Antonio Oleari - Altreconomie
12 settembre 2018
12 settembre 2018
Villaggio di Kalokol, contea di Turkana,
Kenya. La carcassa di un animale affiora dalla sabbia rovente. Calpestata, la
sua pelle indurita dal vento ha il suono duro della siccità.
Un suono sempre più insistente
per il popolo di etnia Turkana che da centinaia di anni occupa questa zona desertica
al confine con Etiopia, Uganda e Sud Sudan. È qui che prende avvio la sconfinata
Rift Valley che ha dato i natali al genere umano e sempre qui, sulle sponde del
lago Turkana, sono stati effettuati alcuni tra i più importanti ritrovamenti
fossili. Eppure, proprio dove ha mosso i suoi primi passi, il genere umano potrebbe
subire una delle sue sconfitte più cocenti in materia di clima e sostenibilità
ambientale.
Dopo la firma del Nicaragua, gli
accordi di Parigi sul clima del 2015 sono stati sposati da tutti i Paesi del
mondo ad esclusione di Siria e Stati Uniti (nonostante il presidente Trump, con
una recente dichiarazione, abbia lasciato aperta la porta a un loro possibile
reinserimento). I principali obiettivi dell’accordo -fissati essenzialmente sulla
limitazione dell’aumento della temperatura globale entro gli 1,5 gradi
centigradi- restano però lontani. Secondo il bollettino annuale sui gas serra
dell’Organizzazione meteorologica mondiale (Wmo), la concentrazione di CO2 nel
2016 ha raggiunto livelli mai osservati sul Pianeta da 3-5 milioni di anni,
epoca in cui il livello dei mari era di 10, fino a 20 metri più alto.
Confinato nell’estremo Nord-Ovest
del Kenya, quello dei Turkana è sempre stato un popolo di pastori. L’emarginazione
storica della regione e la mancanza di infrastrutture, unite a una lunga storia
di malnutrizione cronica, lo hanno sempre reso particolarmente vulnerabile a
qualsiasi cambiamento. Negli ultimi decenni, i dati del governo keniota
mostrano una chiara tendenza all’aumento delle temperature medie nell’intero Paese
e nella contea di Turkana. Mentre si stima che le temperature medie globali
siano aumentate di 0,8 °C nel secolo scorso, nella contea di Turkana le temperature
minime e massime dell’aria sono aumentate tra 2 e 3 °C tra il 1967 e 2012.
Anche le precipitazioni piovose
sono cambiate: la lunga stagione delle piogge è diventata più breve e più secca
e la breve stagione delle piogge è diventata più lunga e più umida, mentre le
precipitazioni annuali complessive rimangono a livelli bassi. Per intere settimane
si vive a oltre 45 gradi e può non piovere anche per tre o quattro mesi.
Quella di Lorwa, donna-pastore
Turkana, è una delle voci raccolte nel 2015 dall’organizzazione Human Rights
Watch: “Prima avevamo pioggia, il bestiame era sano e produceva latte. Poi la
pioggia ha smesso di arrivare e il nostro mondo si è fermato. Gli animali hanno
smesso di produrre latte, non c’è stata più erba, le bestie sono state spazzate
via. Ora non ci preoccupiamo nemmeno più per il bestiame”. I pastori come lei
trascorrono sempre più tempo nelle loro capanne circolari di paglia e sempre
meno al pascolo. Quando si allontanano insieme ai loro animali sanno di correre
il pericolo di imbattersi in una delle bande armate che hanno reso quest’area
una delle più pericolose del Paese. Si lotta per le terre, per i pochi pascoli verdi
rimasti, ma anche per qualcosa di ancora più succulento. Dopo che nel 2012 sono
stati scoperti alcuni giacimenti petroliferi nella zona di Lodwar, la capitale
della contea, è iniziata la corsa ai lotti di terreno. Interi ettari sono stati
espropriati con la forza, sottratti al pascolo di bestiame e rivenduti.
Per una popolazione in aumento
(da 855.393 persone nel 2009 a 1.256.152 persone nel 2015) questa carenza di
risorse sta diventando insostenibile. Turkana hanno dovuto cercare alternative: un
tempo solo pochi di loro si dedicavano alla pesca (i pescatori erano
considerati poveri perché persone senza bestiame) mentre ora sempre più famiglie
si stanno spostando dall’interno verso le coste del lago Turkana, una striscia
blu di 257 chilometri che corre dall’estremo Sud dell’Etiopia fino al cuore del
Kenya. È il più grande lago permanente in luogo desertico ed è anche il più
grande lago alcalino del mondo; privo di emissari, il suo è un bacino chiuso di
acqua calda e leggermente salata. Nel 2010 uno studio della Banca di Sviluppo
Africana riportava il numero di 8.160 pescatori ufficialmente attivi nel
Turkana, sottolineando come il numero fosse in netta ascesa.
Questo tipo di adattamento al
cambiamento climatico è stato definito dagli esperti “adattamento spontaneo”,
ossia privo di qualunque progetto da parte del governo o di organizzazioni non
governative (pur presenti nella zona con programmi di sviluppo e sostegno
alimentare).
Oggi la pesca rappresenta l’unica
valida alternativa di sopravvivenza per più di un terzo dei Turkana: sulla costa
occidentale, tra Kalokol e Todonyang, le giornate sono scandite dai ritmi del
lago. Ai bambini tocca immergersi nell’acqua bassa per gettare le reti (la loro
manodopera è essenziale, anche se per molti significa rinunciare a
un’istruzione); gli adulti invece si allontanano a bordo delle barche di legno
a motore (ngatedie).
Alcuni di loro raggiungono
l’isola del Nord, di fronte al villaggio di Nariokotome. Qui le acque sono più
pescose ma occorre pagare una tassa di accesso: per ammortizzare la spesa molti
scelgono di restare sull’isola anche per diversi mesi facendo vita comune.
Soltanto i grandi pesci (nile
perch) vengono venduti freschi, tutti gli altri pesci più piccoli (tilapia) vengono
esposti al sole e al vento e fatti essiccare. Al centro di smistamento di
Kalokol non ci sono nemmeno le bilance, per cui ai pescatori vengono
riconosciuti da 1 a 3 scellini per pesce a seconda delle dimensioni. Gli operai
ne imballano pacchi da 25mila e li caricano sui camion diretti prevalentemente
nella Repubblica Democratica del Congo, dove arriveranno dopo circa un mese di
viaggio. Il prezzo finale di un pesce del Turkana essiccato sarà di circa 5
scellini, ragione per cui i rivenditori sono tra i pochi qui ad aver accumulato
qualche soldo in più, puntualmente speso in tabacco e alcol, la sera, nei bar
di Kalokol.
Ma una sirena d’allarme sta
suonando.
Il fiume Omo nasce sull’altopiano
etiopico a 2.500 metri di altezza e sfocia nel lago Turkana dopo 760
chilometri, rifornendolo di acqua dolce per il 90% del totale. Per
diversificare e sviluppare la sua economia, il governo etiope ha deciso di
promuovere un piano aggressivo di produzione di energia idroelettrica, da tempo
vista come una delle poche risorse sfruttabili del Paese: lungo il corso
dell’Omo sono state perciò costruite tre dighe per un investimento complessivo
di circa 5 miliardi di dollari. L’ultima, la Gilbel Gibe III di progettazione e
realizzazione dell’italiana Salini-Impregilo-, è stata inaugurata nel dicembre 2016
ed è collegata alla più grande centrale idroelettrica d’Africa. Sorge 300
chilometri a Nord del confine tra Etiopia e Kenya e ha già fortemente stravolto
gli equilibri dell’intera regione.
La diga infatti ha messo fine
alle esondazioni stagionali del fiume Omo (da cui 100mila indigeni etiopi
dipendono per abbeverare le loro mandrie e coltivare i campi) per convogliare
quasi il 50% dell’acqua verso i 150mila ettari che l’Ethiopian Sugar Corporation
ha trasformato in piantagioni intensive di canna da zucchero. Ma il peggio
succede a valle, dove il minor afflusso di acqua nel Turkana (aggravato dall’aumento
dell’evaporazione) ha ridotto di diversi metri il livello dell’acqua.
Sean Avery, specialista in
idrologia e risorse idriche, è stato uno dei primi esperti a rendersi conto delle
conseguenze catastrofiche che le dighe etiopi avrebbero potuto avere sulla
zona. Già nel 2013, con il suo studio “What future for Lake Turkana?” pubblicato
dal Centro di Studi Africani dell’Università di Oxford, spiegava: “Nel Turkana
la presenza di pesce tende ad essere maggiore durante i periodi di piena. Le
inondazioni diluiscono l’acqua del lago e abbassano i livelli di salinità,
oltre a rifornire il lago di quei sedimenti che, riducendo la visibilità,
obbligano il pesce a spostarsi sulla superficie del lago e vicino alle rive, a
tutto vantaggio dei pescatori”. Appena due anni dopo, le sue dichiarazioni rilasciate
a Human Rights Watch erano funeste: “Il Turkana rischia di trasformarsi nell’Aral
africano. Il lago si sta asciugando, si è abbassato già di due metri e con la
messa a servizio della diga Gibe III potrebbe abbassarsi di oltre 20 metri (la
sua profondità media è di circa 30). In definitiva, nel prossimo futuro
potrebbe ridursi a due piccoli laghi, quello settentrionale alimentato dall’Omo
e quello meridionale dai più piccoli Turkwell e Kerio. I danni per la pesca
sarebbero incalcolabili”. Ebunu Lobuin fa parte della comunità di pescatori
Turkana ed è spaventato da ciò che sta accadendo sotto i suoi occhi: “Ogni
mattina mi sveglio e vado a pescare. Solo così posso sperare di trovare del
cibo per nutrire i miei figli. Il lago è la mia vita. Se dovesse prosciugarsi
non rimarrebbe più niente. Come potremo pescare se non ci sarà più acqua? Le
reti diventeranno oggetti inutili.”
Le istituzioni sono in silenzio.
Nei primi anni duemila la Banca Mondiale incoraggiò l’Etiopia a sfruttare le
abbondanti risorse idriche del Paese per favorire l’agricoltura nelle sue
pianure semi- aride. In un concept paper pubblicato nel 2004, la Banca
giustificava gli impatti sullo sviluppo del lago Turkana sulla base del fatto
che “in quella zona non c’è uno sfruttamento significativo delle acque” e che
“il governo del Kenya potrà trarre beneficio dai progetti dell’Etiopia”. Il
documento tuttavia sottolineava la necessità di ricerche più approfondite sui
problemi sociali che sarebbero potuti sorgere a seguito di spostamenti di
popolazione.
Spostamenti che l’associazione
americana International Rivers aveva previsto in un suo studio del 2013: “Una
riduzione di 20 metri nel livello dell’acqua sposterà l’estremità
settentrionale del lago fino a 40 chilometri verso Sud, creando un ponte
terrestre interamente all’interno del Kenya. Significherebbe che i Daasanach
(‘il popolo del delta’), la maggior parte dei quali è ufficialmente etiope, si
troverà costretta a seguire il lago mentre si allontana in pieno territorio keniota;
ciò potrebbe scatenare tensioni etniche e territoriali”. Previsioni come questa
non sono state ascoltate né dal governo etiope, le cui analisi di impatto
ambientale e sociale si sono rivelate quanto meno sottostimate, né da quello
keniota.
“Si sono completamente
dimenticati di noi”, dicono alcuni pescatori del golfo di Ferguson, non lontano
da Kalokol. “Sanno benissimo che non sappiamo dove andare. Non c’è più tempo
ormai, fra poco qui potrebbe non rimanere più nulla”.
Scarse le azioni legali avviate
in questi anni: nel marzo 2016, Survival International presentò un’istanza all’Organizzazione
per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) contro Salini- Impregilo per
non aver richiesto il consenso della popolazione locale prima di avviare i
lavori di costruzione della Gibe III. Non solo l’istanza è rimastasenza
conseguenze ma il colosso delle costruzioni è al lavoro su una quarta diga
(Gibe IV) e progetta già la quinta (Gibe V), al termine della quale l’Etiopia
avrà più che triplicato la propria produzione di energia elettrica e diventerà
uno dei principali esportatori africani.
Dalle parti di Kalokol, intanto,
i pescatori dormonò in spiaggia, sotto ai banchi del pesce messo aessiccare. Ai
primi chiarori dell’alba si dirigono con le reti verso l’acqua, temendo di
dover fare ogni giorno un passo in più per raggiungerla.



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