palestinesi?
Ci aiutiamo vicendevolmente, sono
stata in cella con giovani di 16 anni che mi chiamavano mamma, le più grandi
raccontano la storia della Palestina, si fa educazione politica. Si aiutano le
donne ferite, come Israah, che aveva tutte le mani e il volto bruciati e non
curate. Ci si consola a vicenda, si dividono i cibi, tra chi ha e chi non ha,
oppure con chi è punita e non gli viene concesso di acquistare cibi al negozio
del carcere. Le giornate sono lunghe in carcere non passano mai.
E
fuori dal carcere? Vi sentite sole o accolte dalla comunità, ti sembra cambiato
qualcosa negli ultimi anni? Siete in rapporto tra voi ex- prigioniere?
Il rifugio è la famiglia, tutti
sono stanchi e cercano di sopravvivere, non c’è più lo stesso entusiasmo e la
speranza della libertà dal nostro oppressore. Una volta uscito dal carcere sei
lasciato solo, devi trovarti un lavoro, io per esempio non l’ho ancora trovato,
dovresti essere curato per i traumi che hai subito, ma non ci sono centri che
provvedono a questo, ti tieni dentro i tuoi traumi e poi a volte esplodi. Tra
noi, sopratutto con chi vive a Gerusalemme, ci vediamo e affrontiamo i diversi
problemi, alcune hanno cattivi rapporti con il marito, con i figli che sono
stati tanto tempo senza di loro. Di solito però io sono vissuta come quella
forte e cosi non c’è vero scambio, io a chi posso parlare, non posso dare
ancora pene a mia madre e dirle quello che ho passato in prigione, gli incubi
che mi perseguitano, anche se vede che ogni sera ho i miei effetti personali
pronti nel caso i soldati venissero a prelevarmi.
In questi giorni qui in Italia,
mi sento però molto sollevata, trovo che mi fa molto bene poter parlare e
raccontare, non solo per denunciare le violazioni dei diritti da parte di
Israele nei confronti del popolo palestinese, mi rendo conto quanto sia
terapeutico anche per me riuscire a comunicare agli altri e non tenere tutto
dentro di me. Continuerò a lottare e a resistere fino alla fine dei miei
giorni, so di essere nel giusto.

Nessun commento:
Posta un commento