martedì 18 settembre 2018

AMBIENTE Global Climate Action Summit: a San Francisco anche la sindaca di Assisi contro il cambiamento climatico

Giorgia Martino – Earthday.it 
18 settembre ’18


“Si conclude oggi dopo tre giorni il summit internazionale dedicato al cambiamento climatico: il “Global Climate Action Summit”, infatti, è iniziato lo scorso 12 settembre, e ha avuto luogo a San Francisco, in California, ospitato dal governatore Jerry Brown in una terra devastata troppo spesso dagli incendi.
All’evento si sono svolti congressi, conferenze e meeting per affrontare la questione del riscaldamento globale, e non sono mancate le manifestazioni degli ambientalisti che rimproverano la classe politica di non fare abbastanza per l’ambiente.
In particolar modo, è stato lo stesso Brown ad essere additato di non prendersi cura dello stato ambientale della California, perché non ferma in alcune zone le trivellazioni per petrolio e gas.
Cinque sono state le macro-aree di interesse, ossia investimenti per il cambiamento climatico, gestione del territorio e degli oceani, crescita economica inclusiva, comunità sostenibili, sistemi energetici sani.
Tra gli ospiti dell’evento, anche Al Gore, ex vicepresidente americano e premio Nobel per la Pace, John Kerry, ex segretario di Stato, Alec Baldwin, attore, e Stefania Proietti, sindaca di Assisi, che è una città gemellata con San Francisco.


Nonostante gli Accordi di Parigi il livello del mare si alzerà di un metro (Fabrizio Cavallina)

Anche se dovessero concretizzarsi le definitive limitazioni alle emissioni di gas serra, gli effetti dei cambiamenti climatici perdureranno. Tra questi, l’innalzamento del livello del mare continuerà ad essere una delle conseguenze dirette più gravi. Lo conferma una ricerca pubblicata dal magazine online Nature Communications, che ha posto l’attenzione su un prossimo significativo rialzo del livello delle acque, nonostante un futuro raggiungimento degli obiettivi dettati dagli Accordi di Parigi per limitare il riscaldamento globale. Accordi stabiliti nel 2015 che prevedono di contenere il riscaldamento sul nostro pianeta al di sotto di 2°C rispetto ai livelli preindustriali e di proseguire gli sforzi per limitarlo sotto a 1,5°C.
Quantificando gli effetti potenziali dei target fissati dal patto sul clima, i ricercatori hanno stilato una proiezione del livello del mare nel futuro: lo studio stima un innalzamento delle acque tra 0,7 e 1,2 metri nei prossimi due secoli, a seconda di quanto riusciremo a tagliare le nostre emissioni. Inoltre la stabilizzazione della temperatura prevista al di sotto dei 2°C potrebbe non escludere – secondo i ricercatori – un innalzamento delle acque superiore a 1,5 metri, entro il 2300. L’analisi pubblicata sul Nature Communications rivela anche le possibili conseguenze in caso di ritardi e posticipi nell’ambito delle limitazioni alle emissioni di gas serra. Dopo il 2020, anno in cui entreranno in vigore gli Accordi di Parigi, la posticipazione del picco più alto di emissioni tra il 2020 e il 2035, comporterà ogni 5 anni un aumento di 20 centimetri del livello del mare. Un rialzo dovuto, per l’appunto, allo scioglimento di ghiacciai e calotte glaciali, e dell’aumento delle temperature acquatiche in tutto il mondo.
Gli effetti del riscaldamento globale sono, secondo i ricercatori, “un’eredità che si svilupperà pienamente solo nei secoli a venire”. I risultati, infatti, sottolineano l’importanza di intervenire il prima possibile con “un’azione di mitigazione” che non faccia pagare alle future generazioni le conseguenze dei cambiamenti climatici; a maggior ragione di fronte ai dati che accertano dei danni in caso di ritardi nello stop alle emissioni. Gli effetti dell’innalzamento delle acque, a dire il vero, sono visibili tutt’oggi, con inondazioni e cedimenti del terreno, e ogni centimetro in più di mare può rivelarsi decisivo per le milioni di persone che abitano le zone costiere e le isole.


Con 2°C in più sarà arido un quarto del pianeta (Fabrizio Cavallina)

Se entro il 2050 la temperatura del pianeta supererà i 2 gradi Celsius rispetto ai livelli pre-industriali, un quarto della superficie terrestre potrebbe finire in uno stato di perenne aridità. La constatazione è stata riportata da un rapporto pubblicato dalla rivista Nature Climate Change, che aggiunge conferme importanti riguardo ai devastanti effetti provocati dai cambiamenti climatici. Lo studio, infatti, prevede sempre più frequenti incendi e siccità per una quota tra il 20% e il 30% delle regioni del mondo. L’unica soluzione possibile? Che la comunità internazionale limiti il riscaldamento globale al di sotto di un 1,5 grado Celsius. Me neanche questo sarebbe sufficiente, perché – affermano i ricercatori – dall’”aridificazione” si salverebbero solo due terzi delle regioni indicate.
La problematica della siccità ha colpito zone come il Mediterraneo, l’Africa meridionale e la costa orientale dell’Australia durante il ventesimo secolo; mentre le zone semi aride del Messico, del Brasile e dell’Africa hanno già iniziato un processo di desertificazione. La nuova ricerca ha coinvolto lo studio di proiezioni di 27 diversi modelli climatici, cioè di simulazioni matematiche che hanno consentito agli scienziati di prevedere gli scenari futuri.  Lo studio stima che oltre alle regioni equatoriali, anche i paesi situati ad alte latitudini diverrebbero con il tempo più umidi. In tal senso, le aree che potrebbero maggiormente beneficiare di un limite all’eccessivo riscaldamento globale, sarebbero il sud-est asiatico, l’America Centrale, il sud dell’Europa, il sud africano e la zona meridionale dell’Australia. Zone in cui vive il 20% della popolazione globale. Gli Accordi di Parigi, ratificati nuovamente lo scorso Dicembre a due anni di distanza da quando furono sottoscritti, si impegnano proprio affinché la quota di 2 gradi Celsius non venga superata. Rispettarli significherebbe prendere atto, almeno in parte, dell’importanza della stessa “azione preventiva” auspicata dai ricercatori del rapporto. Ma sono proprio gli stessi scienziati, durante l’analisi, a sentenziare che le politiche prese non sarebbero “sufficienti”, e che quindi siano necessari “urgenti sforzi ulteriori” per limitare i cambiamenti climatici.

Nessun commento:

Posta un commento