POLITICHE INDUSTRIALI, LAVORO E
REDDITO
Politiche industriali Per
tracciare il quadro sulla politica industriale del nostro Paese occorre partire
innanzitutto dal riconoscimento della persistente debolezza del sistema
produttivo italiano dopo la crisi del 2008: i timidi segnali di ripresa
registrati negli ultimi mesi non sono infatti sufficienti a invertire una
tendenza negativa che si è consolidata negli anni.
In questo contesto, la domanda
interna stagnante, le piccole o piccolissime dimensioni della gran parte delle
imprese e la loro specializzazione su settori a bassa tecnologia – senza
contare il passaggio del controllo di molte grandi imprese italiane a gruppi
multinazionali stranieri – non aiutano di certo a rafforzare la produzione.
Inoltre, la riproposizione di uno schema di incentivi pubblici all’occupazione
orizzontali, cioè destinati a tutte le imprese, insieme al ricorso praticamente
esclusivo a strumenti di agevolazione fiscali quali superammortamenti, tax
credit e patent box, da un lato erode la base imponibile a favore dei profitti,
e dall’altro lato non spinge il sistema produttivo al cambiamento, dal momento
che si rivolge indiscriminatamente a tutte le imprese senza migliorare
occupazione e produttività in maniera sensibile.
Oggi, i dati mostrano come la
combinazione tra i tagli di bilancio e questa visione “orizzontalisitica” della
politica industriale non siano riuscite a sostenere la crescita di nuove
imprese ad alta tecnologia e a incrementare il livello tecnologico del sistema
produttivo nazionale, mentre permangono – o si acuiscono – gli ampi squilibri
fra il Nord e il Sud del Paese. L’Italia rimane così in fondo a tutte le
graduatorie europee per ricerca e sviluppo, innovazione tecnologica e
investimenti privati, spesso al fianco di Paesi come Grecia, Spagna e
Portogallo, anche se le dimensioni economiche e produttive italiane sono più
simili alla Francia e alla Germania.
Neanche nella programmazione di
Industria 4.0 si trova una visione pubblica che, come è avvenuto nel corso
degli anni Sessanta del secolo scorso, individui le aree e i settori prioritari
per lo sviluppo insieme agli obiettivi di interesse pubblico, benessere,
occupazione e crescita.
Di fronte a questa situazione, è
necessario puntare su settori quali l’ambiente – settore strategico nel modello
tedesco ed europeo –, la salute e il welfare, in modo tale da ridare slancio
alla produzione grazie al soddisfacimento di effettivi bisogni collettivi e
alla disponibilità di un mercato di sbocco in crescita continua.
In tal senso, si potrebbe avviare
una stagione di bandi di ricerca e di incentivi centrati sulle suddette aree e
priorità strategiche, dando luogo così a una trasformazione del sistema
produttivo in direzione di una maggior sostenibilità ambientale, intensità
tecnologica, produttività e competitività, e migliorando al contempo la
fornitura di beni e servizi pubblici. Inoltre, il supporto alla crescita delle
nuove tecnologie dell’informazione e dell’open source – area, quest’ultima, in
cui molte multinazionali high tech concentrano investimenti elevati –
consentirebbe di incrementare il trasferimento tecnologico per le imprese, che
mostrano una debolezza proprio nella scarsa predilezione all’innovazione
tecnologica e alla spesa in ricerca e sviluppo.
Questo auspicato salto di
paradigma, che implica un cambiamento radicale di visione, approccio e
strumenti, riguardo al modello di politica industriale italiana da adottare
consentirebbe peraltro di limitare il fenomeno della cosiddetta fuga dei
cervelli dal Paese, offrendo maggiori opportunità occupazionali a tutti quei
laureati costretti a emigrare all’estero per la mancanza di lavoro.
LE PROPOSTE DI SBILANCIAMOCI!
Un piano per l’avanzamento
tecnologico nel campo della salute Si propone di istituire un piano di bandi di
ricerca finalizzati allo sviluppo tecnologico del settore della salute che, a
causa dell’invecchiamento della popolazione, negli anni vedrà aumentare la
spesa. Un piano di ricerca decennale supportato da un finanziamento pubblico
nel 2018 di 500 milioni di euro, in cambio della cessione della proprietà
intellettuale alla collettività, comporterebbe un notevole avanzamento nei campi
della chirurgia, della diagnostica e della farmaceutica, consentendo al
contempo di migliorare e diffondere il ricorso a tecnologie innovative.
Inoltre, questo favorirebbe una diminuzione dei costi dei capitoli del settore
“sanità” maggiormente sensibili all’applicazione dei cambiamenti tecnologici
(ad esempio, con la riduzione dei costi di ospedalizzazione grazie
all’introduzione di nuove tecniche operatorie meno invasive).
Costo: 500 milioni di euro
Promozione della R&S per le
commesse pubbliche nelle costruzioni Buona parte degli investimenti pubblici
nel nostro Paese si concretizzano oggi in grandi commesse per il settore delle
costruzioni: un settore che registra tuttavia scarsi o scarsissimi investimenti
in ricerca e sviluppo. Si propone di incentivare questa voce di spesa
introducendo l’obbligo, per le commesse pubbliche più grandi, di assegnare un
punteggio aggiuntivo alle imprese che investono di più in ricerca, inserendo
anche clausole di cofinanziamento della ricerca stessa per gli aggiudicatari
delle commesse pubbliche. Questa proposta migliorerebbe la qualità degli
investimenti pubblici e incentiverebbe al contempo le imprese di costruzione a
investire in un campo strategico come è appunto quello della ricerca e
sviluppo.
Costo: 100 milioni di euro
Un nuovo programma di
investimenti pubblici Si propone di avviare un nuovo programma di investimenti
pubblici, da finanziare con 900 milioni di euro, rivolto allo sviluppo di
tecnologie e produzioni di beni e servizi verdi così come di tecnologie dell’informazione
e comunicazione (puntando in particolare su open data, open source e open
innovation). Il programma dovrebbe essere inquadrato inoltre sotto la direzione
di un’Agenzia per gli investimenti che si occupi specificamente di definire e
realizzare una politica di investimenti pubblici e di orientamento di quelli
privati.
Costo: 900 milioni di euro
Lavoro
La Legge di Bilancio 2018
conserva la stessa visione del lavoro rispetto al passato: in continuità con la
linea del Governo Renzi, l’esecutivo guidato da Gentiloni ripropone infatti una
diminuzione del cuneo fiscale per le imprese – anche se limitata alla
stabilizzazione di specifici soggetti o territori quali i giovani, gli
apprendisti e il Mezzogiorno – come strumento per la creazione di posti di lavoro.
Pur essendo una Legge di Bilancio che, anche a causa dell’avvicinarsi delle
prossime elezioni generali, contiene aspetti positivi per determinate
categorie, se ad essa si abbina l’aumento incombente dell’età pensionabile a 67
anni, ecco riproporsi il modello del Jobs Act: meno diritti per tutti, qualche
piccola concessione per alcuni. In questo senso, la riduzione del cuneo fiscale
non determina aumenti di stipendio, poiché questa riduzione è destinata a
contenere i costi per le imprese, che al contempo possono beneficiare di nuove
agevolazioni fiscali. La parte più impopolare degli interventi in materia di
lavoro, ovvero l’innalzamento dell’età pensionabile a 67 anni, è in realtà
assente nella Legge di Bilancio (nonostante il suo peso per le casse pubbliche)
e verrà proposta soltanto dopo la sua approvazione. In questo caso, l’aumento
dell’aspettativa di vita si traduce nell’andare in pensione sempre più tardi,
mentre i miglioramenti di produzione legati all’utilizzo delle nuove tecnologie
non si traducono mai in un vero aumento delle buste paga dei lavoratori, che
anzi attendono da anni il recupero del drenaggio fiscale e che subiscono gli
effetti di un continuo peggioramento del valore del salario reale. E
ovviamente,
POLITICHE INDUSTRIALI, LAVORO E
REDDITO
In questa Legge di Bilancio manca
qualsiasi accenno o apertura nei confronti dell’ipotesi di riduzione dei tempi
di lavoro. Volge così al termine una legislatura contrassegnata dalle mancate
promesse di riduzione della pressione fiscale per i lavoratori e, al contrario,
dai numerosi benefici concessi a una classe imprenditoriale che si conferma –
ancora una volta – come interlocutore previlegiato anche da parte degli ultimi
Governi di centrosinistra.
LE PROPOSTE DI SBILANCIAMOCI!
Valorizzazione del pubblico
impiego per la lotta all’evasione Si propone di istituire un bando volontario
per impiegare il personale della pubblica amministrazione in lavoro
straordinario nella lotta all’evasione fiscale, in particolare per quanto
riguarda le fasi di accertamento e di riscossione. Grazie alle competenze e
alle professionalità già presenti o facilmente acquisibili attraverso corsi di
formazione mirati, si potrebbe far leva su un rinforzo determinante per
conseguire tale obiettivo. La mole di informazioni inutilizzata dalle autorità
finanziarie e le decine di miliardi di evasione stimata in Italia mostrano
inequivocabilmente l’urgenza di una soluzione normativa e di un serio
investimento economico in questa direzione. Gli stessi proventi aggiuntivi
ottenuti dalla lotta all’evasione, oltre a coprire i costi aggiuntivi del
lavoro straordinario del personale della pubblica amministrazione reclutato
attraverso il bando, restituirebbero ingenti risorse all’erario. Nel 2018 una
prima sperimentazione di questo intervento potrebbe portare 50 milioni di euro,
con il recupero medio di circa 10mila euro a testa grazie al lavoro
straordinario di 5mila dipendenti pubblici.
Maggiori entrate: 50 milioni di
euro
Contributi aggiuntivi per i
pensionati che lavorano Con l’abolizione del divieto di cumulo dei redditi da
pensione con quelli da lavoro, in alcuni casi la pensione è diventata una
rendita da affiancare ad altri redditi per persone attive. I pensionati che
integrano il proprio reddito con attività lavorative, anche di tipo autonomo,
per ragioni di equità dovrebbero contribuire maggiormente alla previdenza delle
generazioni che stanno pagando parte della loro pensione, anche per evitare
l’acuirsi del conflitto generazionale. Una possibilità è quella di far pagare
ai pensionati che hanno altri redditi di lavoro e d’impresa un contributo
pensionistico solidale. Il contributo aggiuntivo può essere applicato in
progressione con un’aliquota tra il 10 e il 20% del reddito extra-pensione
aggiuntiva all’imposta sui redditi. Tale misura fornirebbe un gettito non
inferiore a 50 milioni di euro, oltre a favorire l’occupazione giovanile.
Maggiori entrate: 50 milioni di
euro
Un piano per il lavoro nei
settori hi tech e della conoscenza L’adozione di una politica pubblica per il
lavoro e un ricambio generazionale in alcuni ruoli del settore pubblico
potrebbero dare un decisivo slancio alla realizzazione dell’agenda digitale. Un
piano del lavoro nel settore pubblico del valore di 500 milioni di euro
potrebbe così portare alla creazione di 25mila nuovi posti di lavoro in un anno
nelle funzioni legate alle nuove tecnologie e alla conoscenza, portando a un
netto miglioramento della qualità dei servizi e generando al contempo un
indotto nel privato di almeno 5mila nuove posizioni lavorative attivate.
Costo: 500 milioni di euro
Interventi per bilanciare
l’innalzamento dell’età pensionabile Si propone l’introduzione di una misura
volta a compensare, almeno in minima parte, gli effetti negativi sui tempi di
lavoro dettati dall’innalzamento dell’età pensionabile: i lavoratori delle
categorie interessate da tale innalzamento dovrebbero fruire di due giorni
aggiuntivi di ferie per ogni anno di aumento della propria età pensionabile.
Per bilanciare la maggiore durata della vita lavorativa, inoltre, a tutto
questo si può affiancare un’ulteriore misura che consiste nella riduzione
dell’orario settimanale di 30 minuti ogni due anni, anche in considerazione del
divario di circa il 30% in più rispetto alla Germania del monte ore annue
pro-capite lavorate in Italia (sono circa 400 le ore annue lavorate in più da
un lavoratore dipendente italiano rispetto a un collega tedesco).
Costo: 10 milioni di euro
Istituzione di un’anagrafe delle
cause di lavoro Si propone di istituire un’anagrafe delle cause di lavoro che
possa aiutare a determinare un contributo unificato di importo progressivo (che
aumenti cioè con il numero delle cause) a carico di quei datori di lavoro che
ricorrono sistematicamente al tribunale per dirimere le cause di lavoro. Questa
misura rappresenterebbe un disincentivo rispetto al ricorso smodato alle aule
di giustizia, oggi quanto mai ingolfate, e avrebbe effetti positivi anche per
le casse pubbliche grazie ai maggiori introiti derivanti dal versamento del
contributo da parte dei datori di lavoro e ai tempi più rapidi per dirimere le
controversie lavorative. L’anagrafe delle cause di lavoro, se opportunamente
incrociata con quella dell’Inps, potrebbe inoltre contribuire a migliorare il
recupero dell’evasione contributiva scoraggiando così gli evasori, a vantaggio
dei datori di lavoro che operano correttamente.
Maggiori entrate: 1 milione di
euro
Reddito Il 14 ottobre è entrato
in vigore il decreto legislativo n. 147 del 15 settembre 2017, attuativo della
legge n. 33/2017, che ha introdotto in Italia il Rei (Reddito di inclusione):
una misura unica a livello nazionale condizionata alla prova dei mezzi – nonché
all’adesione a un progetto personalizzato di attivazione e inclusione sociale e
lavorativa – e rivolta ai nuclei familiari in condizione di povertà assoluta.
Questa misura, pur rappresentando un passo in avanti nell’implementazione di
strumenti di lotta alla povertà, presenta diverse criticità. In particolare, si
tratta di una misura ancora insufficiente, dal momento che riuscirà a coprire
al massimo soltanto il 38% del totale della popolazione in povertà assoluta,
escludendo così il 62% dei poveri. Questo a causa di due motivi: una
definizione dei criteri molto restrittiva e le poche risorse stanziate. I
criteri familiari sono abbastanza escludenti: si deve far parte di un nucleo
familiare con una persona con disabilità, o con figli minori, o con una donna
incinta, o con almeno un lavoratore di età pari o superiore a 55 anni che non
abbia diritto ad alcuna prestazione come la Naspi. Inoltre, si deve avere un
Isee familiare non superiore a 6.000 euro ed essere legalmente residenti in
Italia in via continuativa da almeno due anni al momento della presentazione
della domanda (resterebbero così esclusi i titolari dello status di rifugiato o
protezione sussidiaria e i titolari di “permesso unico lavoro”). La Legge di
Bilancio 2018 dovrebbe estendere l’accesso al beneficio del Rei ai nuclei
familiari con persone di età pari o superiore a 55 anni non precedentemente
inclusi. L’ammontare del Rei è pari alla differenza tra il reddito familiare e
una soglia monetaria pari per un singolo a 3.000 euro. Questa soglia viene
riparametrata sulla base della numerosità familiare, anche se l’importo del Rei
non potrà essere superiore all’assegno sociale, il cui valore annuo è pari a
5.824 euro. Infine, il rinnovo di questa misura di sostegno al reddito sarà
consentito solo una volta dopo almeno sei mesi dal termine della fruizione del
beneficio. Il Rei viene erogato tramite una Carta acquisti, denominata “Carta
Rei”, che garantisce la possibilità di prelievi di contante entro un limite
mensile non superiore alla metà del beneficio massimo attribuibile. Il Rei è un
beneficio condizionato allo svolgimento di un progetto personalizzato da parte
dei componenti del nucleo familiare. Tuttavia, i fondi stanziati per
organizzare i servizi sociali e i centri per l’impiego sono insufficienti per
realizzare un vero reinserimento lavorativo: c’è il rischio, infatti, che
l’attivazione dei beneficiari si trasformi in una mera “contropartita” per il
beneficio erogato. In altre parole non pensiamo sia accettabile che il Rei
si trasformi nell’ennesima opportunità per utilizzare manodopera gratuita in
enti pubblici e privati. Per quanto riguarda il finanziamento del Rei, si
prevede di utilizzare il Fondo povertà, finanziato secondo la Legge di Bilancio
di quest’anno con 2.060 milioni nel 2018 (300 milioni di euro in più rispetto
ai 1.700 già stanziati), 2.540 milioni nel il 2019, 2.700 milioni nel 2020.
LE PROPOSTE DI SBILANCIAMOCI!
Oltre il Rei, una forma
strutturale di sostegno al reddito Sbilanciamoci! propone da anni l’istituzione
di un reddito minimo garantito che possa assicurare un sistema di protezione
sociale a tutte le persone al di sotto della soglia di povertà relativa,
compresi, oltre i disoccupati, gli inoccupati, i Neet e i cosiddetti working
poor.
Tuttavia, in assenza di una
concreta forma di reddito minimo garantito (nell’ultima legislatura sono state
presentate in Parlamento due proposte di legge da parte di M5S e Sel, che non
sono mai state discusse) e considerata invece la recente approvazione della
legge 33/2017 sul Reddito di inclusione (Rei), Sbilanciamoci! ritiene che il
Rei debba essere radicalmente modificato – nei criteri di accesso e nei livelli
di finanziamento – per renderlo una misura più universale e meno condizionata.
Per questo, si chiede che l’accesso al Rei sia esteso a tutti i nuclei
familiari (anche unipersonali) in possesso di un titolo di legittimazione alla
presenza sul territorio italiano e che si trovino al di sotto della soglia di
povertà, sia relativa sia assoluta.
L’ammontare del Rei dovrebbe
essere stabilito in base alla differenza tra la soglia di povertà e il reddito
personale, senza alcun limite di importo massimo del valore (che è adesso pari
all’assegno sociale). Con un primo stanziamento annuo di 11.166,6 milioni di
euro si potrebbe allargare la copertura dei beneficiari del Rei dalle attuali
500mila famiglie a ben 1,7 milioni di famiglie. Questo stanziamento dovrebbe
essere suddiviso tra le risorse per le prestazioni monetarie (10.097,6
milioni), quelle per i servizi alla persona (1.066,6 milioni) e quelle per il
monitoraggio e la valutazione (2,4 milioni). È opportuno rimarcare inoltre che
le risorse per i servizi alla persona dovrebbero essere sommate a quelle già
stanziate in altri capitoli di spesa, in quanto si riferiscono a servizi
specifici diretti ai beneficiari del Rei per acquisire nuove competenze e/o
organizzare diversamente la propria vita, in modo da evitare che l’inserimento
lavorativo sia inefficace oppure si trasformi in una “contropartita”.
POLITICHE INDUSTRIALI, LAVORO E
REDDITO
Allo stesso modo, le risorse per
il monitoraggio dovrebbero essere usate anche per controllare gli enti che
offrono una disponibilità a ospitare i progetti personalizzati, affinché
siano in grado di assumere almeno il 50% dei beneficiari presi in carico,
e affinché le mansioni da svolgere siano compatibili con la formazione e/o
l’esperienza degli stessi beneficiari.
Costo: 11.166,6 milioni di euro

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