Marcella Ciarnelli – La striscia Rossa
19 settembre ’18
Farne un falò, immagine di
tragica memoria nazista, e non solo. O, meglio e più utile, farne merce di
scambio con un alleato in panchina ma ancora necessario che alle sue aziende (e
alle proprie tasche) ha sempre dimostrato di tenerci molto, certo più del Paese
che ha governato. I piccoli Mussolini d’Italia devono aver pensato che invece
di sprecare fiammiferi è meglio non farli proprio scrivere quegli elaborati
stampati che arricchiscono la vita e l’intelletto di chiunque ne abbia
consuetudine. Per ora i giornali. Per i libri si vedrà anche perché, per stessa
ammissione della classe dirigente in auge, quelli i più neanche li sfogliano. E
che è molto meglio ammorbidire la riforma dell’editoria in fieri nella parte
dei tetti pubblicitari che andrebbe a colpire al cuore Berlusconi e le sue tv
con una perdita conteggiata ad Arcore in 750 milioni di euro l’anno. Ed, in
cambio, ottenere il voto favorevole di Forza Italia in commissione di
vigilanza, per la nomina di Marcello Foa a presidente della Rai, rimandato a
settembre proprio per il no degli azzurri e pronto a correre di nuovo in una
competizione che ha tutti i segni dell’irregolarità.
Uno scambio in nome di interessi
anche opposti. Certo bisognerà spiegare agli elettori pentastellati il sigillo
indispensabile di Berlusconi, il grande nemico, per riuscire a collocare al
vertice di Viale Mazzini un uomo molto gradito alla parte grillina del governo.
Per la Lega è diverso. Loro il tragitto fin qui lo hanno compiuto al fianco
dell’ex Cavaliere che ora si sta rivelando un peso per Salvini, lanciatissimo
in solitaria ma non tanto da rinunciare a quell’appoggio. E quindi pronto ad
andare a cena ad Arcore, anche più volte, per discutere di tutto un po’ con
l’anziano alleato. Per ora.
Verba volant, scripta manent.
Anche se i social il concetto lo hanno di molto allargato. Bloccare le critiche
scritte. Togliere acqua ai mulini dei giornali per fermarne la produzione così
che vengano a mancare altri luoghi di confronto e di critica. E come si può
riuscire nell’impresa se non togliendo qualunque forma di finanziamento alla
carta stampata? Togliere l’aria. Questo l’imperativo. Detto, fatto.
Il killer designato è Vito Crimi,
primo esempio di classe dirigente nell’era grillina, quello dello streaming con
Bersani, che allora era capogruppo e ora è sottosegretario all’editoria. Un
settore che non annovera tra i suoi fruitori il premier Giuseppe Conte che i
giornali non li legge “se no non potrei governare”, come ha confessato sotto il
sole evidentemente molto forte della Puglia. Crimi è stato impegnato con delega
a dar man forte al vero leader del movimento anti stampa sulla solida scia di
Beppe Grillo, e cioè Luigi Di Maio, vicepremier in affanno. In ombra. E non per
le capacità superiori di Salvini ma, secondo lui, perché “i prenditori editori
ogni giorno inquinano il dibattito”.
Ci ha provato il presidente della
Repubblica a farli rinsavire. Dopo essere intervenuto su giustizia ed Europa ha
voluto ricordare che ”una stampa credibile, sgombra da condizionamenti di
poteri pubblici e privati, società editrici capaci di sostenere lo sforzo
dell’innovazione e dell’allargamento della fruizione dei contenuti
giornalistici attraverso i nuovi mezzi, sono strumenti importanti a tutela
della democrazia. Questa consapevolezza deve saper guidare l’azione delle
istituzioni”.
Parole giuste. Finite nel nulla
dato che nessun passo indietro sembrano vogliano fare i governanti ammazza
informazione. Per loro non è vero che “l’incondizionata libertà di stampa
costituisce elemento portante e fondamentale della democrazia e non può essere
oggetto di insidie volte a fiaccarne la piena autonomia e a ridurre il ruolo
del giornalismo” come ha detto Mattarella. I giornali fanno troppe critiche. E
se non si riesce a fare nulla perché quelle critiche non arrivino, invece di
migliorare l’azione di governo, meglio che i giornali chiudano. Che insieme a
testate storiche, a idee anche contrapposte ma tutte da salvaguardare, vadano
in fumo anche posti di lavoro poco importa ai sostenitori del reddito di
cittadinanza.
La “dimaiata” a firma Crimi parte
dall’ignoranza che il finanziamento all’editoria è stato praticamente azzerato.
E non dall’attuale governo, ma molto prima. I giallo verdi giostrano su quanto
è rimasto, i contributi indiretti e la redistribuzione della pubblicità tra tv
e carta stampata. In particolare quella istituzionale. E poco importa se può
sembrare un attacco a Berlusconi e alle sue aziende. Quello è un problema di
Salvini. Ci pensi lui a rabbonire l’alleato con cui ben altri problemi ha da
risolvere. Di qui la cena. Ne seguiranno altre. L’uomo di Arcore è ancora un
osso duro. Se lo tocchi nel portafoglio poi… Come ciliegina ci sarà anche
l’obbligo di mettere sotto la testata i nomi degli editori, perché “i cittadini
devono sapere”. La gogna, in altre parole. Ma tutto serve a far spettacolo.

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