Roberto Bertoni – JOB News
19 settembre ’18
Dati inquietanti, quelli emersi
di recente da un rapporto dell’Istat che
ne riprende a sua volta uno dell’Ocse, dati che fanno il paio con quelli
apparsi la settimana scorsa sull’Espresso, riguardanti un dossier prodotto da
Tuttoscuola secondo cui la scuola italiana starebbe diventando un autentico
deserto.
Per ogni allievo, per dire, lo
Stato investe 7.000 euro l’anno, negli ultimi 23 anni sono stati persi più di
55 miliardi. E ancora: un quarto degli alunni che iniziano ora le superiori si
sa già che non arriverà al diploma. E ancora: chi ce la fa, i più bravi, i
laureati, il più delle volte, scappano all’estero. Senza dimenticare le
bocciature, la dispersione scolastica, la scarsa, per non dire nulla,
connessione con il mondo del lavoro: insomma un disastro senza precedenti che sta
mettendo a repentaglio l’avvenire del nostro Paese.
A questi risultati allarmanti si
sommano adesso, come detto, i dati forniti da un rapporto dell’ISTAT su
disuguaglianze e blocco del famoso “ascensore sociale” ed ecco che la tragedia
assume contorni grotteschi.
Riprendendo un precedente
rapporto dell’OCSE, intitolato “A broken social elevator. How to promote social
mobility”, esso asserisce: “Chi nasce in una famiglia a basso reddito impiega
circa 150 anni per raggiungere la media del suo Paese”. E ancora: “in Italia
sono necessarie cinque generazioni perché un bambino nato in una famiglia a
basso reddito (tra il 10% più povero della popolazione) raggiunga il reddito
medio nazionale”.
Per chi sta in basso non c’è
possibilità di raggiungere il livello più alto
Un ascensore sociale totalmente
bloccato, in cui il lavoro passa di padre in figlio, al pari del grado di
istruzione, e per chi sta in basso non c’è alcuna possibilità, o quasi, di
raggiungere il livello cui può ambire chi ha avuto la fortuna di nascere in una
famiglia mediamente abbiente.
“In Italia – sì legge – due terzi
(il 67%) dei figli di genitori con istruzione inferiore al ciclo superiore
restano con lo stesso livello di istruzione (contro una media OCSE del 42%). In
altre parole, i figli di chi ha solo la terza media (la maggioranza degli
italiani, poco meno del 55% della popolazione) non va oltre la terza media.
Inoltre, solo il 6% delle persone con livello di istruzione inferiore al ciclo
superiore raggiunge la laurea (meno della metà della media OCSE). Lo stesso
vale per il tipo di occupazione: i figli di lavoratori manuali diventano
lavoratori manuali anche loro in 4 casi su 10 (più della media OCSE), mentre i
figli dei manager o dei dirigenti divengono per lo più manager o dirigenti. Infine,
il 31% dei figli di padri con basse retribuzioni continua ad avere retribuzioni
basse (media vicina a quella OCSE)”.
La disuguaglianza nella
distribuzione del reddito aumenta, poi, la scarsa mobilità sociale. Non a caso,
nel rapporto si legge che “l’Italia, tra i paesi OCSE, ha un livello di
disuguaglianza del reddito medio-alto – tra i paesi UE è più alto quello di
Austria, Spagna, Portogallo e Grecia, oltre alla Gran Bretagna – e presenta una
mobilità sociale medio-bassa nelle varie dimensioni di reddito, occupazione,
istruzione e salute e mobilità individuale nel corso della vita bassa e
decrescente per i redditi bassi e media per i redditi alti”. Ma c’è di peggio:
“Solo il 40% di chi appartiene al ceto medio riesce a salire di classe nel
corso del tempo e circa il 20% scende a livelli di reddito più bassi. La
‘persistenza’ è poi più alta per i più ricchi: chi è nel quintile più ricco
della popolazione per più del 70% vi resta nel corso del tempo. In altre
parole: chi si trova in una certa classe di reddito, sempre più tenderà a
rimanervi (la mobilità sociale e di reddito è diminuita), una tendenza che
dagli anni Novanta continua imperterrita”.
Tutto ciò contrasta, solo
apparentemente, con la discreta tenuta sociale che ancora si registra, in
termini di fiducia, speranze e prospettive, nel nostro Paese, al netto di una
politica sempre più screditata e sostanzialmente disprezzata dalla maggior
parte delle persone, a cominciare dai giovani.
Il punto è che o il sistema trova
a breve il modo di rigenerarsi e ritrovare un minimo di positività, dei
meccanismi virtuosi e una sua dignità complessiva o il baratro sarà
inevitabile. Questo combinato disposto di dati e sensazioni ne è la
testimonianza più allarmante.

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