Bruno Perini – Il Manifesto
15 settembre 2018
Debito pubblico da brivido, fuga
di capitali da paura. E’ questo l’ultimo verdetto di Bankitalia sulle
condizioni di salute della nostra economia: il debito pubblico ha toccato la
vetta impressionante di 2341,7 miliardi. Un quadro macroeconomico che potrebbe
esplodere da un momento all’altro se, come ha osservato Draghi, non ci sarà un
messaggio univoco del governo agli investitori che ci hanno prestato quella
montagna di quattrini.
Il ministro dell’Economia
Giovanni Tria fa di tutto per evitare che si cada nel baratro di una spesa in
deficit ma i vice presidenti del Consiglio Luigi di Maio e Matteo Salvini, con
i loro annunci roboanti su Reddito di cittadinanza, Flat Tax e Riforma della
legge Fornero fanno capire chiaramente che loro delle compatibilità di bilancio
non ne vogliono sapere, senza mai spiegare quali sono le coperture finanziarie
per realizzare le tre riforme che costano circa 100 miliardi.
Ieri Luigi di Maio a questo
proposito è stato perentorio: «Il reddito di cittadinanza deve essere nella
legge di bilancio, per il Movimento 5 Stelle è imprescindibile. Facciamo il
reddito di cittadinanza. Fateci fare la legge di bilancio, il tema vero è che
in questi anni ci hanno detto che non c’erano i soldi e poi invece uscivano per
banche e altri gruppi».
Ma torniamo alle crude cifre di
Bankitalia. Dopo le bacchettate di Mario Draghi, ieri il governatore della
Banca d’Italia Vincenzo Visco ha fatto parlare i numeri. Eccoli nel dettaglio:
a luglio il debito delle Amministrazioni pubbliche è aumentato di 18,4 miliardi
rispetto al mese precedente, risultando pari a 2.341,7 miliardi.
L’aumento è dovuto all’incremento
delle disponibilità liquide del Tesoro (31,6 miliardi, a 80 miliardi), che ha
più che compensato l’avanzo di cassa delle Amministrazioni pubbliche (15,1
miliardi); gli scarti e i premi all’emissione e al rimborso, la rivalutazione
dei titoli indicizzati all’inflazione e la variazione dei tassi di cambio hanno
complessivamente incrementato il debito di 1,9 miliardi.
Con riferimento alla ripartizione
per sottosettori, spiega Bankitalia, il debito delle Amministrazioni centrali è
aumentato di 20,4 miliardi e quello delle Amministrazioni locali è diminuito di
2 miliardi; il debito degli Enti di previdenza è rimasto pressoché invariato.
Lo spettro del debito in continua
crescita, spiegano ancora a via Nazionale, ha messo in allarme gli investitori
stranieri e italiani. Che si fidano sempre di meno della solidità dei nostri
titoli di Stato e della solidità della nostra economia e quindi se la danno a
gambe levate verso altri lidi finanziari.
E’ quello che è accaduto nel mese
di giugno e luglio. Se a questo si aggiunge uno spread sempre in zona rischio
si capisce perché il presidente di Bce, sbilanciandosi come mai aveva fatto in
passato, abbia lanciato un monito assai severo al governo italiano.
In queste condizioni è assai
difficile immaginare di poter realizzare le riforme annunciate. Carlo
Cottarelli lo ha detto chiaramente a proposito di Reddito di Cittadinanza e
legge Fornero: «Sono cose che non ci possiamo permettere. Qualche aggiustamento
sulle pensioni e sul reddito d’inclusione si può fare ma spendere 10 miliardi
l’anno è troppo rischioso per l’Italia. Per la tenuta dei conti».
«Il governo italiano – spiega
ancora Cottarelli – ha ventilato la possibilità di aumentare il deficit su
livelli molto elevati superando il 3% o sfiorando il 3% e lo abbiamo pagato con
un aumento dello spread. Non c’è nessuna congiura contro di noi». In effetti il
conto dello spread è piuttosto salato.
I tecnici del Sole 24 ore hanno
fatto due conti: «Secondo il Def di aprile l’Italia avrebbe dovuto spendere in
interessi 62,5 miliardi quest’anno e 63 il prossimo, con un aumento dello 0,8%.
Dopo le fiammate partite con la crisi istituzionale della fine di maggio e
continuate con le discussioni dei primi tre mesi di governo, entrambi i numeri
sono da aggiornare. I calcoli ufficiali arriveranno con la Nota di
aggiornamento, ma la spesa da mettere in conto quest’anno viaggia verso i 63,5
miliardi, e quella dell’anno prossimo può puntare a quota 68. La differenza, in
questo caso, sarebbe del 7%, cioè più del doppio rispetto alla crescita del Pil
nominale messa in programma sempre dal Def di aprile».

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