Marc Tibaldi – Il manifesto
18 settembre ’18
«La retorica dell’aiutiamoli a
casa loro, sostenuta da partiti e movimenti di varia estrazione, non è valida,
è falsa e ipocrita, non solo perché il pianeta Terra è la casa di tutti, ma
anche perché le strade che oggi gli uomini e le donne migranti intraprendono
per venire in Europa non sono gli africani che le hanno create, ma sono le
strade che gli europei hanno creato per andare in Africa», ci dice Emmanuel
Mbolela, fuggito nella Repubblica Democratica del Congo nel 2002 perché
militante dell’opposizione a Kabila, prima di ottenere asilo politico in
Olanda, nel 2008.
Il suo viaggio è durato sei anni
durante i quali ha affrontato – come migliaia di altri africani in questi anni
– difficoltà e sofferenze: racket, agguati nel deserto del Sahara, lavoro nero,
per arrivare in Marocco, dove è rimasto bloccato per quattro anni. Lì con altri
compagni ha fondato l’associazione dei rifugiati congolesi in Marocco,
rifiutando di essere vittime, organizzando lotte e reti di solidarietà. In
Europa ha co-fondato l’associazione Afrique-Europe Interact, con attivisti
pro-rifugiati. E poi ha scritto il libro Rifugiato. Un’odissea africana, tradotto
ora in Italia da Agenzia X (pag.190, 15 euro), che in questi giorni sta
presentando in Italia. Dopo il Festival antirazzista in memoria di Abba a
Milano, venerdì è stato a Roma allo Spin Time Labs, poi a Brescia alla Casa del
Quartiere. E quindi di nuovo a Milano al Csoa Cox in via Conchetta 18.
Fin dalle prime risposte è
evidente che Mbolela non vuole essere biografico. Le sue dichiarazioni sono
frutto del sapere delle lotte. Porta il discorso sempre sul piano politico, non
vuole atteggiarsi a eroe o leader, ma dare un contributo politico a questioni
politiche.
Quando sei partito avevi idea di
cosa avresti dovuto affrontare?
Avevo partecipato alle lotte
contro la dittatura e a causa della repressione ho dovuto decidere di partire
senza preparazione. Prima in Congo Brazaville, e poi attraverso quattro Paesi e
dopo migliaia di chilometri ho raggiunto il Mali, per affrontare la durissima
traversata del deserto e arrivare in Algeria. Dopo due anni di viaggio riuscii
a raggiungere il Marocco. Ma il calvario non era finito, non avevamo nessun
diritto, non avevamo la possibilità di lavorare, la repressione era feroce, con
la possibilità di essere respinti di nuovo in Algeria.
Vi siete rifiutati di essere
vittime passive.
I rifugiati non sono solo
vittime, si sanno organizzare. Ci sono due cose importanti, che ho cercato di
far emergere nel libro: la solidarietà pragmatica e diretta e
l’auto-organizzazione, la lotta. I migranti si aiutano e si consigliano, non
pensano solo a sé stessi. Abbiamo organizzato le prime dimostrazioni davanti
all’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, l’Unhcr,
rivendicando dignità e diritti. Abbiamo iniziato a porre richieste al di là del
singolo aiuto e della carità per la sopravvivenza. Abbiamo posto questioni
politiche. Quattro anni di lotte. Di sofferenze e di lotte.
Si emigra per necessità, ma si
emigra anche per desiderio?
Sì, è vero, da che mondo è mondo
le migrazioni sono sempre avvenute e sicuramente nei giovani che partono c’è
una compresenza di motivazioni. Con la planetarizzazione delle comunicazioni e
dell’informazione, c’è il desiderio di conoscere, di viaggiare, di avere la
possibilità di essere più liberi. D’altro canto, vorrei sottolineare che per
molti non si dovrebbe parlare di migrazione economica, ma di persecuzione
economica, perché la povertà e la mancanza di risorse da cui si fugge sono
l’eredità del colonialismo e dello sfruttamento odierno delle multinazionali.
Uno dei discorsi che si ascoltano in Europa è che con la conquista
dell’indipendenza la colonizzazione nei Paesi africani sia stata annullata.
Purtroppo non è così. La colonizzazione è continuata da parte delle
multinazionali e con il ricatto – a livello strutturale ed economico – delle
politiche della Banca mondiale e del Fondo monetario internazionale.
Qual è la tua opinione
sull’esternalizzazione delle frontiere da parte dell’Europa?
Esternalizzare le frontiere è
immorale e illusorio, così com’è illusorio cercare di fermare la migrazione
inviando nei Paesi africani le immagini dei morti nel Mediterraneo. La politica
di esternalizzazione voluta dall’Unione europea apre a trattative con Paesi
terzi senza tenere in considerazione quale sia lo stato dei diritti umani in
questi luoghi o come vengano gestite dai governi locali le questioni migratorie.
L’unico elemento che viene preso in considerazione è quello dell’interesse
geopolitico, nel senso che vengono aperte trattative con Paesi “chiave” alla
luce della loro vicinanza con l’Europa. Se da sempre si fa un utilizzo
strumentale dei fondi allo sviluppo, adesso si è proprio messo nero su bianco
che tali aiuti sono incentivi o penalità per chi collabora o meno nelle
procedure di espulsione e rimpatrio. Gli aiuti allo sviluppo sono così
diventati uno strumento di attuazione di politiche di controllo nei Paesi di
origine e transito dei flussi migratori. In pratica il traffico di uomini e
soldi di cui sono accusati i passeurs viene gestito dall’Unione europea e dagli
Stati coinvolti. Si parla dei trafficanti di uomini come del peggior esempio
della specie umana, ma quando le negoziazioni vengono fatte a livello
istituzionale, come si è fatto con la Turchia, Marocco, Algeria, così come ora
con le milizie libiche, lo stesso traffico di uomini assume un carattere non
moralmente denunciabile.
Sostieni che il libro sia uno
strumento di lotta, perché?
Ho fatto più di 300 presentazioni
dell’edizione tedesca in Germania, Svizzera e Austria. Poi c’è stata l’edizione
francese e ora quella italiana. Bisogna capire realmente perché i migranti si
muovono dai propri Paesi d’origine e soprattutto la realtà di quei Paesi, senza
accontentarsi di spiegazioni generiche tipo «vengono dalla guerra, vengono
dalla miseria». Sono spiegazioni macro-geografiche che non fanno conoscere i
reali responsabili di questa situazione. La vendita del libro serve per dare
informazioni reali sulla questione, per creare relazioni e collaborazioni, e
per sostenere le associazioni di rifugiati subsahariani in Marocco, in
particolare un centro per donne migranti a Rabat. Una parte interessante del libro
è dedicato a come le donne vivono violenza e sfruttamento maggiori rispetto
agli uomini, ma anche come siano promotrici di iniziative di resistenza e di
protesta. Il ruolo della donna in Africa sta cambiando, anche nella mia
esperienza di lotta in Marocco senza il coraggio delle donne non saremmo stati
così incisivi.
Cosa ti aspetti dalle
presentazioni italiane?
L’Italia è un Paese importante
nella questione delle migrazioni, è una porta d’ingresso, è il Paese in cui si
assiste agli annegamenti, si lascia morire la gente in mare nonostante si
abbiano tutti i mezzi per salvarla, e quindi è importante questa traduzione.
Oggi le strade che gli europei hanno creato devono essere libere e sicure per i
migranti che vogliano farle nel senso inverso. Quando gli europei sono arrivati
in Africa non sono stati mandati via, anzi, si sono impossessati delle
ricchezze e delle materie prime (e i benefici in maggior parte non rimangono in
Africa), cosa che le multinazionali continuano a fare, destabilizzando politicamente
quei Paesi per avere più facilità nei loro intenti. E le armi che nei Paesi
africani vengono usate per le guerre non sono prodotte di certo in Africa,
vengono dall’Europa. Se dobbiamo cercare soluzioni ai problemi del pianeta
dobbiamo trovarle assieme, rendendo possibile la libertà di migrare degli
esseri umani e ragionando sull’uso delle materie prime.

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