Chiara Spadaro - Altreconomie
04 Settembre 201
04 Settembre 201
“Chiuso per mietitura”. Un fine
settimana l’anno, a inizio luglio, il forno Brisa chiude la sua bocca e si
prende il tempo di un piccolo viaggio: 525 chilometri separano il centro
storico di Bologna dal borgo di Nocciano (PE), dove ci sono 16 ettari coltivati
con miscugli di grani, teneri e duri. Sono dell’azienda biologica di Pasquale
Polito, 31enne fondatore dell’hardcore bakery bolognese, che dell’idea dei
miscugli varietali in campo ha fatto una metafora da usare nel lavoro, “per
sostenere il concetto di squadra e partecipazione”, dice. Erano in cinque
quando hanno aperto il primo punto vendita nel 2015 e sono in 20 oggi, mentre
progettano una nuova apertura -la terza, sempre a Bologna- per l’autunno 2018.
“Anche nel nostro gruppo, come in campo, c’è una coevoluzione e serve un
adattamento”. E per capire davvero cosa sia un “pane agricolo”, tutta la
giovane squadra di Brisa scende in Abruzzo per una formazione unica nel suo
genere. Dopo aver conosciuto il fornaio Davide Longoni a un incontro
organizzato da Rete Semi Rurali nell’azienda agricola bio Floriddia, a Peccioli
(PI), Pasquale ha deciso di iscriversi all’alto apprendistato per panettieri
dell’Università di Scienze gastronomiche di Pollenzo (CN). Un percorso lungo il
quale ha incontrato i compagni di strada con cui poi ha realizzato Brisa. Anche
per questo ritiene che la formazione abbia un’importanza centrale, tanto che
vorrebbe costruire una scuola per fornai diversa dai rari corsi sulla classica
“arte bianca” che esistono in Italia. “Noi, intanto, ripartiamo dai campi. Per
conoscere meglio i grani, ma anche per confrontarci insieme sul futuro
dell’azienda”, che in questo momento aspira alla costruzione di un mulino a
Nocciano.
Ma anche quando stanno in città,
i ragazzi del forno Brisa riescono a costruire relazioni ecologiche virtuose:
“Siamo il primo socio aziendale di Arvaia, contiamo come 15 famiglie”, dice
Pasquale con orgoglio. I prodotti da forno, infatti, sono farciti con verdure
di stagione coltivate nell’azienda agricola cooperativa di cittadini fondata a
Bologna nel 2013. Le pagnotte di Brisa con i grani di Arvaia sono redistribuite
a tutti i soci della cooperativa agricola e, in cambio, al forno tornano le
verdure bio. Questa capacità di fare rete è fondamentale secondo Domenico
Maffeo, che ha 36 anni e da due è il presidente della cooperativa agricola
Fattoria Rio Selva di Preganziol (TV) Domenico ha una formazione da architetto
e, dopo alcune esperienze in Africa in progetti di co-sviluppo con le comunità
migranti veneziane, ha avuto l’opportunità di entrare nel progetto di Bruno
Moro che, con la moglie Anna Maria Cagnin, nel 1967 aveva acquistato dei
terreni lungo il fiume Serva. Dieci ettari di terra in un ricco contesto
ecologico, dove oggi si coltivano ortaggi e cereali, e si sta rilanciando un
progetto di panificazione contadina, in sinergia con altre esperienze locali
-come la rete d’impresa “Grani Resistenti”, in Riviera del Brenta, e la filiera
dei cereali antichi dell’Associazione veneta produttori biologici.
Accanto, la casa contadina del
1700 è stata trasformata in un cohousing della rete “Mondo di comunità e
famiglia” dove abitano quattro famiglie. Da un anno Rio Selva fa parte di
“Oltreconfin”: un nuovo Distretto di economia solidale (Des), nato per
alimentare “altri percorsi di sovranità alimentare e agroecologia”. Oggi sono
una decina le realtà produttive associate e circa 100 i soci individuali del
Des. Insieme vogliono costruire un progetto basato sul modello della “comunità
che supporta l’agricoltura” (Csa), in cui cittadini e agricoltori pianificano
le produzioni, le prefinanziano e sostengono la trasformazione dei prodotti in
modo partecipativo. Per Domenico, infatti, “l’agricoltura del futuro è al
servizio delle comunità e cogestita dalle reti locali, per far crescere la
consapevolezza sulla sovranità alimentare e la resilienza ecologica”.
Attraverso il coinvolgimento
della comunità locale, Manuela Pierobon non è solo riuscita a far riconoscere
alle persone una pianta che era stata storicamente coltivata nel bellunese, ma
poi abbandonata -la canapa-, ha anche restituito un senso educativo a questa
pratica agricola, ridando dignità alla coltivazione su piccola scala. Manuela è
nata a Soccher, una frazione di Ponte nelle Alpi (BL) a est della Piave. In 36
anni, ha assistito alla trasformazione di questo territorio marginale. “Sono
nata in un ambiente in equilibrio, dove negli orti crescevano tante diverse
varietà, accanto a giardini che davano frutti e legna per scaldarsi”. Dopo la
laurea in Scienze e tecnologie per l’ambiente e il territorio a Padova, Manuela
ha ricostruito la storia del suo paese, raccogliendo numerose testimonianze
sulla coltivazione della cannabis sativa. Da questa esperienza culturale è nata
una mostra che ha creato stupore e curiosità tra gli abitanti. “Abbiamo fatto
numerosi incontri, perché c’era la necessità di sensibilizzare, per superare i
pregiudizi. Le persone hanno partecipato attivamente e, gradualmente, abbiamo
reintrodotto la canapa a partire da una piccola coltivazione manuale su 500
metri quadri: la prima dagli anni 30 in Provincia di Belluno”. I semi (che
all’epoca si potevano acquistare solo in sacchi da 25 chilogrammi) sono stati
condivisi tra gli agricoltori, che hanno potuto sperimentare la reintroduzione
della canapa.
Oggi in paese si coltivano 16
ettari e Manuela ha un assegno di ricerca in un progetto dell’Università Ca’
Foscari di Venezia sul “Miglioramento dell’efficienza della produzione di
canapa come opportunità di innovazione e sviluppo dei territori marginali
collinari”. Per Manuela “gli agricoltori hanno un ruolo di presidio del
territorio”. Una cura capace di “costruire il paesaggio con la bellezza”, facendo
delle scelte ecologiche di tutela della terra. Nadia Zorzin ha preso questa
scelta quando sono nati i suoi figli e da Trieste si è trasferita a Fiumicello
(UD), “per avere un’altra possibilità. La mia famiglia non è contadina, ma
abbiamo un terreno di proprietà”, racconta. Sette ettari che s’immaginava
diversi: “Quando siamo arrivati pensavamo di entrare in un immaginario più
bucolico”, nei campi vicino al loro si facevano molti trattamenti chimici. “Nel
2013 abbiamo deciso di gestire direttamente la nostra terra, iniziando da un
piccolo bosco, per rigenerare l’ambiente”. Oggi nell’azienda di Nadia, “Terra
di Ciona”, c’è uno dei più grandi frutteti di pesche bio del Friuli: due ettari
con 14 varietà, che maturano tra fine giugno a metà agosto. “Valorizzare la
diversità varietale è fondamentale per il futuro dell’agricoltura -dice-, come
conservare e riprodurre le varietà più interessanti e forti, adattate nel tempo
al terreno e al clima dove si coltivano”. Di formazione Nadia è grafica e,
sfruttando il suo precedente lavoro, ha creato il sito terradiciona.com, dove
le persone possono facilmente ordinare online frutti e ortaggi da lei coltivati
e il pane preparato da un forno locale con il lievito madre e i suoi cereali
-farro monococco, frumento, orzo e mais, a partire da un pugno di chicchi di
rosso di Aquileia, donatole da un agricoltore. “Poi di giovedì faccio le
consegne, direttamente casa per casa”. Mantenere la relazione con i clienti,
infatti, è un aspetto a cui Nadia non vuole rinunciare. “La vendita attraverso
gli intermediari non è gratificante. I miei clienti sono quasi tutti cittadini
e sono interessati a conoscere meglio il mio lavoro, per dargli il giusto
valore. Così ho la possibilità di costruire un incontro tra il mondo agricolo e
cittadino e creare rapporti di fiducia e onesti, in un momento storico in cui
la diffidenza cresce”.
Da questo punto di vista,
Giovanni Battista Girolomoni pensa che la crescita del mercato bio vada
sostenuta dalle filiere agricole e da “un tessuto culturale capace di
appoggiare la conversione naturale”. Un percorso possibile solo se la ricerca
abbraccia i valori contadini. Giovanni ha bene in mente “i valori della
tradizione”, come li chiama: è uno dei tre figli di Gino Girolomoni, fondatore
nel 1977 con la moglie, Tullia Romani, della cooperativa Alce Nero a Isola del
Piano (PU).
“Sarai cresciuto tra i contadini,
mi dicono tutti. Io rispondo di no: sono cresciuto tra i muratori”. Giovanni
Battista è nato nel 1983 a Urbino e ha vissuto nel monastero trecentesco di
Montebello, ricostruito con pazienza dai genitori in tutte le sue parti, per
farne la casa della cooperativa: uno spazio aperto dal quale ricostruire una
nuova civiltà contadina. Giovanni ha iniziato a lavorare nella cooperativa dopo
la laurea in economia aziendale a Urbino, “per sviluppare il mercato italiano
del nostro nuovo marchio Montebello”, dopo la vendita del marchio Alce Nero nel
2004. “Ho iniziato a tessere relazioni con i Gruppi d’acquisto solidale e con i
negozi bio”, racconta. Dopo l’improvvisa morte del padre, nel 2012, è diventato
il presidente della cooperativa agricola Gino Girolomoni e con i fratelli oggi
porta avanti l’eredità familiare. “Ciascuno di noi vive in modo diverso questa
responsabilità”, spiega. Samuele, 43 anni, si occupa della parte agricola e
Maria, 30, l’agriturismo e la comunicazione. “Fin da piccolo accompagnavo la
mamma nel negozio bio che gestiva dal ’78 a Urbino, uno dei primi in Italia. La
mia formazione è iniziata lì: a contatto con la dimensione umana del
biologico”.
Oggi sono due le cooperative:
Montebello -nata nel 2008 per valorizzare la filiera agricola e sostenere un
processo di conversione bio della Regione Marche, conta oggi 200 agricoltori e
15mila ettari- e Girolomoni, che ha 30 soci, 50 dipendenti e un fatturato di
11,5 milioni di euro (2015). Il loro prodotto principale è la pasta, fatta solo
con grano italiano, e il futuro sta in un mulino: “Il nostro sogno è poter
macinare da soli tutta la semola che usiamo per fare la pasta”. Un investimento
di 3 milioni di euro grazie al quale nel 2019 Girolomoni potrebbe essere la
prima azienda italiana bio a chiudere la filiera della pasta. Grazie alla
visione delle nuove generazioni.

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