Chiara Spadaro – Altreconomie
04 Settembre 201
04 Settembre 201
Dalle passate al futuro, il passo
è breve. Soprattutto se gli ingredienti lungo il percorso sono trasparenza,
solidarietà e biodiversità: i tre pilastri su cui poggia “La buona terra”, un
progetto di agricoltura sociale avviato in Campania dalla scorsa primavera per
sostenere filiere agricole eque. La Campania è “il maggiore bacino di
produzione di pomodoro trasformato, sia per numero di aziende (65 stabilimenti
su 110 italiani sono campani), sia per fatturato: 1,5 miliardi di euro su un
giro d’affari nazionale di 3,1 miliardi”, dice l’Associazione nazionale
industriali conserve alimentari vegetali. E proprio sull’oro rosso “La buona
terra” ha iniziato il suo primo progetto di rete, per coltivare pomodoro
biologico, pagato il giusto agli agricoltori, da trasformare in laboratori
artigianali locali e distribuire sul territorio nazionale attraverso i circuiti
dell’economia solidale.
Sono cinque le realtà unite
nell’associazione temporanea di scopo “La buona terra campana”: l’associazione
Altro Modo Flegreo di Pozzuoli (NA), l’azienda agricola Luigi Daina a San
Marzano sul Sarno (SA), “L’orto conviviale” di Miriam Corongiu a Sant’Anastasia
(NA), la cooperativa sociale Stalker di Eboli (SA) e l’associazione “Effetto
larsen” di Castelvolturno (CE), che gestisce dei terreni confiscati alla
camorra a Cancello ed Arnone (CE). Su 2mila metri quadrati di queste terre
liberate, si coltivano 5mila piante di pomodoro bio della varietà Vesuvio tondo
per circa 100 quintali di frutti, trasformati in passata dalla cooperativa “Al
di là dei sogni” di Sessa Aurunca (CE, coopaldiladeisogni.it). Altre 7.500
piantine di pomodoro delle varietà San Marzano e Corbarino sono state messe a
dimora su 3mila metri quadrati dell’azienda Daina, per 150 quintali di prodotto
fresco trasformati dall’azienda agroalimentare Saf sas, a Castel San Giorgio
(SA)
Su 1.200 metri quadrati di terra
de “L’orto conviviale” -accanto al “giardino degli alberi dimenticati”, con
piante come il pero cotogno, l’azzeruolo, il corbezzolo- 4.800 piantine di
pomodoro del Piennolo sono cresciute nell’orto. “È una varietà tipica del
Vesuvio, zuccherina”, racconta Miriam Corongiu. Il raccolto è stato di quasi 20
quintali e si sta trasformando nel laboratorio “Antichi sapori”, a Somma
Vesuviana (NA). Da tre anni Miriam gestisce con il marito “L’orto conviviale”,
il cui nome è una dedica a Ivan Illich: “Diceva che la convivialità è l’unica
arma contro l’industrializzazione -spiega lei-. Abbiamo fatto nostro questo
invito, coltivando relazioni per la tutela della terra”. Per raccogliere il
pomodoro de “La buona terra”, l’azienda di Miriam (come le altre aderenti alla
filiera) ha ospitato dei lavoratori migranti, pagati il giusto in base a un
regolare contratto. Secondo Anicav, ogni anno nelle aziende di trasformazione
del pomodoro campane vengono avviati al lavoro circa 12mila stagionali, su
20mila impiegati a livello nazionale. “Non si tratta solo di vendere i pomodori
a un prezzo dignitoso -aggiunge Miriam-, ma di trovare delle strategie comuni
per uscire dalla grande distribuzione, che alimenta il caporalato con la logica
del sottocosto”.
Un altro punto di forza del
progetto, infatti, sta nella distribuzione dei prodotti, organizzata grazie a
un patto di economia solidale stretto con il Distretto di economia solidale
(Des) della Brianza. Così, se dal campo al vasetto la filiera resta nel giro di
200 chilometri, per arrivare alla tavola ne fa altri 800, ma entro circuiti
solidali. “In base al patto, abbiamo prefinanziato al 40% l’acquisto di 5mila
vasetti, per 4.800 euro”, spiega Roberto Bossi del DesBri. Il restante 60%,
fino ad arrivare ai 12mila euro riconosciuti ai produttori, sarà pagato al
momento della consegna, prevista per la fine dell’anno. Il DesBri ha deciso di
investire energie in questo progetto di cooperazione per “contribuire a
ricostruire una filiera etica del pomodoro, dando visibilità a piccoli
produttori bio”, con un progetto prima di tutto “politico, inserito in un
percorso di consapevolezza” che dura da più di dieci anni per i Gruppi
d’acquisto solidale brianzoli. 700 grammi di passata costano al Des 1,94 euro,
ma il prezzo finale ai Gas è di 2,22 euro: la differenza di 28 centesimi a
vasetto copre le spese sostenute dal Des per il magazzino e la distribuzione e
l’1% destinato a un fondo di solidarietà, che per quest’anno sarà devoluto al
Tavolo Res, che rappresenta il movimento dell’economia solidale nazionale.
“Non si tratta solo di vendere i
pomodori a un prezzo dignitoso ma di trovare delle strategie comuni per uscire
dalla grande distribuzione” – Miriam Corongiu
L’Italia è il terzo trasformatore
di pomodoro del mondo (dopo Stati Uniti e Cina), ma questa è solo una delle
filiere insostenibili per le dure condizioni di vita dei braccianti agricoli in
sud Italia. Nel report “Sfruttati”, pubblicato da Oxfam Italia e Terra! lo
scorso giugno, emerge come nel 2015 fossero 430mila i lavoratori irregolari in
agricoltura e potenziali vittime di caporalato, e 100mila i lavoratori in
condizioni di sfruttamento e grave vulnerabilità. Di questi, l’80% erano
cittadini stranieri; il 42% donne. “È una fase pericolosa per la legge sul
caporalato (la 199 del 2016, ndr)”, afferma Fabio Ciconte di Terra! onlus
(terraonlus.it). Il Governo, infatti, vorrebbe modificare le “Disposizioni in
materia di contrasto ai fenomeni del lavoro nero, dello sfruttamento del lavoro
in agricoltura” attualmente in vigore, “dimenticando che si tratta di una buona
legge che ha bisogno di tempo per funzionare al meglio -dice Ciconte-. Sono già
in corso diversi processi penali e la legge sta funzionando anche come
deterrente: i contratti di lavoro stanno aumentando”. E si moltiplicano anche i
progetti dal basso per la giustizia sociale nei campi del sud Italia. “In
Campo! Senza caporale” è il nuovo percorso di Terra! dedicato alla formazione e
all’inserimento lavorativo per i lavoratori migranti che vivono nei ghetti attorno
a Cerignola (FG).
A Cerignola (FG) “Ciascuno cresce
solo se sognato” è anche un ciclo d’incontri. Il 14 settembre è in programma
l’ultimo appuntamento con Gianni Bianco, giornalista, e Giuseppe Gatti,
sostituto procuratore della Repubblica presso la Direzione distrettuale
Antimafia di Bari.
“Vogliamo dimostrare che è
possibile avere una vita dignitosa anche lavorando nei campi”, dice Ciconte.
Tre aziende agricole e due cooperative sociali stanno accogliendo dieci ragazzi
tra i 24 e i 33 anni, del Ghana, Senegal, Togo e Burkina Faso: grazie a un
contributo di 145mila euro dal fondo di solidarietà di Intesa Sanpaolo spa,
hanno una borsa lavoro retribuita per dieci mesi e il raccolto sarà trasformato
e messo sul mercato per avere i fondi necessari a dare continuità al progetto
il prossimo anno.
La cooperativa sociale “Pietra di
scarto” di Cerignola (FG) -che dal 2010 gestisce tre ettari di terreno
confiscato alle mafie e un bene dedicato a Francesco Marcone, il direttore
dell’Ufficio del Registro di Foggia assassinato il 31 marzo 1995-, ospita uno
dei ragazzi del progetto “In Campo!”: Yusuf, nato in Ghana 22 anni fa. Qui si
coltivano olive della cultivar “Bella di Cerignola” e ortaggi, tra cui i
pomodori: dal 2013 la cooperativa ne fornisce 500 quintali all’anno ad
Altromercato per la filiera “Tomato revolution”, della linea “Solidale
italiano”, che coinvolge quattro cooperative e 30 piccole aziende del Sud nella
produzione di 100mila vasetti l’anno (la passata da 400 grammi costa in bottega
1,95 euro).
La filiera “Tomato revolution”,
della linea “Solidale italiano” (Altromercato), coinvolge 4 coop e 30 piccole
aziende del Sud nella produzione di 100mila vasetti l’anno
Altromercato è partner di “Pietra
di scarto” anche in un altro progetto di filiera equa e solidale del pomodoro,
dal titolo “Ciascuno cresce solo se sognato” (citazione di Danilo Dolci),
sostenuto da “Fondazione con il Sud” con 319mila euro. L’obiettivo è
ristrutturare il bene confiscato per convertirlo in un laboratorio per la
trasformazione del pomodoro, creando così nuove opportunità per i lavoratori
del territorio di Foggia. “Chiudendo il ciclo produttivo potremo creare una
filiera che valorizzi sia i piccoli produttori che i lavoratori agricoli
stagionali, italiani e stranieri”, spiega Pietro Fragrasso di “Pietra di
scarto”. Per aumentare i volumi di produzione, con l’aiuto di Flai Cgil Foggia
e Allpa Puglia, “si sta creando una rete di 15 produttori locali, che
contribuiranno a creare condizioni di lavoro tutelate per la manodopera
impegnata nella raccolta”. E mentre la comunità locale viene coinvolta con
momenti di informazione e produzione condivisa, nascono nuove relazioni sul
territorio: sei donne saranno formate per imparare a produrre la passata, in
collaborazione con il Centro antiviolenza “Titina Cioffi” di Cerignola.
Altre
filiere solidali del pomodoro
Puglia: “Sfruttazero”, un
progetto nato nel 2014 per rivendicare i diritti dei braccianti agricoli, dalle
associazioni Solidaria e “Diritti a Sud”, che coltivano 4 ettari di pomodoro a
Bari e Nardò (LE). La distribuzione della passata (3 euro, 520 gr) è fatta con
il sostegno della rete Fuori Mercato, attraverso i Gas e clienti privati. Nel
2017 ha distribuito 17mila vasetti, quest’anno la produzione è stimata in
20mila passate.
Campania: “Funky Tomato” è la
società agricola che dal 2015 -in seguito alla morte di Paola Clemente ad
Andria (BT) durante la raccolta del pomodoro- ha avviato una filiera etica del
pomodoro, dignitosa per i lavoratori e accessibile per i consumatori grazie al
metodo del preacquisto (700 gr di passata costano 1,90 euro, 1,50 in preacquisto).
Nel 2017 sono stati coltivati 6 ettari in Campania, per 40mila vasetti
prodotti. Un progetto anche culturale che è diventato un documentario: “La
ricetta”.

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