Massimo Franchi – Il sole 24 ore
04 Settembre 201
04 Settembre 201
«Dipingerci come economisti
grillini è ridicolo». Riccardo Realfonzo, economista da sempre impegnato in
battaglie politiche di sinistra, nel dicembre 2008 ha fondato la rivista on
line «Economia e politica». Un articolo dell’ultimo numero ha destato parecchio
scalpore: una simulazione delle coperture necessarie a far partire il reddito
di cittadinanza. Nell’articolo si arriva a 15 miliardi spostando le poste
attuali per 80 euro di Renzi (9 miliardi di «sgravi fiscali per ceti medi») e
Reddito di inclusione (2,75 milardi) più altri fondi sociali.
Professor
Realfonzo, così lei è a capo di un gruppo di economisti, fra cui Pasquale
Tridico, che stanno cercando le coperture per il Reddito di cittadinanza?
Sciocchezze. Io non ho avuto
alcun rapporto con la politica e la nostra stima non deriva da una commessa
politica. Quanto a Pasquale Tridico, da tempo collabora con noi. L’articolo fa
semplicemente parte di una serie di approfondimenti sulla necessità di
introdurre una forma di reddito minimo anche in Italia. Ho letto anch’io un
articolo del Corriere che ci affibia un ruolo non nostro con una lettura
completamente distorta del nostro lavoro.
Entriamo
nel merito della proposta: perché siete favorevoli al reddito di cittadinanza?
Coerentemente con il nostro percorso,
valutiamo un reddito di cittadinanza condizionato come un primo passo
importante per combattere la povertà e dare una garanzia minima a milioni di
persone.
In Europa esistono altri modelli
però, come il reddito minimo garantito.
Sì, esistono redditi minimi
garantiti sotto varie forme in Danimarca, Lussemburgo e Belgio. Mentre forme
più simili al reddito di cittadinanza esistono in Francia e Germania. Secondo
noi il reddito di cittadinanza condizionato all’iscrizione ai Centri per
l’impiego, ad attività di formazione e disponibilità ad attività di
reintegrazione è il modello più percorribile e praticabile.
Perché
bocciate il Reddito di inclusione (Rei) proposto e appoggiato da Terzo settore
e sindacati?
Non lo bocciamo. Lo facciamo
confluire nel reddito di cittadinanza. Nel Rei comunque il progetto finalizzato
e il ruolo dei comuni creavano delle costrizioni troppo alte per le persone
coinvolte. Il reddito di cittadinanza è più semplice: un’integrazione per
raggiungere i 780 euro, livello dell’Indicatore di povertà economica dell’Ue,
usando indicatori Istat per aumentarlo rispetto al numero dei familiari.
Sebbene anche qui ci siano zone d’ombra.
Si
riferisce alle 8 ore di lavoro gratis per i Comuni?
No, quelle mi sembrano positive.
Torniamo alle vostre stime: 15
miliardi per dare il reddito di cittadinanza a 2,2 milioni di persone. Ma in
povertà assoluta ci sono 5 milioni di cittadini… E difatti si tratta della stima
per una prima introduzione, mostrando la praticabilità di questa strada senza
dover reperire nuove risorse. Volevamo dimostrare che si può fare. Si tratterebbe comunque di una
piccola redistribuzione: gli 80 euro di Renzi vanno a chi guadagna 1.500 euro
al mese.
Sì, una redistribuzione per
combattere la povertà. Fra l’altro gli 80 euro hanno avuto un’utilità ben
scarsa per far ripartire domanda interna e crescita.
Quindi
per voi però servirebbe ben altro, sbaglio?
Certo. Siamo economisti
keynesiani contro i vincoli di bilancio. Servirebbe una redistribuzione molto
grande tramite rivisitazione delle aliquote fiscali e una patrimoniale sui
redditi alti. Invece nel programma di governo
c’è la Flat tax… Una follia, una misura nociva per
la crescita e tutta la nostra economia.
Voi però con questa stima sul
reddito di cittadinanza appoggiate una parte di quella stessa manovra
economica.
Noi siamo dalla parte del lavoro
e dei lavoratori. Rispetto al governo ci muoviamo in un’ottica pragmatica.
Abbiamo apprezzato il decreto Dignità, anche se insufficiente.
Insisto.
Non c’è il rischio con le vostre posizioni da tecnici di legittimare il governo
di Salvini?
Questo rischio non lo vedo.
Augusto Graziani, il mio maestro, criticava «il camice bianco dei tecnici».
«Economia e politica» appoggia la causa del lavoro in un’ottica progressista e
fa le pulci con proposte e critiche feroci alle politiche di tutti i governi.
Se c’è un provvedimento che condividiamo ciò non significa che condividiamo
l’operato di tutto il governo.
Tornando
alla manovra: non le sembra che in Italia ci sia il tabù dell’Iva?
L’aumento dell’Iva sarebbe un
freno alla crescita. Ma se i 12 miliardi per non farla alzare fossero usati per
politiche industriali e investimenti pubblici, il loro effetto sarebbe molto
più espansivo.

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