UN
RAPPORTO ONU DENUNCIA L’ATTACCO AL WELFARE CONDOTTO DALL’AMMINISTRAZIONE TRUMP
Emiliano
Bos - Altreconomia
04
Settembre 201
Ecco
la Cupola bianca. La sagoma del Congresso si staglia nel cielo di Washington.
La si scorge benissimo dal sobborgo di Anacostia. Meno di cinque chilometri in
linea d’aria e poche fermate di metropolitana dalla capitale degli Stati Uniti.
Eppure in questa periferia il reddito medio è la metà di quello nazionale. Qui
più delle banche contano le food banks, le banche del cibo. Come quella che
coordina la signora Jean Miller, nella Chiesa episcopale di Saint Philip. In un
locale adibito a magazzino, sono allineate sugli scaffali confezioni di cereali,
tonno, pasta precotta, verdure in scatola. Alimenti di base, spiega, per
riuscire almeno a mettere qualcosa sulla tavola.
“Parliamo
di persone che non hanno nulla da mangiare”, aggiunge la signora Miller. Mi
mostra l’elenco dei beneficiari di questa “banca” tutta particolare. Nuclei numerosi,
a volte con disabili, oppure anziani soli. In tutto, qui si aiutano circa 200
famiglie. Numeri e nomi. Storie e statistiche.
Persone
reali e percentuali. Servono per raccontare le crescenti disuguaglianze di
un’America sempre più spaccata. L’esempio tra la ricca Washington e i suoi
quartieri periferici spalanca le porte di un Paese in parte inesplorato. Fuori dal
mainstream della polarizzazione politica e della retorica populista
dell’America First di Donald Trump, c’è un’America ultima ed estrema. Che sta in
fondo a tutte le classifiche.
“È
il più alto livello di disuguaglianza di reddito nel mondo occidentale: negli
Stati Uniti vivono oltre un quarto dei miliardari del Pianeta e c’è un’economia
in crescita. Ma dall’altra parte ci sono 40 milioni di persone in povertà, di
cui un terzo bambini. E poi 5,3 milioni di persone che vivono in condizioni che
considero ‘da Terzo Mondo’. Un americano su otto dipende dagli aiuti alimentari
federali e si registra uno dei più alti livelli di mortalità infantile tra i
Paesi sviluppati”.
Un’istantanea
che non lascia scampo. L’ha scattata il professor Philip Alston, relatore
speciale delle Nazioni Unite per la povertà estrema e i diritti umani. “Quello
che vediamo è un Paese di contrasti drammatici”, mi dice quando lo incontro nel
suo studio alla Scuola di Legge della New York University, dove insegna. Lo
scorso dicembre ha viaggiato dalla California all’Alabama alla West Virginia.
Ne è uscito un durissimo rapporto che chiama in causa direttamente le autorità
federali.
E
che descrive lo squallore e la deprivazione di molti americani. Non solo sul
piano materiale. Ma anche e soprattutto sul piano dei diritti e delle politiche
destinate a esacerbare questi contrasti economici, sociali e razziali.
Il
nostro viaggio parte dal profondo Sud. Qui non ci sono nemmeno le banche del
cibo. Qui la cartina al tornasole dei contrasti si chiama food inequality. L’uguaglianza
alimentare e l’accesso al cibo sano sono fattori che vanno ben oltre il
benessere fisico e la salute. Gli Stati Uniti contano una delle percentuali più
elevate di obesità di tutti i Paesi OCSE: un adulto su tre è sovrappeso. Ma
quando si arriva a Fayette, capoluogo della contea di Jefferson, nel Sud del
Mississippi, la situazione è ancora più drammatica. Questo è il luogo più obeso
d’America, ben oltre la media. Questa contea annovera anche una delle presenze più
alte di afro-americani: l’86% della popolazione.
Non
è affatto una coincidenza. “La metà degli abitanti qui ha problemi di obesità”,
dice Priscilla Houston, 24 anni, psicologa e ricercatrice della vicina
Università di Alcorn. Povertà, discriminazione razziale e obesità vanno a
braccetto. Nei due fast-food di questa cittadina di settemila abitanti, le ali
di pollo fritte sono il piatto principale del menu. Non c’è molta scelta. A
parte un supermercato senza verdura fresca, ci sono quattro chiese e un
bancomat drive in, dove si può prelevare denaro stando seduti in auto. Ma non un
bar né un ristorante. Chi non ha soldi si accontenta del cosiddetto junk food,
il cibo spazzatura.
Pre-confezionato,
ipercalorico, accessibile. Le famiglie a basso reddito sono quasi tutte
afro-americane: comprano cibi economici, di pessima e va altrove. Da anni
Fayette si sta svuotando.
“Non
c’è lavoro da queste parti”, scuote la testa Abraham Reed, un 74enne
ex-carpentiere con due mani che sembrano cazzuole. Lo incontro sotto il portico
di casa sua. È l’unico rimasto in questa stradina con abitazioni di legno
abbandonate. Su un ingresso lì accanto, la porta è sbarrata con assi inchiodate
al muro.
Risalendo
dalla contea di Jefferson lungo il Mississippi si arriva a Memphis, culla del
rock e capitale del blues. Ma la musica, per qualcuno, purtroppo è ancora la
stessa. Anche qui è quasi impossibile trovare cibo sano e fresco. Siamo in uno
dei food desert d’America: un deserto di cibo, quello vero, in una delle città
statisticamente più povere del Paese. Milly Grant, 69 anni, ex-infermiera, per
fare la spesa usa i food stamp, i contributi federali. Altrimenti, mi spiega,
la sua pensione non basterebbe. Questa signora afro-americana dal sorriso ampio
rientra in quella percentuale del 12,5% di americani che hanno bisogno di
assistenza alimentare. Ma in futuro queste cifre potrebbero inasprirsi. Secondo
il professor Alston, da parte dell’amministrazione Trump è in corso un “attacco
coerente e coordinato contro i benefici sociali di base, per ridurre il numero di
beneficiari della copertura sanitaria, dei food stamp e dei sussidi per la
casa”. Eppure i contrasti descritti nel suo rapporto -presentato a fine giugno anche
alla Commissione per i diritti umani dell’Onu a Ginevra- non possono essere
tutti responsabilità di Donald Trump, sono radicati. Le profonde inuguaglianze,
gli faccio notare, sono pre-esistenti. E sono rimaste anche con Barack Obama
alla Casa Bianca. “Questo è vero, la situazione era già difficile e
l’amministrazione Trump non è responsabile di questo”, risponde il relatore dell’Onu
su povertà e diritti. Ma il dilemma, aggiunge, “riguarda le iniziative
politiche dell’amministrazione Trump in risposta alla massiccia disuguaglianza
e alla profonda povertà negli Stati Uniti. Primo, il taglio delle tasse per
1.500 miliardi di dollari a favore dei più ricchi: questo non può che
peggiorare le attuali disuguaglianze”.
L’allarme
del suo rapporto non riguarda solo le disparità economiche. Qui ci sono in
gioco anche l’accesso alla democrazia e la partecipazione al voto. Alle presidenziali
vinte da Trump ha votato poco più del 55% degli aventi diritto, ben al di sotto
delle medie degli altri Paesi occidentali.
Ancora
una volta le disparità colpiscono i meno abbienti. Sei milioni di americani
sono stati privati del diritto di voto in seguito a una condanna per reati
minori. Gli Stati Uniti restano il Paese con la popolazione carceraria più alta
del mondo: oltre 2,2 milioni di detenuti. Finire in carcere, soprattutto per i
poveri, a volte appare quasi inevitabile. Una multa non pagata si moltiplica.
Il professor Alston lo definisce “il modello Ferguson”, dal nome della città in
Missouri dove nel 2014 scoppiarono le rivolte dopo l’uccisione di un afro-americano
da parte della polizia. I costi della giustizia -sostiene il relatore Onu-
vanno paradossalmente a carico dei più poveri, che in diverse zone del Paese
sono soprattutto le minoranze afro e ispaniche, non hanno risorse per pagare
avvocati e restano stritolati nel sistema. Per esempio, il meccanismo della
cauzione a pagamento è gestito da società private, che speculano sulla disperazione
di chi non vuole finire dietro le sbarre per un divieto di sosta o un eccesso
di velocità. “È il prezzo della libertà o un’estorsione?”, era il titolo di
un’inchiesta del New York Times dell’aprile scorso. Il business delle cauzioni
vale due miliardi di dollari l’anno. Chi ha i soldi, paga ed evita la galera.
Chi non li ha, finisce in una spirale spesso senza via d’uscita.
Oggi
negli Stati Uniti si è arrivati a criminalizzare la povertà. “Un maschio
afro-americano su tre può aspettarsi di finire in carcere, rispetto a uno su 17
tra i bianchi. È una differenza tremenda”.
Cynthia
Roseberry è un’avvocata. Per anni ha coordinato il programma per la clemenza ai
detenuti voluto dall’amministrazione Obama. La incontro a Washington poco prima
del trasferimento ad Atlanta, sua città d’origine. “Sono cresciuta in una
comunità molto povera in Georgia, ecco perché ho voluto fare questo lavoro”. Sa
benissimo come vengono trattate dal sistema penale statunitense le persone più
povere. “Non vengono considerate come esseri umani ma come numeri. Non hanno
voce”. In alcune zone del Paese, lo ZIP code - il codice di avviamento postale -
diventa una condanna.
Le
prigioni vengono costruite in relazione diretta con i risultati scolastici dei
ragazzini di 14 anni “in modo che siano pronte per loro quando diventano
maggiorenni” spiega Roseberry. Il rapporto presentato all’Onu dal professor
Alston contiene dati inquietanti: “Negli Stati Uniti circa 11 milioni di
persone vengono ammesse nelle carceri locali ogni anno. Ogni singolo giorno
circa 730mila persone sono trattenute, due terzi delle quali in attesa di
giudizio”.
Povertà
e diritti negati -negli Stati Uniti di oggi non hanno colore. Il Paese resta
segnato dalla discriminazione. Ma la mappa delle disuguaglianze d’America è
trasversale agli Stati e alle comunità. In West Virginia, per esempio, le cure
dentarie restano quasi inaccessibili per chi non ha l’assicurazione sanitaria,
in uno Stato tra i più poveri e a stragrande maggioranza di bianchi. La mappa sarebbe
incompleta senza citare il mezzo milione di homeless in tutta la Nazione. New
York, San Francisco e Los Angeles sono le capitali dei senza fissa dimora. Ma
basta andare alla periferia di Pittsburgh, in Pennsylvania, per toccare con mano
la povertà descritta dal professor Alston nel suo rapporto. Qui la crisi
economica di quasi dieci anni fa ha lasciato segni indelebili.
Quando
Obama è entrato alla Casa Bianca, Mary è entrata in questa “casa-mobile”. Un
pre-fabbricato dove vive col marito e una figlia. Nessuna assistenza sociale.
Altro che middle class, di cui si riempiono la bocca repubblicani e
democratici. “Macché welfare, se non stai dalla parte politica giusta qui a
Pittsburgh sei nei guai fino al collo” mi dice.
Queste
mobile-home da case-mobili si trasformano in sabbie mobili per chi non riesce a
uscire dal pantano della rassegnazione. Anche lei avrebbe bisogno di un dentista.
Il suo viso è sfregiato da un passato con la droga, quei denti caduti troppo presto.
Lei già non aveva un’assicurazione sanitaria. Di certo non l’avrà con
l’amministrazione Trump. Le risorse ci sarebbero: “Lo dimostra il massiccio
taglio alle tasse. Ma non c’è interesse ad aiutare i poveri” è il tono quasi
amareggiato del professor Alston in chiusura della nostra conversazione.
“C’è
una rassegnazione totale al fatto che ampi strati della popolazione vivano in
condizioni miserabili, e che questo numero crescerà. Tutto ciò non rappresenta
una preoccupazione per coloro che guidano la società. È davvero tragico”. Per 40
milioni di poveri l’American dream ormai è diventato un incubo.



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