OXFAM - TERRA04 Settembre 201
Mentre l’industria agroalimentare
globale genera ogni anno profitti miliardari, l’ingiustizia della povertà è
ancora molto diffusa tra gli agricoltori di piccola scala e i lavoratori che
producono e trasformano il nostro cibo. Il nuovo rapporto globale di Oxfam
Maturi per il cambiamento, pone l'accento sulla sistematica presenza di abusi
nelle filiere agroalimentari di tutto il mondo, dimostrando come un modo
diverso di gestire il business, in un approccio fondato sul rispetto dei
diritti umani e dei diritti dei lavoratori e meno condizionato dall’implacabile
corsa alla massimizzazione dei dividendi degli azionisti, possa cambiare la
vita di milioni di persone. Questo studio, realizzato da Oxfam Italia e Terra!,
fotografa le condizioni di grave sfruttamento subite dai lavoratori che nelle
campagne italiane raccolgono la frutta e la verdura destinata agli scaffali dei
supermercati europei. Il rapporto sottolinea soprattutto le condizioni di
vulnerabilità che affliggono donne e migranti, spesso reclutati da caporali e
costretti a vivere e lavorare in condizioni inumane e degradanti.
1 INTRODUZIONE
Negli ultimi 30 anni, il settore
agricolo ha sviluppato nuove forme di produzione e aumentato la sua
produttività, ma è ancora fortemente dipendente da manodopera a basso costo.
Una condizione che si riscontra soprattutto in tutti quei paesi in cui la
domanda di lavoro agricolo è tipicamente stagionale e si basa sullo spostamento
dei lavoratori da un'azienda all'altra in base ai singoli raccolti.
È in questi contesti che lo
sfruttamento economico dei lavoratori, che producono cibo a basso costo per la
vendita al dettaglio, fiorisce e dilaga. Una situazione che si ripete in gran
parte d’Europa, dove l'agricoltura è uno dei settori più colpiti dalla piaga
del lavoro nero e dello sfruttamento.
In Italia, la negazione
sistematica dei diritti del lavoro di donne e uomini, soprattutto migranti
provenienti da Europa e Africa, è un fenomeno strutturale della produzione
stagionale di frutta e verdura come pomodori, peperoni, arance, fragole,
meloni, uva, angurie e olive. Prodotti che arrivano freschi o trasformati sugli
scaffali dei supermercati di tutto il vecchio continente.
L’alto tasso di irregolarità e
lavoro sommerso nel settore rendono estremamente difficile la quantificazione
del fenomeno. Stime ufficiali più recenti dimostrano che nel 2015 erano circa
405.000 i lavoratori stranieri regolarmente impiegati nell’agricoltura italiana,
pari al 48% della forza lavoro totale nel settore. Nello stesso anno, le donne
rappresentavano il 27% della forza lavoro agricola in Italia.
Questi dati però, non catturano
l’esercito di lavoratori italiani e migranti impiegati nel settore senza un
regolare contratto di lavoro o con contratti non regolari. Una distorsione
strutturale della nostra agricoltura presente soprattutto in quelle aree
geografiche e filiere di produzione caratterizzate dalla disaggregazione della
parte agricola, il cui operato è spesso difficile da monitorare.
Stime dell’Osservatorio Placido
Rizzotto rilevano che nel 2015, erano circa 430.000 i lavoratori irregolari in
agricoltura e potenziali vittime di caporalato, 100.000 i lavoratori in
condizioni di sfruttamento e grave vulnerabilità. Di questi, l'80% erano
cittadini stranieri, mentre le donne, che a parità di tipologia di lavoro e
orario sono spesso sottopagate rispetto agli uomini, rappresentano il 42% dei
lavoratori informali in agricoltura.
Le diverse forme di sfruttamento,
violazione dei diritti e abuso includono orari di lavoro molto lunghi, con i
lavoratori piegati nei campi tra le 8 e le 12 ore al giorno, esposti a
pesticidi tossici e costretti a lavorare con temperature altissime in estate e
estremamente rigide in inverno, per un guadagno netto tra i 15 e i 30 euro al
giorno, cifra ben al di sotto del minimo legale di 47 euro al giorno. Per molti
si aggiungono anche condizioni abitative ed igienico-sanitarie estremamente
precarie, all’interno di fabbricati dismessi vicino alle aziende agricole o più
isolati in zone periferiche lontane chilometri dai campi in cui lavorano. Sulle
donne, prevalentemente straniere, si registrano anche casi di violenza fisica e
sessuale.
Un quadro aggravato anche dagli
abusi perpetrati dai caporali, in un sistema di reclutamento della manodopera e
organizzazione delle squadre di braccianti non di rado basato su minacce,
intimidazioni, sfruttamento e violenza soprattutto sui lavoratori più
vulnerabili e obbligati ad accettare qualsiasi condizione.
Troppo spesso gli operatori della
Grande Distribuzione Organizzata (GDO) impongono ai produttori prezzi di
acquisto delle materie prime troppo bassi, che si ripercuotono sulla vita dei
braccianti. Ne è un esempio la pratica delle aste al doppio ribasso, utilizzate
da alcune catene di supermercati per assicurarsi la fornitura di prodotti al
miglior prezzo possibile, scaricando tutti i costi di produzione sui primi
anelli della filiera.
2 DONNE E MIGRANTI TRA I PIU’
VULNERABILI
Negli anni, l’intero comparto
agricolo italiano, soprattutto al Sud, ha subìto la progressiva espansione di
poche grandi aziende di trasformazione e distribuzione, che hanno via via
inglobato i marchi più piccoli e consolidato il loro potere di mercato. In
questo contesto, per molti produttori agricoli locali il taglio dei costi di
produzione è coinciso con il ricorso a manodopera a basso costo, alimentando
situazioni di sfruttamento soprattutto tra le fasce di lavoratori più
vulnerabili: le donne e i migranti. I migranti “irregolari”10, provenienti
prevalentemente dal continente africano, rappresentano senza dubbio la più
ampia sacca di manodopera a rischio di sfruttamento lavorativo. Risiedere in
Italia senza un regolare permesso di soggiorno è un reato: una condizione che
preclude qualsiasi possibilità di poter essere assunto in modo regolare dal
datore di lavoro e che spinge inevitabilmente le persone ad accettare
condizioni di vita e di lavoro disumane pur di sopravvivere.
Tuttavia, i casi di sfruttamento
denunciati nel corso degli ultimi anni in Italia hanno dimostrato che avere un
regolare permesso di soggiorno non garantisce l’immediato rispetto dei diritti
dei lavoratori e che anche i cosiddetti migranti regolari sono spesso vittime
di grave sfruttamento. È il caso, ad esempio, di un crescente numero di
lavoratori provenienti da paesi europei come Romania e Bulgaria, preferiti dai
datori di lavoro che sfruttano il loro diritto – e regolare permesso –di
circolare e lavorare liberamente nei paesi dell’Unione Europea, senza incorrere
nelle sanzioni previste per l’impiego di stranieri extracomunitari. O anche il
caso dei richiedenti asilo e rifugiati politici inseriti nei sistemi nazionali
di accoglienza e protezione, pagati con salari ancora più bassi solo in virtù
del fatto che lo Stato già fornisce loro vitto e alloggio.
È sempre più ricorrente, quindi,
trovare da nord a sud situazioni di disuguaglianza e trattamenti differenti
nella retribuzione dei braccianti a seconda del loro paese di provenienza e del
loro livello di integrazione. In Sicilia, ad esempio, la comunità tunisina,
presente sul territorio sin dagli anni ’90 e quindi maggiormente integrata,
riesce a contrattare paghe orarie anche in linea col salario minimo legale. Al
contrario, quella proveniente dalle province rurali più povere della Moldavia
romena, stanziatasi nell’isola solo a partire dal 2008 (quando la Romania è
entrata nell’UE), accetta di lavorare anche per metà della paga minima. Le
donne, sia italiane che straniere, sono impiegate soprattutto nelle filiere
ortofrutticole che richiedono una maggiore abilità nel maneggiare frutti
delicati come l'uva e le fragole. La loro vulnerabilità è frutto di una serie
di fattori strutturali di disparità di genere, tra cui la necessità di quest'ultime
di sostenere economicamente se stesse e le loro famiglie, fatto che le
costringe ad accettare condizioni di lavoro molto dure: stipendi decurtati,
intimidazioni, minacce, violenze fisiche e psicologiche. I dati e le
testimonianze disponibili evidenziano che generalmente le donne vengono pagate
il 20-30% in meno rispetto agli uomini per lo stesso tipo di lavoro e che sono
maggiormente soggette a ricatti.
Rilevante è anche il fenomeno dei
ricatti e degli abusi sessuali ai danni delle lavoratrici nelle filiere
agricole. Ne è testimonianza lo sproporzionato numero di aborti delle ragazze
romene registratosi negli ospedali della provincia siciliana di Ragusa: 119 nel
2015 e 111 in 2016, pari al 20% degli aborti nell’intera provincia, la terza più
grande in Europa per produzione di ortaggi, dove oltre 2.000 donne vivono in
condizioni d grave sfruttamento.
3 LE MOLTEPLICI FORME DI ABUSO
SUBITE DAI BRACCIANTI
‘Lavoriamo dalle 6 del mattino
alle 6 della sera, tutti i giorni della settimana, per 25euro al giorno.
Possiamo fermarci solo 10 minuti per mangiare’. Un lavoratore del Mali, 24
anni, in Campania. Intervista di Oxfam, luglio 2017
Molti studi, rapporti e indagini
condotti in Italia negli ultimi anni fotografano un quadro complesso di diverse
forme di abuso ai danni dei lavoratori delle filiere ortofrutticole.
Tra queste troviamo:
• Stipendi di gran lunga
inferiori al minimo sindacale indicato dai contratti collettivi di lavoro.
• La sistematica violazione della
normativa in materia di orari di lavoro, tra cui la negazione di pause
giornaliere, ferie annuali e riposi settimanali;
• Condizioni di lavoro non sicure
e insalubri; • Condizioni abitative e qualità della vita estremamente precarie,
con lavoratori costretti a vivere in tuguri fatiscenti, tendopoli o container.
• Eccessivo controllo delle vite
dei lavoratori da parte dei datori di lavoro, tra cui una vera e propria
sorveglianza o altre forme di abuso della vulnerabilità sociale e legale di
questi lavoratori;
• Abusi sessuali, fisici o
verbali, e violenza nei confronti delle donne.
I braccianti vittime dello
sfruttamento lavorano normalmente tra le 8 e le 12 ore al giorno, spesso 7
giorni su 7 senza nessuna pausa, e sono notevolmente sottopagati. Possono
guadagnare tra i 22 e i 30 euro al giorno - il 50% in meno del minimo legale
stabilito (nel 2017 pari a 47 Euro). Molti di loro, invece, vengono pagati
" a cottimo", con lavoratori che guadagnano tra i 3-4 euro per ogni
300 kg di pomodori raccolti.
Il mancato pagamento degli
stipendi, così come i pagamenti parziali o in ritardo, sono pratiche molto
comuni. Come riportato da FLAICGIL, nella maggior parte delle buste paga dei
braccianti - anche di quelli assunti con un regolare contratto a tempo pieno –
non risultano mai tutte le giornate effettivamente lavorate; molte vengono
arbitrariamente detratte sotto forma di "tasse".
Le condizioni di lavoro nelle
serre sono estremamente dure. I lavoratori sono costretti a sopportare il caldo
soffocante in estate e temperature molto basse in inverno, nonché a respirare
continuamente sostanze nocive per la loro salute come pesticidi ed erbicidi. Le
pause per utilizzare i bagni o per mangiare non sono sempre garantite e se ci
sono, sono estremamente brevi.
Anche le condizioni abitative in
cui vivono molti lavoratori agricoli, soprattutto migranti, riflettono
pienamente la condizione di sfruttamento che li affligge. Baraccopoli, palazzi
ormai in disuso o fabbriche abbandonate nel mezzo delle campagne, veri e propri
ghetti più o meno distanti dalle aree urbane, senza acqua corrente, elettricità
o riscaldamento. In base alle stime dell'Osservatorio Placido Rizzotto, il 60%
degli agricoltori irregolari non ha accesso all’acqua potabile o ai servizi
sanitari.
4 IL CAPORALATO:
DALL’INTERMEDIAZIONE ILLECITA AL CONTROLLO COMPLETO DELLE VITE DEI LAVORATORI
Fenomeno strutturale
dell’agricoltura ma anche dell’edilizia in Italia, si definisce ‘caporalato’
quel sistema illecito di reclutamento e organizzazione della manodopera
attraverso il quale gli intermediari, detti appunto ‘caporali’, assumono, per
conto dell’imprenditore e percependone una tangente, operai giornalieri, al di
fuori dei normali canali di collocamento e senza rispettare i diritti dei
lavoratori.
Il caporalato non è un fenomeno
nuovo in Italia: è parte del mercato del lavoro stagionale del paese da
decenni. Tuttavia, negli ultimi anni si è andata delineando una nuova figura di
caporale che va ben oltre il ruolo di intermediario tra domanda e offerta di
lavoro. Oggi, il caporale esercita un controllo completo sulla vita dei
braccianti, gestendone le assunzioni e la paga e provvedendo, dietro compenso,
a tutte le atre necessità: cibo, casa, trasporti ecc.
Il sistema del caporalato è
ampiamente utilizzato nella raccolta stagionale di frutta e verdura come
pomodori, arance, fragole e uva da vino. Nel 2015, le ispezioni condotte dalla
FLAI-CGIL su 8.862 aziende agricole in oltre 80 zone di produzione, hanno
documentato la presenza 6.158 lavoratori irregolari e 713 casi di caporalato.
Si tratta di un fenomeno che
spesso conviene a tutti. Nelle province agricole italiane, in particolare
quelle meridionali, gli uffici di collocamento sono del tutto inefficaci. I
lavoratori fanno quindi riferimento a persone della loro comunità per ottenere
il lavoro. I caporali garantiscono la giornata di lavoro nei campi e i servizi
accessori, trasporti, cibo, acqua. Ci lucrano e ne traggono guadagni illeciti.
Ma, nella visione di chi lo pratica e di chi ne fa uso, il caporalato è un
normale meccanismo di intermediazione lavorativa, in cui il caporale è
l’interfaccia tra le squadre di lavoratori e l’imprenditore agricolo. Il
sistema del caporalato, infatti fiorisce e si propaga in tutti quei contesti in
cui vi è:
• Un'elevata domanda di forza
lavoro flessibile e per brevi periodi, soprattutto durante le stagioni del
raccolto;
• Un sistema produttivo altamente
frammentato e non integrato;
• Isolamento e lontananza dei
campi di raccolta (es. zone rurali molto isolate e remote) in cui è impossibile
fare controlli, o dove le condizioni di lavoro sono estreme (es. nelle serre);
• Inefficienza strutturale delle
Organizzazioni dei Produttori (OP) che non rappresentano e tutelano in modo
adeguato gli interessi dei piccoli produttori;
• La presenza di organizzazioni
criminali;
• La mancanza di sistemi
ufficiali di reclutamento.
Nel sistema del caporalato, il
reclutamento della manodopera avviene in modo arbitrario spesso sfruttando le
condizioni di vulnerabilità e fragilità economica e sociale dei braccianti,
trattenendo illegalmente parte delle loro paghe giornaliere come ricompensa per
averli fatti lavorare e arrivare ai campi. Per ogni giornata di lavoro, i
braccianti possono pagare al caporale fino a 5euro per il trasporto sul campo
e, se senza alternative, potrebbero essere costretti ad acquistare anche il
cibo e l’acqua, ad un prezzo certamente maggiore di quello che pagherebbero nei
negozi (ad esempio 1.50 euro per mezzo litro d’acqua e 3.50 euro per un
panino). A fine giornata, una quota fino a 10 euro - ovvero un terzo dello
stipendio dei braccianti –potrebbe essere illecitamente trattenuta dal caporale
per ogni lavoratore reclutato al mattino.21 Simulazioni dell’Osservatorio
Placido Rizzotto/FLAI/CGIL calcolate sulla base di una stagione tipo nella
raccolta dei pomodori, indicano che una squadra di caporali può guadagnare
anche fino 225.000 Euro al mese, ripartiti in modo gerarchico all’interno del
gruppo.
In alta stagione, centinaia di
autobus viaggiano per migliaia di chilometri su strade dissestate per portare i
lavoratori dalle città alle serre. I caporali raccolgono i braccianti nelle
principali piazze o rotonde dei paesi al mattino molto presto, spesso prima
delle 3. Per raggiungere i campi ci vogliono anche due o tre ore, ma i tempi di
viaggio di andata e ritorno non sono conteggiati, nemmeno in parte, nell’orario
di lavoro.
Negli ultimi 10 anni, l'aumento
di domanda e offerta di lavoratori migranti nell’agricoltura stagionale in
Italia ha fatto aumentare la richiesta di caporali stranieri, di fatto
subordinati ai caporali italiani e in grado di facilitarne le attività di
reclutamento della manodopera. Per molti braccianti stranieri, soprattutto
coloro che non hanno regolare permesso di soggiorno, il caporale della propria
comunità rappresenta l’unico punto di riferimento per lavorare e sopravvivere.
Una condizione che li rende ancora più ricattabili e vulnerabili ad ogni forma
di sfruttamento.
Nonostante il sistema del caporalato
sia costruito su una piramide del tutto maschile, il reclutamento delle donne,
soprattutto italiane, viene sempre più gestito da caporali donne. Una tendenza
chiara se si osservano le percentuali crescenti degli arresti di donne accusate
del reato di caporalato e spiegabile sulla base di una presunta maggiore
facilità delle donne di convincerne altre ad accettare determinate condizioni
di lavoro, abusandone della loro fiducia e vulnerabilità.
5 AFFRONTARE LE VERE CAUSE DELLO
SFRUTTAMENTO DEL LAVORO AGRICOLO: PROGRESSI E RACCOMANDAZIONI
Ad ottobre del 2016, l’Italia ha
compiuto un importante passo avanti nel contrasto ai fenomeni di sfruttamento
del lavoro in agricoltura, approvando una nuova legge contro il caporalato
(L.n.199/2016) che introduce misure più severe per arginare il problema. Tra
queste, le sanzioni ai datori di lavoro, la confisca dei beni, forme di
protezione per le vittime e ispezioni sul luogo di lavoro. La legge ha
sostanzialmente aggiornato le disposizioni previste nell’articolo 603bis del
Codice Penale, mettendo nel mirino della sanzione penale non soltanto
l’intermediario – il caporale - ma anche il datore di lavoro che “sfrutta la
condizione di bisogno o necessità dei lavoratori”. Inoltre, la consumazione del
reato non è collegata esclusivamente a condotte violente o minacce bensì la
legge individua come indicatore della condizione di sfruttamento anche la
presenza di paghe più basse rispetto a quelle individuate dai contratti
territoriali stipulati con i sindacati nazionali maggiormente
rappresentativi.30
Le modifiche introdotte dalla
nuova legge sono un’importante conquista rispetto al passato.
L’introduzione di una forma di
responsabilità in solido delle aziende è il primo passo nella direzione di una
condivisione degli oneri lungo la filiera. Tuttavia a queste misure,
prevalentemente di carattere repressivo, sarà necessario affiancare forme di
prevenzione del fenomeno, agendo sui vari anelli della filiera con misure che
intervengano prima del riscontro di un illecito.
Accanto alla dimensione punitiva,
occorre infatti promuovere 'un approccio di filiera’ che punti ad aumentare la
trasparenza nell'intera catena produttiva allo scopo di prevenire il caporalato
e lo sfruttamento del lavoro in agricoltura. Perché lo sfruttamento nei campi e
il caporalato non sono altro che gli ultimi anelli di una filiera non
sostenibile, in cui i grandi marchi e la grande distribuzione comprimono i
costi riducendo a zero il margine di guadagno del produttore. Una filiera di
cui conosciamo poco o niente - come sottolineato in questi anni dalla campagna
FilieraSporca - che vive nell’opacità e si autotutela schermandosi dietro
codici etici e certificazioni tese a scaricare sul più piccolo responsabilità
che invece vengono da lontano.
Solo agendo sugli anelli
successivi, facendo pressioni sulla grande distribuzione organizzata per
rendere trasparente la filiera si potrà ridare vita a un’agricoltura in affanno
e a un made in Italy che appare sempre più ripiegato su se stesso, tra
produttori strozzati e industriali con margini sempre più risicati. Perché il
caporalato è una conseguenza di tutto ciò, e non una causa. E per estirparlo
veramente non è sufficiente una legge, per quanto avanzata sia, ma serve una
reale azione politica e culturale in grado di rilanciare tutto il comparto.
L’auspicio è che entro dieci
anni:
1.
I consumatori trovino inaccettabile acquistare
cibo che sia frutto dello sfruttamento e della sofferenza umana;
2.
I governi abbiano ristabilito e rafforzato le
forme di protezione necessarie a tutelare i piccoli agricoltori e i lavoratori
e che abbiano posto un freno al potere dei giganti dell'industria alimentare;
3.
Gli agricoltori di piccola scala e i lavoratori siano
organizzati in un modo più efficiente, e le donne possano avere un ruolo
importante nelle contrattazioni e nel far rispettare i loro diritti;
4.
I supermercati e i fornitori abbiano cambiato il
loro modo di fare business, a favore di una distribuzione dei profitti più equa
tra tutti gli uomini e le donne che lavorano nella filiera.
Affinché questo auspicio diventi
realtà è necessaria in Italia un’azione sistemica da parte del Governo e del
settore privato, in particolare della GDO, per promuovere politiche che possano
contrastare alla radice le cause dello sfruttamento del lavoro agricolo. Le
richieste al Governo:
• Continuare ad introdurre e
implementare una legislazione vincolante per impedire pratiche di commercio
ingiuste che penalizzano gli agricoltori di piccola scala e sfruttano i
lavoratori. Un primo passo avanti in questa direzione è stato l'importante
protocollo di intesa nato su stimolo della campagna #Astenetevi condotta da
Terra!, Flai/CGIL e DaSud, che è stato siglato nel 2017 tra il Ministero
dell'agricoltura e alcune aziende della grande distribuzione per mettere fine
alle aste al doppio ribasso. Protocollo che ora va esteso e reso vincolante a
tutti gli attori della GDO.
• Promuovere una maggiore
tracciabilità e trasparenza della filiera imponendo:
A) l’obbligo di pubblicare la
lista completa dei fornitori per tenere traccia di tutti i passaggi lungo la
filiera;
B) l’obbligo di un sistema di
etichettatura trasparente che informi il consumatore sulla provenienza dei
prodotti e dei singoli passaggi avvenuti e permetta di aumentare il controllo
sociale della filiera;
• Introdurre meccanismi di
supporto ai produttori di piccola scala
• Migliorare il sistema delle OP
e rendere vincolante il contratto tra produttori e industriali per ovviare alla
attuale frammentazione che non tutela i produttori e scarica i costi sulla vita
dei lavoratori;
• Affrontare in modo sistemico la
questione migratoria prevedendo canali di accesso legali e sicuri e permessi di
lavoro temporaneo per evitare lo sfruttamento dei lavoratori migranti.
Le richieste ai supermercati:
• Dimostrare la piena
consapevolezza dei rischi di violazione dei diritti umani e dei diritti dei
lavoratori esistenti nelle proprie filiere e impegnarsi a neutralizzarli;
• Aumentare gli sforzi per abbondonare
definitivamente tutte pratiche commerciali scorrette come le aste al doppio
ribasso e impegnarsi ad adottare solo quelle che favoriscono il pieno rispetto
dei diritti umani e del lavoro, e una distribuzione del valore più equa tra
tutti gli attori della filiera;
• Migliorare in modo radicale
livelli di trasparenza lungo tutta la filiera di approvvigionamento, rendendo
pubbliche le informazioni relative ai fornitori di cui si servono e scegliendo
di acquistare solo da quelli che dimostrano un forte impegno in tema di
trasparenza

Nessun commento:
Posta un commento