Redazione – Rassegna
sindacale
7/08/2018
Sorpresa dai dati sui redditi
italiani: le Marche – regione generalmente considerata florida per attività
produttive, vivacità imprenditoriale e turismo – sono all’ultimo posto tra
quelle del Centro Italia e sotto la media italiana. Si registra infatti un
reddito pro capite di 19.654 euro l'anno, mentre in Italia il valore medio è di
20.960 euro. Insomma, da questo punto di vista, sembrerebbe una regione da
avvicinare più a quelle dell'Italia meridionale che settentrionale. “È proprio
così – commenta su RadioArticolo1 Daniela Barbaresi, segretario generale della
Cgil Marche –. Stiamo pian piano scivolando verso Sud. Ce lo mostrano tutti gli
indicatori, da ultimo quello sui redditi. E non solo a livello regionale: anche
le province tradizionalmente più ricche e dinamiche economicamente, come Pesaro
e Ancona, si trovano ad avere redditi medi inferiori alla media nazionale e
alla media delle altre regioni del Centro. Non va sottovalutato che nel 2016 e
nel 2017 le Marche sono state colpite pesantemente dal sisma e anche questo ci
ha penalizzato fortemente”.
Tra i dati che più colpiscono
anche quelli resi noti da Bankitalia, secondo cui la produttività e la capacità
di far profitto delle imprese marchigiane è aumentata, ma questo profitto
maggiore non viene né reinvestito nell'economia
né in creazione di posti di lavoro. “Sì – conferma Barbaresi –, c’è
anche un problema di credibilità del sistema delle imprese, di cui però nessuno
parla. La produttività è il frutto di tanti fattori: investimenti in
innovazione, in tecnologie e in ricerca, certamente. Ma contano tanto anche fattori
esterni all'impresa: infrastrutture decenti, reti viarie adeguate, energia,
reti informatiche. Insomma, bisogna chiamare in causa, oltre alle imprese,
anche le istituzioni sulle politiche di sviluppo”.
Tra i settori d’eccellenza più
penalizzati dalla crisi nella Marche c’è sicuramente quello del mobile. “Ma non
solo – spiega la sindacalista –: anche gli elettrodomestici sono andati in
difficoltà, e poi c'è il calzaturiero che ha subìto fortemente anche scelte
strategiche internazionali, basti pensare semplicemente al rapporto con la
Russia e a cosa ha significato avere difficoltà con quei mercati”.
Se poi tra il 2017 e il 2018
l'occupazione soprattutto dipendente è tornata a crescere, attacca Barbaresi,
“dobbiamo chiederci di quale tipo di occupazione si tratta. Continuiamo a veder
crescere il lavoro precario: contratti a termine, tanto lavoro in
somministrazione e soprattutto, e questo è estremamente preoccupante, il lavoro
a tempo parziale. Complessivamente, un lavoratore dipendente su cinque ha un contratto
precario e un lavoratore dipendente su tre di lavoro part time”.
Infine il welfare, i servizi
sociali. “Anche qui – commenta la dirigente Cgil – la situazione si fa
preoccupante, anche per una forte difficoltà ad avere relazioni normali con le
istituzioni, a partire dalla Regione”. Un anno fa, ricorda la sindacalista,
“abbiamo rilanciato la vertenza sulla sanità, ma in questi giorni, in cui si
dovrebbe discutere il nuovo piano sanitario, facciamo una grande difficoltà a
dialogare in maniera proficua con la Regione. E questo ci preoccupa perché
negli ultimi anni abbiamo assistito a tagli e a riorganizzazioni che hanno
determinato un forte indebolimento soprattutto dei servizi sul territorio”.

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