lunedì 3 settembre 2018

ECONOMIA Rapporto Sbilanciamoci! 2018 - Come usare la spesa pubblica per i diritti, la pace e l’ambiente POLITICHE INDUSTRIALI, LAVORO E REDDITO


POLITICHE INDUSTRIALI, LAVORO E REDDITO

Politiche industriali Per tracciare il quadro sulla politica industriale del nostro Paese occorre partire innanzitutto dal riconoscimento della persistente debolezza del sistema produttivo italiano dopo la crisi del 2008: i timidi segnali di ripresa registrati negli ultimi mesi non sono infatti sufficienti a invertire una tendenza negativa che si è consolidata negli anni. 
In questo contesto, la domanda interna stagnante, le piccole o piccolissime dimensioni della gran parte delle imprese e la loro specializzazione su settori a bassa tecnologia – senza contare il passaggio del controllo di molte grandi imprese italiane a gruppi multinazionali stranieri – non aiutano di certo a rafforzare la produzione. Inoltre, la riproposizione di uno schema di incentivi pubblici all’occupazione orizzontali, cioè destinati a tutte le imprese, insieme al ricorso praticamente esclusivo a strumenti di agevolazione fiscali quali superammortamenti, tax credit e patent box, da un lato erode la base imponibile a favore dei profitti, e dall’altro lato non spinge il sistema produttivo al cambiamento, dal momento che si rivolge indiscriminatamente a tutte le imprese senza migliorare occupazione e produttività in maniera sensibile. 
Oggi, i dati mostrano come la combinazione tra i tagli di bilancio e questa visione “orizzontalisitica” della politica industriale non siano riuscite a sostenere la crescita di nuove imprese ad alta tecnologia e a incrementare il livello tecnologico del sistema produttivo nazionale, mentre permangono – o si acuiscono – gli ampi squilibri fra il Nord e il Sud del Paese. L’Italia rimane così in fondo a tutte le graduatorie europee per ricerca e sviluppo, innovazione tecnologica e investimenti privati, spesso al fianco di Paesi come Grecia, Spagna e Portogallo, anche se le dimensioni economiche e produttive italiane sono più simili alla Francia e alla Germania. 
Neanche nella programmazione di Industria 4.0 si trova una visione pubblica che, come è avvenuto nel corso degli anni Sessanta del secolo scorso, individui le aree e i settori prioritari per lo sviluppo insieme agli obiettivi di interesse pubblico, benessere, occupazione e crescita. 
Di fronte a questa situazione, è necessario puntare su settori quali l’ambiente – settore strategico nel modello tedesco ed europeo –, la salute e il welfare, in modo tale da ridare slancio alla produzione grazie al soddisfacimento di effettivi bisogni collettivi e alla disponibilità di un mercato di sbocco in crescita continua. 
In tal senso, si potrebbe avviare una stagione di bandi di ricerca e di incentivi centrati sulle suddette aree e priorità strategiche, dando luogo così a una trasformazione del sistema produttivo in direzione di una maggior sostenibilità ambientale, intensità tecnologica, produttività e competitività, e migliorando al contempo la fornitura di beni e servizi pubblici. Inoltre, il supporto alla crescita delle nuove tecnologie dell’informazione e dell’open source – area, quest’ultima, in cui molte multinazionali high tech concentrano investimenti elevati – consentirebbe di incrementare il trasferimento tecnologico per le imprese, che mostrano una debolezza proprio nella scarsa predilezione all’innovazione tecnologica e alla spesa in ricerca e sviluppo. 
Questo auspicato salto di paradigma, che implica un cambiamento radicale di visione, approccio e strumenti, riguardo al modello di politica industriale italiana da adottare consentirebbe peraltro di limitare il fenomeno della cosiddetta fuga dei cervelli dal Paese, offrendo maggiori opportunità occupazionali a tutti quei laureati costretti a emigrare all’estero per la mancanza di lavoro.

LE PROPOSTE DI SBILANCIAMOCI!
Un piano per l’avanzamento tecnologico nel campo della salute Si propone di istituire un piano di bandi di ricerca finalizzati allo sviluppo tecnologico del settore della salute che, a causa dell’invecchiamento della popolazione, negli anni vedrà aumentare la spesa. Un piano di ricerca decennale supportato da un finanziamento pubblico nel 2018 di 500 milioni di euro, in cambio della cessione della proprietà intellettuale alla collettività, comporterebbe un notevole avanzamento nei campi della chirurgia, della diagnostica e della farmaceutica, consentendo al contempo di migliorare e diffondere il ricorso a tecnologie innovative. Inoltre, questo favorirebbe una diminuzione dei costi dei capitoli del settore “sanità” maggiormente sensibili all’applicazione dei cambiamenti tecnologici (ad esempio, con la riduzione dei costi di ospedalizzazione grazie all’introduzione di nuove tecniche operatorie meno invasive). 
Costo: 500 milioni di euro

Promozione della R&S per le commesse pubbliche nelle costruzioni Buona parte degli investimenti pubblici nel nostro Paese si concretizzano oggi in grandi commesse per il settore delle costruzioni: un settore che registra tuttavia scarsi o scarsissimi investimenti in ricerca e sviluppo. Si propone di incentivare questa voce di spesa introducendo l’obbligo, per le commesse pubbliche più grandi, di assegnare un punteggio aggiuntivo alle imprese che investono di più in ricerca, inserendo anche clausole di cofinanziamento della ricerca stessa per gli aggiudicatari delle commesse pubbliche. Questa proposta migliorerebbe la qualità degli investimenti pubblici e incentiverebbe al contempo le imprese di costruzione a investire in un campo strategico come è appunto quello della ricerca e sviluppo. 
Costo: 100 milioni di euro

Un nuovo programma di investimenti pubblici Si propone di avviare un nuovo programma di investimenti pubblici, da finanziare con 900 milioni di euro, rivolto allo sviluppo di tecnologie e produzioni di beni e servizi verdi così come di tecnologie dell’informazione e comunicazione (puntando in particolare su open data, open source e open innovation). Il programma dovrebbe essere inquadrato inoltre sotto la direzione di un’Agenzia per gli investimenti che si occupi specificamente di definire e realizzare una politica di investimenti pubblici e di orientamento di quelli privati. 
Costo: 900 milioni di euro

Lavoro

La Legge di Bilancio 2018 conserva la stessa visione del lavoro rispetto al passato: in continuità con la linea del Governo Renzi, l’esecutivo guidato da Gentiloni ripropone infatti una diminuzione del cuneo fiscale per le imprese – anche se limitata alla stabilizzazione di specifici soggetti o territori quali i giovani, gli apprendisti e il Mezzogiorno – come strumento per la creazione di posti di lavoro. Pur essendo una Legge di Bilancio che, anche a causa dell’avvicinarsi delle prossime elezioni generali, contiene aspetti positivi per determinate categorie, se ad essa si abbina l’aumento incombente dell’età pensionabile a 67 anni, ecco riproporsi il modello del Jobs Act: meno diritti per tutti, qualche piccola concessione per alcuni. In questo senso, la riduzione del cuneo fiscale non determina aumenti di stipendio, poiché questa riduzione è destinata a contenere i costi per le imprese, che al contempo possono beneficiare di nuove agevolazioni fiscali. La parte più impopolare degli interventi in materia di lavoro, ovvero l’innalzamento dell’età pensionabile a 67 anni, è in realtà assente nella Legge di Bilancio (nonostante il suo peso per le casse pubbliche) e verrà proposta soltanto dopo la sua approvazione. In questo caso, l’aumento dell’aspettativa di vita si traduce nell’andare in pensione sempre più tardi, mentre i miglioramenti di produzione legati all’utilizzo delle nuove tecnologie non si traducono mai in un vero aumento delle buste paga dei lavoratori, che anzi attendono da anni il recupero del drenaggio fiscale e che subiscono gli effetti di un continuo peggioramento del valore del salario reale. E ovviamente,

POLITICHE INDUSTRIALI, LAVORO E REDDITO
In questa Legge di Bilancio manca qualsiasi accenno o apertura nei confronti dell’ipotesi di riduzione dei tempi di lavoro. Volge così al termine una legislatura contrassegnata dalle mancate promesse di riduzione della pressione fiscale per i lavoratori e, al contrario, dai numerosi benefici concessi a una classe imprenditoriale che si conferma – ancora una volta – come interlocutore previlegiato anche da parte degli ultimi Governi di centrosinistra.

LE PROPOSTE DI SBILANCIAMOCI!
Valorizzazione del pubblico impiego per la lotta all’evasione Si propone di istituire un bando volontario per impiegare il personale della pubblica amministrazione in lavoro straordinario nella lotta all’evasione fiscale, in particolare per quanto riguarda le fasi di accertamento e di riscossione. Grazie alle competenze e alle professionalità già presenti o facilmente acquisibili attraverso corsi di formazione mirati, si potrebbe far leva su un rinforzo determinante per conseguire tale obiettivo. La mole di informazioni inutilizzata dalle autorità finanziarie e le decine di miliardi di evasione stimata in Italia mostrano inequivocabilmente l’urgenza di una soluzione normativa e di un serio investimento economico in questa direzione. Gli stessi proventi aggiuntivi ottenuti dalla lotta all’evasione, oltre a coprire i costi aggiuntivi del lavoro straordinario del personale della pubblica amministrazione reclutato attraverso il bando, restituirebbero ingenti risorse all’erario. Nel 2018 una prima sperimentazione di questo intervento potrebbe portare 50 milioni di euro, con il recupero medio di circa 10mila euro a testa grazie al lavoro straordinario di 5mila dipendenti pubblici. 
Maggiori entrate: 50 milioni di euro

Contributi aggiuntivi per i pensionati che lavorano Con l’abolizione del divieto di cumulo dei redditi da pensione con quelli da lavoro, in alcuni casi la pensione è diventata una rendita da affiancare ad altri redditi per persone attive. I pensionati che integrano il proprio reddito con attività lavorative, anche di tipo autonomo, per ragioni di equità dovrebbero contribuire maggiormente alla previdenza delle generazioni che stanno pagando parte della loro pensione, anche per evitare l’acuirsi del conflitto generazionale. Una possibilità è quella di far pagare ai pensionati che hanno altri redditi di lavoro e d’impresa un contributo pensionistico solidale. Il contributo aggiuntivo può essere applicato in progressione con un’aliquota tra il 10 e il 20% del reddito extra-pensione aggiuntiva all’imposta sui redditi. Tale misura fornirebbe un gettito non inferiore a 50 milioni di euro, oltre a favorire l’occupazione giovanile. 
Maggiori entrate: 50 milioni di euro

Un piano per il lavoro nei settori hi tech e della conoscenza L’adozione di una politica pubblica per il lavoro e un ricambio generazionale in alcuni ruoli del settore pubblico potrebbero dare un decisivo slancio alla realizzazione dell’agenda digitale. Un piano del lavoro nel settore pubblico del valore di 500 milioni di euro potrebbe così portare alla creazione di 25mila nuovi posti di lavoro in un anno nelle funzioni legate alle nuove tecnologie e alla conoscenza, portando a un netto miglioramento della qualità dei servizi e generando al contempo un indotto nel privato di almeno 5mila nuove posizioni lavorative attivate. 
Costo: 500 milioni di euro

Interventi per bilanciare l’innalzamento dell’età pensionabile Si propone l’introduzione di una misura volta a compensare, almeno in minima parte, gli effetti negativi sui tempi di lavoro dettati dall’innalzamento dell’età pensionabile: i lavoratori delle categorie interessate da tale innalzamento dovrebbero fruire di due giorni aggiuntivi di ferie per ogni anno di aumento della propria età pensionabile. Per bilanciare la maggiore durata della vita lavorativa, inoltre, a tutto questo si può affiancare un’ulteriore misura che consiste nella riduzione dell’orario settimanale di 30 minuti ogni due anni, anche in considerazione del divario di circa il 30% in più rispetto alla Germania del monte ore annue pro-capite lavorate in Italia (sono circa 400 le ore annue lavorate in più da un lavoratore dipendente italiano rispetto a un collega tedesco). 
Costo: 10 milioni di euro

Istituzione di un’anagrafe delle cause di lavoro Si propone di istituire un’anagrafe delle cause di lavoro che possa aiutare a determinare un contributo unificato di importo progressivo (che aumenti cioè con il numero delle cause) a carico di quei datori di lavoro che ricorrono sistematicamente al tribunale per dirimere le cause di lavoro. Questa misura rappresenterebbe un disincentivo rispetto al ricorso smodato alle aule di giustizia, oggi quanto mai ingolfate, e avrebbe effetti positivi anche per le casse pubbliche grazie ai maggiori introiti derivanti dal versamento del contributo da parte dei datori di lavoro e ai tempi più rapidi per dirimere le controversie lavorative. L’anagrafe delle cause di lavoro, se opportunamente incrociata con quella dell’Inps, potrebbe inoltre contribuire a migliorare il recupero dell’evasione contributiva scoraggiando così gli evasori, a vantaggio dei datori di lavoro che operano correttamente. 
Maggiori entrate: 1 milione di euro

Reddito Il 14 ottobre è entrato in vigore il decreto legislativo n. 147 del 15 settembre 2017, attuativo della legge n. 33/2017, che ha introdotto in Italia il Rei (Reddito di inclusione): una misura unica a livello nazionale condizionata alla prova dei mezzi – nonché all’adesione a un progetto personalizzato di attivazione e inclusione sociale e lavorativa – e rivolta ai nuclei familiari in condizione di povertà assoluta. Questa misura, pur rappresentando un passo in avanti nell’implementazione di strumenti di lotta alla povertà, presenta diverse criticità. In particolare, si tratta di una misura ancora insufficiente, dal momento che riuscirà a coprire al massimo soltanto il 38% del totale della popolazione in povertà assoluta, escludendo così il 62% dei poveri. Questo a causa di due motivi: una definizione dei criteri molto restrittiva e le poche risorse stanziate. I criteri familiari sono abbastanza escludenti: si deve far parte di un nucleo familiare con una persona con disabilità, o con figli minori, o con una donna incinta, o con almeno un lavoratore di età pari o superiore a 55 anni che non abbia diritto ad alcuna prestazione come la Naspi. Inoltre, si deve avere un Isee familiare non superiore a 6.000 euro ed essere legalmente residenti in Italia in via continuativa da almeno due anni al momento della presentazione della domanda (resterebbero così esclusi i titolari dello status di rifugiato o protezione sussidiaria e i titolari di “permesso unico lavoro”). La Legge di Bilancio 2018 dovrebbe estendere l’accesso al beneficio del Rei ai nuclei familiari con persone di età pari o superiore a 55 anni non precedentemente inclusi. L’ammontare del Rei è pari alla differenza tra il reddito familiare e una soglia monetaria pari per un singolo a 3.000 euro. Questa soglia viene riparametrata sulla base della numerosità familiare, anche se l’importo del Rei non potrà essere superiore all’assegno sociale, il cui valore annuo è pari a 5.824 euro. Infine, il rinnovo di questa misura di sostegno al reddito sarà consentito solo una volta dopo almeno sei mesi dal termine della fruizione del beneficio. Il Rei viene erogato tramite una Carta acquisti, denominata “Carta Rei”, che garantisce la possibilità di prelievi di contante entro un limite mensile non superiore alla metà del beneficio massimo attribuibile. Il Rei è un beneficio condizionato allo svolgimento di un progetto personalizzato da parte dei componenti del nucleo familiare. Tuttavia, i fondi stanziati per organizzare i servizi sociali e i centri per l’impiego sono insufficienti per realizzare un vero reinserimento lavorativo: c’è il rischio, infatti, che l’attivazione dei beneficiari si trasformi in una mera “contropartita” per il beneficio erogato. In altre parole non pensiamo sia accettabile che il Rei si trasformi nell’ennesima opportunità per utilizzare manodopera gratuita in enti pubblici e privati. Per quanto riguarda il finanziamento del Rei, si prevede di utilizzare il Fondo povertà, finanziato secondo la Legge di Bilancio di quest’anno con 2.060 milioni nel 2018 (300 milioni di euro in più rispetto ai 1.700 già stanziati), 2.540 milioni nel il 2019, 2.700 milioni nel 2020.

LE PROPOSTE DI SBILANCIAMOCI!
Oltre il Rei, una forma strutturale di sostegno al reddito Sbilanciamoci! propone da anni l’istituzione di un reddito minimo garantito che possa assicurare un sistema di protezione sociale a tutte le persone al di sotto della soglia di povertà relativa, compresi, oltre i disoccupati, gli inoccupati, i Neet e i cosiddetti working poor.
Tuttavia, in assenza di una concreta forma di reddito minimo garantito (nell’ultima legislatura sono state presentate in Parlamento due proposte di legge da parte di M5S e Sel, che non sono mai state discusse) e considerata invece la recente approvazione della legge 33/2017 sul Reddito di inclusione (Rei), Sbilanciamoci! ritiene che il Rei debba essere radicalmente modificato – nei criteri di accesso e nei livelli di finanziamento – per renderlo una misura più universale e meno condizionata. Per questo, si chiede che l’accesso al Rei sia esteso a tutti i nuclei familiari (anche unipersonali) in possesso di un titolo di legittimazione alla presenza sul territorio italiano e che si trovino al di sotto della soglia di povertà, sia relativa sia assoluta.
L’ammontare del Rei dovrebbe essere stabilito in base alla differenza tra la soglia di povertà e il reddito personale, senza alcun limite di importo massimo del valore (che è adesso pari all’assegno sociale). Con un primo stanziamento annuo di 11.166,6 milioni di euro si potrebbe allargare la copertura dei beneficiari del Rei dalle attuali 500mila famiglie a ben 1,7 milioni di famiglie. Questo stanziamento dovrebbe essere suddiviso tra le risorse per le prestazioni monetarie (10.097,6 milioni), quelle per i servizi alla persona (1.066,6 milioni) e quelle per il monitoraggio e la valutazione (2,4 milioni). È opportuno rimarcare inoltre che le risorse per i servizi alla persona dovrebbero essere sommate a quelle già stanziate in altri capitoli di spesa, in quanto si riferiscono a servizi specifici diretti ai beneficiari del Rei per acquisire nuove competenze e/o organizzare diversamente la propria vita, in modo da evitare che l’inserimento lavorativo sia inefficace oppure si trasformi in una “contropartita”.

POLITICHE INDUSTRIALI, LAVORO E REDDITO
Allo stesso modo, le risorse per il monitoraggio dovrebbero essere usate anche per controllare gli enti che offrono una disponibilità a ospitare i progetti personalizzati, affinché siano in grado di assumere almeno il 50% dei beneficiari presi in carico, e affinché le mansioni da svolgere siano compatibili con la formazione e/o l’esperienza degli stessi beneficiari. 
Costo: 11.166,6 milioni di euro

Nessun commento:

Posta un commento