Roberto Maggioni – Il manifesto
6/08/2018
6/08/2018
Dopo lo sgombero salviniano,
quelli di Aldo Dice 26×1 hanno occupato nella notte uno degli edifici simbolo
della speculazione milanese anni ’80: la torre di Salvatore Ligresti in via
Stephenson, nell’estrema periferia Ovest della città. Uno degli scheletri
lasciati a terra dalla “Milano da bere” di cui l’immobiliarista di Paternò
deceduto pochi mesi fa è stato tra i protagonisti. Un grattacielo destinato a
ospitare uffici, abbandonato da oltre vent’anni, che ricorda ogni mattina a chi
entra a Milano dalla tangenziale Ovest quanto la sacralità della proprietà
privata piegata alla speculazione non coincida con l’utilità pubblica. Alcune
delle oltre 60 famiglie ospitate da Aldo Dice 26×1 stanno valutando se
accettare le sistemazioni alternative proposte dal comune di Milano, nel
frattempo la nuova casa – salvo sgomberi – sarà in questo palazzone oggi di
proprietà di Unipol-Sai. «È la nostra voglia di vivere bene ciò che è abbandonato
e inutilizzato» scrive il collettivo su Facebook.
LA CIRCOLARE sugli sgomberi del
ministro dell’Interno ha messo in allarme molte delle occupazioni cittadine,
anche se il ritmo degli sgomberi a Milano non ha mai rallentato in questi anni
di governo di centrosinistra. Lo hanno rivendicato in questi giorni anche
assessori e sindaco: «A Milano facciamo già tanti sgomberi». Con i servizi
sociali, le proposte alternative per gli sfrattati, l’accoglienza
nell’emergenza sociale, ma «nessuno di noi vuole difendere l’illegalità» ha
detto Sala.
Milano ha quasi 10 mila alloggi
popolari vuoti: 5.800 di proprietà dell’azienda regionale Aler e quasi 4 mila
comunali gestiti da MM. Le occupazioni sono 4.600.
Una sproporzione che spiega bene
l’origine dell’emergenza casa e le responsabilità delle istituzioni incapaci di
gestire il patrimonio pubblico. Case vuote, con porte e finestre lastrate e
spesso riscaldate nonostante non ci abiti nessuno. Degli alloggi sgomberati
molti non ritornano nelle graduatorie pubbliche ma finiscono nell’housing
sociale o, nel caso dell’Aler, in vendita. E chi è in lista d’attesa ci resterà
ancora per un bel po’.
DELLE 4.600 CASE popolari
occupate a Milano, 1.136 sono del Comune e gestite da MM, 3.500 della Regione e
gestite dall’Aler. È soprattutto in queste ultime che si è sedimentata
l’emergenza abitativa milanese. La destra che governa la Lombardia dagli anni
’90 ha sistematicamente disinvestito nell’edilizia pubblica, l’Aler è stata
ciclicamente travolta da inchieste, la giunta Formigoni cadde proprio per
l’arresto dell’assessore alla casa Zambetti accusato di voto di scambio con la
’ndrangheta.
Negli anni recenti il boom delle
occupazioni abitative è stato nel 2014, effetto lungo della crisi. A ottobre e
novembre ci furono diversi sgomberi, chiamati anche da una campagna stampa
insistente fatta dalle televisioni Mediaset e dal Corriere della Sera.
«L’immobiliare nera» titolava il Corriere riferendosi alle occupazione degli
anarchici. A dicembre la giunta Pisapia tolse all’Aler la gestione delle case
comunali affidandole a MM, una società a partecipazione comunale. 28 mila
alloggi, poco meno di 4 mila ancora da assegnare. Il Comune vorrebbe assegnare
982 alloggi nel 2018, per arrivare nel 2022 con zero case vuote. Il contatore
però, attivo anche in una apposita pagina del sito internet del Comune, è fermo
per il momento a 336 alloggi recuperati tra aprile e agosto 2018.
PER LA LEGA Milano è l’ultimo
fortino da espugnare e punta al malcontento delle periferie per aumentare i
consensi. Il disagio di chi vive nelle case popolari Aler viene usato
strumentalmente dalla Lega e dalla destra che governa la regione Lombardia. Il
caso più emblematico è quello di via Bolla, nella zona 8 di Milano. Tre
palazzoni dell’Aler sono diventati la trincea della Lega e del gruppo
neofascista Lealtà e Azione che in quella zona ha eletto un suo militante,
Stefano Pavesi, nella lista della Lega. Da oltre un anno Lega e Lealtà e Azione
provano a cavalcare il malcontento di chi vive in quei tre palazzoni abbandonati
dall’Aler, cioè dalla giunta lombarda governata dalla Lega. Dovrebbe essere la
giunta leghista della regione a sistemare quei tre palazzoni, ma per il momento
alimenta le proteste in zona.
Quanto possa influire la
circolare Salvini sulle occupazione politiche, sui centri sociali, è difficile
dirlo. Probabilmente poco o nulla, se non altro perché i centri sociali vengono
sgomberati regolarmente. Gli ultimi nei mesi scorsi il Lambretta e RiMake, che
ha poi occupato un nuovo spazio nella zona nord-ovest della città.
A Milano si voterà nel 2021 e
sulle periferie e le occupazioni si giocherà una fetta importante della
campagna elettorale. La Lega nel 1993 vinse con Formentini cavalcando anche lo
scontro con il centro sociale Leoncavallo. Altri tempi forse, ma certe cose non
passano mai di moda.

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