Tobia Savoca - Pressenza International press agency
17 settembre ’18
Quando ero al liceo agli inizi
del 2000 sentivo dire che quando si è giovani si è di sinistra e poi, da
adulti, ci si sposta verso posizione più conservatrici perché si raggiunge uno
status quo e si tende a difenderlo. Le sfiorite ideologie del Novecento
indicavano un orizzonte verso cui le società volevano tendere, dei modelli di società
migliore. Il miglioramento delle condizioni di vita era di solito possibile
attraverso un fisiologico scontro generazionale, una stimolante e sana
competizione tra padri e figli che innescandosi nell’adolescenza permetteva la
crescita dei giovani educandoli all’indipendenza. Il cambiamento in politica
era portato avanti da chi era nuovo, dai giovani, secondo una dialettica che
tendeva a portare avanti le istanze di nuove classi o di nuovi gruppi sociali.
Eppure come diceva Mentana in un
recente evento organizzato da Gino Strada, nelle aziende trilionarie della
Silicon Valley oggi l’età media è di 30 anni, mentre in Italia alle riunioni di
Confindustria l’età media è di quelli della piscina di Cocoon, senza gli
effetti della piscina. In pratica in Italia questo conflitto generazionale non
si è completamente verificato. I giovani infatti sono stati (e si sono?)
completamente esclusi da tutto.
Nelle famiglie più fortunate un
patto implicito infatti ha legato il padre e il figlio secondo cui, il primo
paga al secondo una formazione sempre più lunga e dispendiosa, mentre il
secondo, mantenuto dalla famiglia restando sotto il tetto familiare, impegnandosi
nello studio, ambisce a posizioni lavorative sempre più rare in un contesto di
allargamento della classe media.
Questo patto scellerato ha creato
una “classe disagiata”, la cui teoria è stata elaborata da Raffaele Alberto
Ventura, che dovendo accettare spesso il declassamento della propria posizione
sociale, poiché esclusa dalla competizione ai sempre più rari posti di lavoro,
nasconde il proprio disagio con pratiche ostentatorie di un tenore di vita che
non può permettersi.
Noi giovani siamo stati quindi
esclusi dal mondo del lavoro, principale elemento di affermazione personale e
sociale. Con una retorica volutamente paternalista, facendo affidamento nel
ricatto dell’ ”esercito di lavoratori a gratis di riserva”, i datori di lavoro
possono ottenere la massima produttività con una paga prossima allo zero,
giustificandola con la logica del “devi imparare il mestiere”. Dopo anni e anni
di esami, i giovani escono dall’università e gli si dice che non sanno
lavorare, che quella fatta finora era teoria, la pratica è altro.
Complici di questo paternalismo
lavorativo sono paradossalmente i genitori stessi. Coscienti di aver
contribuito ad un mondo più ingiusto e chissà alla crisi economica, mossi da un
senso di colpa di inadeguatezza, si comportano contemporaneamente in due modi.
Da un lato ci accolgono sotto il loro tetto, mantenendoci, lasciandoci come
unica responsabilità economica, quella di decidere come spendere il sabato sera
la paghetta o i 500 euro gentilmente concessi dallo sfruttatore di lavoro. Dall’altro
lato talvolta ci screditano poiché nel periodo del boom economico sono riusciti
a fare quello che noi non saremo capaci di fare.
Secondo questa logica
familiaristica che ha fondato le politiche giovanili fino ad oggi, si è sempre
sperato che garantendo un sistema fiscale per i genitori e i nonni, si potesse
per effetto cascata, costruire un welfare familiare che aiutasse i giovani,
senza capire che tale sistema li rende ancora più dipendenti delle morbose
braccia familiari. Da qui l’idea dell'”italiano mammone”.
Il fisiologico conflitto
generazionale che porta cambiamento è stato pacificato dall’emergenza della
crisi ed ha quindi fatto venir meno una classe politica di giovani.
Escludendo coloro che restano in
uno stato di disoccupazione e sotto il tetto familiare, non rimangono che tutti
coloro che hanno voluto o dovuto tentare la via dell’emigrazione e quei sempre
meno fortunati che sono riusciti a trovare un lavoro in Italia, spesso
ripiegando rispetto alle iniziali ambizioni, e che sono riusciti a fondare una
famiglia, non si sa se per meritocrazia o per conoscenze personali.
Se una parte dei disoccupati sono
pacificati dal paternalismo familiare e lavorativo, e se l’altra parte si
imbatte nel calvario dell’emigrazione, vera valvola di sfogo sociale e politica
delle conflittualità generazionali, portando via con sé rivendicazioni ed
entusiasmo, chi si fa avanti per un cambiamento politico?
Chi deve portare avanti le
politiche giovanili che mirano all’indipendenza economica ed abitativa se non i
giovani stessi? Di sicuro non saranno i “vecchi” contenti di averci ancora
sotto il loro tetto, elargitori di una paga che non si sa quando diventerà
produttiva e quindi bruciando nel frattempo importanti risorse economiche.
Di certo nessuno delle vecchie
generazioni si farà da parte e nessuno delle nuove leve abbozza una qualche
forma di riscatto generazionale.
Condannati al presentismo della
cultura del consumo e dei social, disillusi dalle delusioni politiche dei
nostri genitori, non crediamo nel cambiamento perché non crediamo, purtroppo,
che la politica possa contribuirvi, sia perché non l’abbiamo mai sperimentata,
sia perché a scuola ci hanno sempre scoraggiato a trattarne, sia ancora perché
non abbiamo fiducia nel prossimo così come non abbiamo fiducia in noi stessi.
Il prossimo non è visto come un compagno di lotta ma come un possibile
concorrente di un posto di lavoro che ci garantirebbe l’obiettivo di costruirci
una vita.
Increduli ad un cambiamento che
non abbiamo mai vissuto, incapaci di organizzazione e destinati a sopravvivere
in maniera individualista, dobbiamo per la sopravvivenza stessa della società e
di noi stessi, riprendere in mano il nostro destino attraverso la
partecipazione politica personale.

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