Enza Plotino – Striscia
rossa
7/08/2018
Regali di Stato. Agli amici. Agli
amici degli amici. A costi più che ridicoli. Grave, gravissimo. Ma ancora
peggio quando si tratta di un bene collettivo, prezioso come è l’acqua, data in
uso ai privati come al mercato del pesce nell’ultima mezz’ora dalla chiusura.
Ma ancora peggio quando ci si dimentica di quel bene, cosa che un buon padre di
famiglia non farebbe mai, e lo si abbandona nelle mani del privato, come a
lavarsene le mani, senza controlli, senza verifiche, senza tutelarlo dalle
sciatterie di chi lo usa. D’altronde è questa la piega sinistra che in Italia
hanno preso le liberalizzazioni.
Laddove nel mondo hanno
significato un salto di qualità nell’offerta di servizi grazie all’ingresso di
gruppi privati, nel nostro Paese hanno aperto un mercato delle vacche per gli
amici di Governo che si sono accaparrati, con contratti più che accomodanti, i
gioielli di famiglia dello Stato italiano. Concessioni siffatte, hanno mostrato
la corda già da tempo, evidenziando le mancanze pubbliche e le carenze di chi
le gestisce. Succede per le strade, per le spiagge, per l’energia. E per
l’acqua. Dare questo bene a un costo irrisorio, in uso ai privati per
imbottigliarlo ha significato generare un notevolissimo business economico per
le aziende, da cui lo Stato ricava 2 euro ogni 1000 litri di acqua
imbottigliata. Canoni estremamente bassi, fermi al secolo scorso, perfino in
aree dove vi sono difficoltà di approvvigionamento idrico.
Lo dice un Rapporto di
Legambiente e Altroconsumo dello scorso aprile, che evidenzia come le ditte
produttrici pagano solo in funzione degli ettari dati in concessione e non dei
volumi prelevati per l’imbottigliamento, invece di applicare anche in Italia quello
che le normative europee ci chiedono da tempo, ovvero un sistema di tassazione
“ambientale” per tutte quelle attività che nel loro svolgimento causano un
impatto sul territorio e sulle risorse naturali. Un altro Rapporto, sempre
degli inizi del 2018, pubblicato dal Dipartimento del Tesoro del Ministero
dell’Economia, rileva che l’acqua minerale continua ad essere un grande affare
per i colossi, ma forse non per lo Stato. Secondo il documento del Mef sulle
concessioni relative alle acque minerali e termali (295 concessioni censite e
rilasciate a 194 concessionari per l’acqua minerale e 489 per le acque termali
a 418 concessionari), per ogni euro speso per i canoni di concessione dalle
società dell’imbottigliamento i ricavi sono stati di 191,35 euro, mentre i
guadagni per le pubbliche amministrazioni (Regioni, Province ordinarie e
autonome, Comuni) sono stati di 18,4 milioni di euro, ossia lo 0,68% del
fatturato del settore che nel 2015 è stato di 2,7 miliardi di euro in base ai
dati Mineracqua su stime Bevitalia. Una discrepanza assurda tra spesa e
introito effettivi delle aziende del settore. Il dato più sconcertante riguarda
quello del canone di concessione stabilito autonomamente dalle Regioni: 1
millesimo ogni litro d’acqua.
Ma non basta. Infatti, se a
questo aggiungiamo le cifre del giro d’affari generato da quello che è uno dei
beni più preziosi al mondo, la situazione assume i contorni del grottesco: 2,8
miliardi di euro, per una spesa complessiva di 12 milioni di euro, con una
differenza di 2,780 miliardi. Ma noi cittadini, proprietari effettivi del bene
acqua, traiamo beneficio da questa liberalizzazione? Se le aziende pagano alle
Regioni, in media, un millesimo a litro d’acqua, noi cittadini sborsiamo un
importo 250 volte maggiore al momento dell’acquisto dentro i supermercati o in
qualunque altra attività commerciale di una bottiglia contenente un litro
d’acqua. Cara ci costa la possibilità di bere acqua di buona qualità!
Ma nemmeno questo ci è garantito
perché l’acqua in bottiglia non è di per sé garanzia di bontà: il 90 per cento
di acqua viene conservato in bottiglie di plastica, nonostante da anni l’Unione
Europea si batta per eliminare progressivamente questo materiale inquinante. E
non è tutto, visto che oltre alla questione ambientale si aggiunge anche quella
strutturale: su 100 litri d’acqua immessi, il 40 per cento viene disperso,
senza poi essere recuperato. Se aggiungiamo che in vaste aree del Paese l’acqua
che sgorga dai rubinetti è di pessima qualità, se non addirittura non potabile per
diversi mesi dell’anno, la conclusione è che i cittadini che attraverso lo
Stato concedono l’uso del loro bene più prezioso ed esauribile, sono gli unici
gabbati da un Pubblico che permette guadagni esorbitanti ad aziende private a
fronte di ricavi irrisori e di controlli inesistenti sulla qualità dei beni che
concede. Ma… chi trova un amico trova un tesoro!

Nessun commento:
Posta un commento