Luigi Mastrodonato - The Vision
11 settembre 2018
È il primo luglio del 1998 quando
un barcone carico di curdi arriva sulle coste calabresi a pochi chilometri da
Riace. Scappano da guerre e persecuzioni che vanno avanti da decenni, ci sono
donne, bambini, anziani. Il sindaco di Riace Domenico Lucano, detto Mimmo, è
tra i primi ad accoglierli. Insieme alla Croce Rossa e ad alcuni compaesani si
adopera nella distribuzione di coperte, cibo e nella ricerca di un luogo dove
portare queste persone stremate. Vengono così trasferite nella Casa del
pellegrino, un rifugio del paese gestito da un’associazione religiosa. La data
di quello sbarco è ancora oggi impressa nella memoria collettiva. Non tanto
perché l’arrivo di migranti fosse considerata una notizia: sebbene oggi il
governo parli degli sbarchi come di un’emergenza degli ultimi anni causata dai
“buonisti”, nella realtà dei fatti i numeri di venti anni fa non si discostano
da quelli odierni. Nel 1998 ci sono stati oltre 38mila arrivi di immigrati in
Italia – nei primi sei mesi del 2018 siamo a 16mila. Se ancora oggi non ci si è
dimenticati di quell’evento è, piuttosto, perché è proprio a partire da lì che
è nato e si è sviluppato il più importante modello di accoglienza locale
italiano.
Mimmo Lucano
Mimmo Lucano oggi è il sindaco di
Riace, e nel 2016 è stato inserito da Fortune nella classifica delle 50 persone
più influenti al mondo. È lui il regista del modello Riace, che da quel 1998 a
oggi ha dimostrato come l’accoglienza e, soprattutto, l’integrazione siano
possibili. A pochi mesi dallo sbarco, Lucano fonda Città futura, realtà che sin
dall’inizio si è impegnata nell’accoglienza degli immigrati stranieri
facilitando il loro coinvolgimento nella vita locale, tramite il lavoro e
l’istruzione. Oltre a questo, l’associazione ha ridato vita a un paese ormai
spopolato, attraverso la promozione di attività economiche e turistiche. Riace,
ai tempi, era infatti una città semi-fantasma. “Le case erano vuote e
l’economia locale era paralizzata,” spiega Lucano. Da lì la scelta di mettere a
disposizione degli immigrati le decine di abitazioni abbandonate dai
proprietari, così da ripopolare il paese e farlo ripartire economicamente. Nel
1998 gli abitanti di Riace erano 900, oggi sono oltre duemila: la popolazione è
più che raddoppiata, e se di stranieri se ne contano circa 400, i restanti nuovi
arrivati sono cittadini italiani che hanno scelto di tornare in un villaggio
che proprio grazie all’integrazione è stato capace di ripartire, salvandosi
dalla deriva a cui era destinato.
Camminando per Riace è un
susseguirsi di botteghe, attività, iniziative fondate sull’inclusione. C’è il
laboratorio del vetro e del rame, dove eritrei e italiani lavorano fianco a
fianco ridando linfa all’artigianato locale, o quelli del legno, della ceramica
e della lana. Altri migranti sfruttano la conoscenza della lingua per fare da
traduttori e mediatori culturali, mentre anche la manutenzione delle strade,
delle aree verdi e la gestione dei rifiuti è in mano a un team multietnico. Se
molte iniziative di questo tipo in giro per l’Italia mascherano forme di
sfruttamento, chiedendo agli immigrati un lavoro “volontario” e non retribuito,
a Riace il lavoro è tale a tutti gli effetti, stipendiato. Il team del sindaco
Lucano ha infatti messo in piedi un sistema alternativo per utilizzare i fondi
stanziati dal governo per l’accoglienza dei rifugiati. Sono stati creati due
strumenti finanziari ad hoc, attraverso cui superare l’approccio meramente
assistenzialista dell’accoglienza. Le “borse lavoro” costituiscono una paga
fissa versata dall’amministrazione comunale alle cooperative che a loro volta
la girano alle persone immigrate impiegate nelle botteghe da loro gestite,
sotto forma di salario. I “bonus” sono invece una sorta di coupon spendibili sul
territorio comunale, così da dare potere di acquisto agli immigrati e allo
stesso tempo stimolare i consumi e dunque l’economia locale.
Tutto questo è stato reso
possibile grazie alla testardaggine di Mimmo Lucano, oggi al terzo mandato da
sindaco, e allo sforzo quotidiano delle persone accanto a lui. Grazie alla
validità del modello di accoglienza e al successo che già stava mostrando nelle
sue prime fasi, il governo italiano nei primi anni duemila si è convinto a
concedere un programma di finanziamento all’amministrazione di Riace. È così
che si è passati in breve tempo da un contesto in cui le scuole rischiavano di
chiudere a uno in cui il flusso di studenti tornava a crescere. Da un deserto
economico dove l’artigianato locale stava scomparendo a un centro lavorativo
sempre più dinamico. Da una terra desolata e caratterizzata da case vuote e
decadenti al ripopolamento di interi isolati, che hanno restituito un’anima al
villaggio.
Il modello Riace fa parte del
sistema Sprar (Sistema nazionale per richiedenti asilo e rifugiati).
L’accoglienza in Italia opera su due livelli: c’è il sistema degli hotspot e
dei Cas (Centri di accoglienza straordinaria), nati per sopperire alla mancanza
di posti nelle strutture ordinarie di accoglienza o nei servizi predisposti
dagli enti locali. Questa fase è gestita dalle prefetture locali, che seguono
le direttive del Ministero dell’Interno. La seconda fase di accoglienza è
invece quella relativa al sistema Sprar, una forma unicamente italiana basata
sull’adesione volontaria dei Comuni a progetti di accoglienza sul territorio.
Il modello Riace fa parte di questo secondo livello, sebbene non sia l’unico: i
dati di luglio evidenziano che oltre 1200 comuni italiani hanno aderito al
sistema con diversi progetti. Quella di Riace è però senza dubbio una delle
realtà più strutturate ed è anche per questo che nel corso degli anni ha fatto
il giro del mondo.
Papa Francesco, qualche tempo fa,
ha lodato il sindaco Lucano esprimendo “ammirazione e gratitudine per il suo
operato intelligente e coraggioso a favore dei nostri fratelli e sorelle
rifugiati”. Nel 2009 in paese è arrivato il regista Wim Wenders, che ha girato
un documentario sulla vita del villaggio e durante una cerimonia a Berlino ha
dichiarato: “La vera utopia non è la caduta del muro, ma quello che è stato
realizzato in alcun paesi della Calabria, Riace in testa”.
Wim Wenders a Riace
Oggi l’ingresso nel Comune è
segnato da un cartello: “Benvenuti a Riace, città dell’accoglienza”. Una
capitale dell’inclusione che, sotto gli attacchi ripetuti della politica e
della burocrazia, ha però rischiato più volte di smettere di essere tale. Prima
ci si è messa la criminalità organizzata locale: l’auto del sindaco bruciata,
la porta del ristorante gestito dalla cooperativa colpita con proiettili, fine
destinata anche all’ingresso della sede di Città futura. Poi le intimidazioni
velate della politica, su tutte quelle del ministro dell’Interno, Matteo
Salvini: “Per me il sindaco di Riace è uno zero,” ha dichiarato a giugno.
Ma i veri problemi hanno
riguardato la questione dei fondi. Da anni, infatti, i soldi del programma di
finanziamento governativo non arrivano nelle casse dell’amministrazione locale
e le attività vanno avanti a credito. “Dal maggio 2016 non riceviamo un euro
dalla Prefettura, per lo Sprar invece non arrivano fondi da un anno,” ha
spiegato Mimmo Lucano. Senza quei fondi, c’è il rischio che finiscano in strada
165 rifugiati e circa 80 operatori. Altri problemi potrebbero poi riguardare
anche i cittadini – italiani – di Riace
che hanno fornito beni, prevalentemente alimentari, e da più di un anno non si
vedono pagato il credito accumulato, a causa proprio del blocco dei
finanziamenti.
Tutto nasce da questioni
burocratiche. Nel 2016 un ispettore della Prefettura di Reggio Calabria compila
una relazione sul modello di accoglienza del paese, dando una valutazione
negativa per criticità negli aspetti amministrativi e organizzativi. È in quel
momento che inizia la crisi di Riace, che passa dal blocco dei finanziamenti e
dall’iscrizione del sindaco nel registro degli indagati per abuso d’ufficio,
concussione e truffa aggravata. Si parla di errori nella rendicontazione delle
attività di accoglienza e si contestano le modalità di erogazione dei soldi
agli abitanti stranieri del paese – il sistema delle borse lavoro e dei bonus.
Eppure è la stessa Prefettura di Reggio Calabria che in due ispezioni
successive – datate inizio 2017 ma diffuse solo nel febbraio del 2018 – ribalta
la sua relazione precedente. “Si ritiene che l’esperienza di Riace sia
importante per la Calabria e segno distintivo di quelle buone pratiche che
possono far parlare bene della regione,” è scritto nelle conclusioni, dove si richiede
anche il versamento all’amministrazione locale degli arretrati in acconto.
Negli ultimi mesi a Riace è
arrivata Ada Colau, sindaco di Barcellona, ed è arrivato anche Roberto Saviano,
che ha sottolineato l’importanza di tenere in vita un sistema che ha rivelato
il valore dell’accoglienza. Li hanno seguiti Luigi de Magistris, Laura
Boldrini, Pippo Civati, e anche la Rai, che ha girato qui una serie tv da
mandare in prima serata, poi sospesa. Il motivo è che “7-8 milioni di persone
avrebbero visto che l’integrazione è possibile,” spiega Lucano, e questo non va
bene. Chi non si è visto a Riace è invece il governo: né Matteo Salvini, che ha
detto che si recherà a Riace solo quando cambierà sindaco, né il ministro del
Lavoro Luigi di Maio. E, ovviamente, non si sono visti i finanziamenti, che
restano tuttora bloccati. È per questo che Mimmo Lucano a inizio agosto ha
intrapreso uno sciopero della fame, con i riflettori mediatici e istituzionali
che sono tornati ad accendersi sul paesino della Locride. A fine agosto
qualcosa sembra essersi mosso: “Da Roma ci hanno detto che presto i fondi per i
progetti potrebbero essere sbloccati,” ha esultato Lucano. Salvini ha però
gelato l’entusiasmo, dichiarando di non saperne nulla.
L’incontro tra Mimmo Lucano e
Roberto Saviano a Riace
La sensazione è che il processo a
Riace sia un processo all’accoglienza che funziona. Difficile da affiancare
alla dialettica del “Mandiamoli a casa loro”, degli immigrati che delinquono e
che vengono in Italia a far nulla e a lamentarsi per il wi-fi. Da un lato ci
sono le immagini e i racconti di una realtà del Sud Italia rigenerata proprio
grazie all’impegno e all’attivismo dei migranti, dall’altro i fondi bloccati,
le relazioni negative sbandierate e quelle positive tenute nascoste per oltre
un anno.
“È lecito ipotizzare che il
definanziamento faccia parte di una precisa strategia politica tesa a
demonizzare un modello di accoglienza, che contraddice con fatti e risultati
riconosciuti a livello internazionale le quotidiane prediche di certa
politica,” ha tuonato il segretario della Camera del Lavoro di Reggio Calabria
– Locri, Gregorio Pititto. Il Vice Presidente dell’Asgi, Gianfranco Schiavone,
analizzando le carte con cui la Prefettura di Reggio Calabria ha contestato il
sistema Riace dice: “La nostra opinione è che le osservazioni critiche che a
questo progetto vengono fatte siano di minimo rilievo. Sono osservazioni di
carattere procedurale e formale, che esistono, ma che non hanno nulla a che
vedere con la qualità del servizio”. Eppure, piccoli vizi procedurali sono
stati sufficienti per bloccare l’erogazione dei fondi e nonostante le
successive relazioni positive e lo sblocco di alcune tranches – l’ultima
avvenuta a fine agosto – i soldi continuano a non arrivare. La sezione di Catanzaro
di Magistratura Democratica, intanto, ha smontato le criticità del modello
Riace sollevate nel 2016 dalla Prefettura.
Mentre si attende l’esito del
processo a Mimmo Lucano e l’invio dei fondi con cui si potrà tornare a pagare
chi nell’ultimo anno ha lavorato a credito, il sistema di accoglienza di Riace
non si ferma. “Noi continuiamo a garantire assistenza, scuole, laboratori,
quest’anno abbiamo persino inaugurato la fattoria didattica,” spiega il
sindaco. Nel corso degli anni Riace ha accolto oltre 6mila persone da venti
Paesi diversi, che hanno dato un contributo alla rinascita del villaggio. Lo
stress però è tanto, a volte viene il desiderio di mollare tutto. Ma ancora oggi,
forse il momento più duro della storia recente del villaggio, sembra che sia la
voglia di resistenza a prevalere. “In Italia è in atto una deriva di umanità,”
ha detto di recente Mimmo Lucano. Quella delle navi tenute in mare per giorni,
con bambini, donne e malati a bordo; o delle fake news istituzionali per
alimentare il clima d’odio. In questo contesto cupo, Riace è un’isola felice,
un modello da emulare e che non può scomparire.

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