Andrea Colombo- Il manifesto
14 settembre 2018
Guerra aperta. Il commissario
europeo all’Economia Pierre Moscovici si lancia all’attacco con toni forse mai
adoperati prima nella storia dell’Unione.
Il commissario non fa nulla per
nascondere quale sia l’obiettivo numero uno dell’offensiva, che non è certo sua
personale ma dell’intera commissione: «L’Italia – scandisce in conferenza
stampa – è il tema sui cui voglio concentrarmi prima di tutto: è un problema
nell’eurozona».
«L’Italia
è il tema sui cui voglio concentrarmi prima di tutto: è un problema
nell’eurozona. Deve avere un bilancio credibile. Per la prima volta nella mia
vita di europeo ho paura. L’attacco dei populisti alla democrazia liberale è
una minaccia essenziale, esistenziale. C’è un clima che ricorda gli anni ’30.
Chiaramente non c’è Hitler, ma tanti piccoli Mussolini»
Il commissario europeo
all’Economia Pierre Moscovici
Segue un affondo letteralmente
inaudito, e anche se nel mirino non c’è più solo la penisola è evidente che
nella lista nera della commissione l’Italia è ai primi posti: «Per la prima
volta nella mia vita di europeo ho paura. L’attacco dei populisti alla
democrazia liberale è una minaccia essenziale, esistenziale. C’è un clima che
ricorda gli anni ’30. Chiaramente non c’è Hitler, ma tanti piccoli Mussolini».
POLITICA
E ANTIFASCISMO, certo, ma soprattutto regole e parametri.
Perché quel che chiede Moscovici
all’Italia, sia pur scomodando gli anni ’30, è in ultima analisi solo questo:
il rispetto del rigore. Reclama «un bilancio credibile», perché «sarebbe una
bugia pensare che si possa investire con un deficit più elevato: così si
finisce con più debito e meno capacità di investire».
Non è un’esercitazione accademica
ma un diktat.
Per abbassare il deficit
strutturale il rapporto deficit/Pil non deve andare oltre quell’1,6% che, non a
caso, Tria ha fissato come tetto per la legge di bilancio. Solo che così
reddito di cittadinanza, Flat Tax e intervento sulla legge Fornero non
figurerebbero neppure nel libro dei sogni.
All’affondo di Moscovici segue
dopo pochi minuti da Francoforte quello molto meno sguaiato ma più minaccioso
del presidente della Bce Mario Draghi.
Secco e laconico, Draghi gela una
volta per tutte il miraggio di un ombrello della Bce sul debito italiano per
contrastare la minaccia dello spread. «Il mandato della Bce – ricorda Draghi –
è la stabilità dei prezzi nel medio periodo e non altro. Abbiamo usato il QE
per questo scopo. Non è uno strumento per garantire che il debito governativo
sia finanziato in ogni circostanza».
Effettivamente quello e solo
quello è il mandato statutario della Bce. Si capisce quindi perché, nel governo
italiano, il ministro per gli Affari europei Savona eviti di concentrarsi
troppo sulle singole riforme in programma per cercare di rimettere invece in
discussione la fonte del problema, in particolare proprio ruolo e mandato della
banca centrale.
«Le
parole sono cambiate molte volte negli ultimi mesi. Ora aspettiamo i fatti. E
questo significa non solo il testo della bozza di legge di bilancio, ma anche
la discussione parlamentare e poi vedremo le decisioni che prenderanno mercati
e risparmiatori. Sfortunatamente abbiamo visto che le dichiarazioni hanno
creato qualche danno e i tassi sono saliti per famiglie e imprese. Tutto questo
– voglio sottolineare – è rimasto un episodio italiano. Detto questo dobbiamo
essere consapevoli di quello che hanno detto il primo ministro italiano, il
ministro delle finanze e il ministro degli esteri. E tutti hanno detto che
l’Italia rispetterà le regole»
Il presidente della Bce Mario
Draghi
NEPPURE
DRAGHI, PERÒ, perde di vista la vera linea del fronte
nell’immediato: la legge di bilancio.
«Le parole – commenta riferendosi
al nuovo governo italiano – sono cambiate tante volte. Ora aspettiamo i fatti.
Purtroppo le parole hanno fatto alcuni danni alle famiglie e alle imprese, i
tassi sono saliti».
Dopo aver così bacchettato senza
bisogno di nominarli Salvini e Di Maio, il presidente della Bce ha la perfidia
di nominare invece uno per uno i suoi punti di riferimento a Roma: «Il premier
e i ministri delle Finanze e degli Esteri hanno detto tutti che l’Italia
rispetterà le regole».
Che l’avvio di una procedura
contro Orban non fosse solo la giustificata reazione a un regime autoritario ma
anche l’avvio di una campagna elettorale all’ultimo sangue in vista delle
prossime europee era già chiaro.
I toni decisamente sopra le righe
adoperati da Moscovici segnalano però sia il profondo timore che agita
Bruxelles, e in particolare il Pse e il Ppe, sia la scelta di mettere l’Italia,
assurta ora a pericolo numero uno per l’Europa, con le spalle al muro.
PREVEDIBILI
LE REAZIONI furibonde di Di Maio: «Giudizi ignobili da parte
di una commissione che tra 6-8 mesi non esisterà più», e di Salvini, che ieri
campeggiava sulla copertina di Time come «l’uomo con la missione di distruggere
la Ue».
Anche da lui una replica al
cianuro: «Moscovici si sciacqui la bocca prima di insultare l’Italia, gli
italiani e il loro legittimo governo».
Ma queste sono schermaglie. La
partita si gioca sul testo della legge di bilancio e nel rapporto, fattosi difficilissimo,
col ministro Tria. La tensione resta altissima. Di Maio smentisce il conflitto
e nega che Tria abbia messo sul tavolo la minaccia di dimissioni. A far capire
come stanno le cose ci pensa la ministra Lezzi: «Se saltasse il reddito di
cittadinanza ad avere problemi sarebbe il governo».

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