Marco Travaglio- Antimafia 200
10 settembre 2018
Quando il ministro dell’Interno
Salvini si appunta al petto come medaglie le imputazioni che gli contesta il
procuratore di Agrigento, ha torto marcio: un conto è proclamarsi innocenti, un
altro è contestare il potere giudiziario che fa solo il suo lavoro in presenza
di notizie di reato. Quando il ministro dell’ Interno Salvini domanda perché
lui è stato subito indagato per la nave Diciotti, mentre per il ponte di Genova
non lo è stato ancora nessuno, dice una sciocchezza: la Procura di Agrigento
non c’entra nulla con quella di Genova e soprattutto i due casi sono molto
diversi. Nell’uno si discute degli ordini di un ministro, che lui stesso ha
rivendicato come suoi, dunque si è identificato da solo; nell’altro bisogna
prima accertare le cause e le concause del crollo e i vari livelli di
responsabilità: gli indagati non si iscrivono “’ndo cojo cojo”. Quando il
ministro dell’Interno Salvini e i suoi fan invitano i magistrati a occuparsi
dei “veri reati”, delirano come B. che considerava “veri” solo i reati altrui e
falsi solo i suoi: peccato che in Italia i pm abbiano l’obbligo di indagare su
tutte le notizie di reato.
Tutto ciò premesso, giunge
notizia che a Rimini è stato arrestato un bengalese, venditore di rose nei
ristoranti, con l’accusa di aver violentato per strada una turista danese. E,
al momento del fermo, s’è scoperto che il tizio è in Italia con un permesso di
soggiorno che lo classificava come regolare lavoratore con contratto
subordinato (quindi fondato su un falso) e, soprattutto, che dal 1999 a oggi
aveva collezionato tre denunce per violenza sessuale: due ai danni di donne
maggiorenni e una su una minorenne, più una per oltraggio a pubblico ufficiale.
Ma la sua fedina penale è immacolata, perché nessuno dei processi a suo carico
s’è ancora concluso con una condanna definitiva. Il sindaco pidino di Rimini
chiede ai magistrati e alle forze dell’ordine che ci faccia a piede libero un
signore con quel curriculum: dovrebbe rivolgersi ai suoi compagni di partito,
che in 25 anni, in combutta col centrodestra, non han fatto altro che limitare
la custodia cautelare fino a renderla difficilissima, se non impossibile, salvo
che per reati di sangue, mafia e terrorismo (leggere il libro Giustizialisti
dei giudici Ardita e Davigo, ed. PaperFirst, per credere). Intanto a Jesolo è
stato arrestato un senegalese con l’accusa di aver stuprato in spiaggia una
ragazza di 15 anni. Lui di precedenti penali (condanne definitive) ne ha più
d’uno – furto, atti osceni e resistenza a pubblico ufficiale – e il suo
permesso di soggiorno è scaduto nel 2013.
Infatti nel 2015 è stato espulso
(per finta, ci mancherebbe). Ora che l’hanno ribeccato, sarebbe l’occasione per
cacciare il pregiudicato dall’Italia. Ma non si può, perché ha fatto un figlio
con una donna italiana, ha presentato ricorso contro l’espulsione e si attende
che le autorità amministrative si pronuncino sul suo caso: nel frattempo resta
qui e, se son vere le accuse documentate dalle immagini di una telecamera per
strada, continua a delinquere. Salvini twitta sdegnato: “Questo verme non può
essere espulso”. E ha ragione da vendere, o meglio l’avrebbe se fosse ancora un
leader di opposizione anziché il ministro dell’Interno e il numero due del
governo, che i problemi deve risolverli, non denunciarli. Il contratto M5S-Lega
promette “certezza della pena” e “rimpatrii” di immigrati irregolari. A parte
il sacrosanto stop alla legge svuotacarceri dell’ex ministro Orlando, nulla s’è
ancora fatto in proposito. I rimpatrii sono lunghi e costosi, oltreché in gran
parte impossibili perché al momento solo quattro Stati africani hanno accordi
in tal senso con l’Italia. Ma, in attesa di riacciuffare tutti i clandestini
(circa 600 mila) desaparecidos per l’Italia e rispedirli nei rispettivi Paesi –
impresa che richiederebbe una trentina d’anni e chissà quanti miliardi – si
potrebbe cominciare con i pregiudicati, che già in base alla legge Bossi-Fini
possono essere espulsi per scontare la pena in patria.
Poi c’è la custodia cautelare,
che i governi di destra e di sinistra hanno ridotto al lumicino per salvare
dalla galera i delinquenti di casa propria. Basterebbe tornare alle regole
procedurali del 1992, l’anno di Mani Pulite, quando bastavano i gravi indizi di
reato e il pericolo o di fuga, o di ripetizione del reato o di inquinamento delle
prove per mettere dentro un indiziato durante le indagini e i processi. E al
contempo riformare la prescrizione, che non è solo effetto ma soprattutto causa
delle lungaggini processuali, e metter mano a misure stranote e stranecessarie
per deflazionare il contenzioso e snellire i dibattimenti. Ieri abbiamo scritto
che il governo, se Salvini non esce dai panni del Cazzaro Verde per diventare
un ministro che amministra, se i gialli e i verdi non la smettono di litigare
su tutto, ha i mesi contati. Ma in questi pochi mesi qualcosa di buono si può
fare. E in quel qualcosa c’è anche una sterzata decisa che metta finalmente le
vittime, anziché i colpevoli, al centro del sistema giustizia. Gli stupri non
sono un’esclusiva dei migranti (l’ultimo, a Parma, pare sia opera di un ricco e
italianissimo imprenditore e del suo pusher): ma quando a commetterli sono
figuri che non dovrebbero stare in Italia e invece ci stanno a causa di
procedure confuse e di leggi assurde, è inevitabile che l’indignazione
popolare, col solito contorno di razzismo e giustizia fai-da-te, si
moltiplichi. E che si scarichi sulla magistratura, anziché sui politici che
hanno loro legato le mani. Politici che – vedi la Lega di Salvini&C. –
quelle leggi ha votato o addirittura promosso, e ora non solo non pagano alcun
prezzo di impopolarità. Ma riescono addirittura a lucrarvi altri voti. Dopo il
danno, la beffa.
Tratto da: Il Fatto Quotidiano

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