Luigi Montagnini - Altreconomie
11 settembre 2018
“Un disastro. Condizioni igieniche
pessime”. Così mi ha risposto il mio amico Loris quando, a Natale, gli ho
chiesto come stesse procedendo la sua missione in Bangladesh. È proprio in
Bangladesh che hanno cercato rifugio le centinaia di migliaia di Rohingya fuggiti
dal Myanmar dallo scorso mese di agosto. Sono 647.000 secondo le stime
dell’UNHCR, di cui tantissimi i bambini (vedi Altreconomia 200). I problemi per
i Rohingya non nascono nell’agosto del 2017, quando la violenza è scoppiata senza
distinguere uomini, donne e bambini, ma da allora la crisi ha assunto
dimensioni enormi.
Dopo una prima fase in cui
l’emergenza è stata soccorrere le vittime della violenza, ferite da arma da
fuoco, pestaggi e ustioni per gli incendi appiccati ai villaggi, ora si è
passati al prestare aiuto ai rifugiati. Sono tutti accampati con mezzi di
fortuna, concentrati in un territorio ristretto malsano.
Camminano per giorni attraverso
la giungla e le montagne, risaie, fango, umidità e caldo, alcuni dopo aver
attraversato in barca il Golfo del Bengala. Arrivano senza sosta, esausti, affamati
e ammalati. La maggioranza sono donne e bambini, molti neonati. Alcuni bambini
non sono ancora nati, hanno viaggiato per giorni protetti dal ventre delle loro
madri, ma nasceranno in mezzo al fango dei campi di Kutupalong e Nayapara.
Condizioni igieniche pessime significa non avere acqua. Non avere latrine. Non
avere assistenza sanitaria di base. Essere malnutriti. Essere esposti a
infezioni come polmoniti e diarrea. Essere a rischio di epidemie molto gravi: sono
molti i casi di difterite, una delle malattie che nella stragrande maggioranza
dei Paesi al mondo abbiamo dimenticato che esistesse, grazie ai vaccini.
Secondo il WHO, nel 2016 130 Paesi hanno raggiunto almeno il 90% di copertura del
vaccino DPT3, quello che fornisce protezione contro il tetano, la pertosse e la
difterite. In Europa, in tutto il 2015, ci sono stati 65 casi di difterite.
Solo a dicembre, nei campi Rohingya in Bangladesh, erano già più di 2mila i
casi segnalati, la maggior parte in minori tra i 5 e i 14 anni. La difterite è
così poco diffusa nel mondo che è difficile recuperare dosi di DAT,
l’antitossina difterica, il rimedio più efficace per contrastare gli effetti
mortali dell’infezione. MSF, insieme ad altre organizzazioni mediche, si sta
occupando di allestire centri per la cura della difterite e per vaccinare in
massa i rifugiati. La maggior parte dei Rohingya non è mai stata vaccinata: in
Myanmar l’accesso alle cure mediche di base, incluse le vaccinazioni, è
estremamente difficile per loro. Inoltre, non è facile spiegare a una
popolazione che non è mai stata vaccinata quali siano i benefici dei vaccini
(non che sia più facile spiegarlo a una popolazione di vaccinati).
Già meno di un mese fa, i Rohingya
erano stati destinatari di una campagna di vaccinazione contro il morbillo e
molti di loro non comprendono come mai abbiano bisogno di un ulteriore vaccino.
Per ottenere l’immunità una persona non vaccinata deve ricevere due almeno due
iniezioni, e non sempre è facile garantire che le riceva entrambe. I casi di
difterite vanno ad aggiungersi all’epidemia di morbillo già in corso e
all’enorme carico di bisogni medici generali che affliggono molte di queste persone,
soprattutto nell’ambito ostetrico. I Rohingya non sono il primo popolo in minoranza
non riconosciuto e ghettizzato. Non sono i primi che subiscono violenze orribili
e sfidano la disperazione. Non sono i primi che vivono in stato di necessità
urgente di assistenza sanitaria. Quello che differenzia questo disastro
umanitario da altri, è che lo possiamo seguire in diretta.
86% è la percentuale di bambini nel mondo che
durante il 2016 ha ricevuto le 3 dosi previste di vaccino contro la difterite
il tetano e la pertosse (dati WHO)

Nessun commento:
Posta un commento