Ginevra Bompiani - Il manifesto
14 settembre 2018
14 settembre 2018
Credevamo di essere un paese di
adolescenti, che una volta raggiunta la fatidica età di teen-ager, nessun’altra
trasformazione ci colpisse più e ci toccasse trascinare la nostra adolescenza
fino a limiti impensati: 90, 95 anni. E la maturità, che secondo Shakespeare è
tutto, non ci toccasse mai.
Ma era vero solo in parte. Non è
vero per quella parte della popolazione che dirige i nostri destini. Non è vero
in politica. Lì l’adolescenza è una meta obsoleta, solo alcuni la raggiungono,
flemmaticamente dinoccolati (non so, Bersani, Fassino..). Gli altri si fermano
pervicacemente all’infanzia. Non a un’infanzia qualsiasi, ma alla migliore,
alla più desiderabile: viziata, spaccona, capricciosa, prepotente. Un’infanzia
maleducata.
Quella è un’età felice, in cui
non ci sono limiti tranne quelli che genitori compiacenti mettono a malincuore,
quella in cui sei il più bello, il più fico, il più seducente, il più
ascoltato, almeno in un luogo, la tua casa.
E questo spiega la politica
italiana. A eccezione di Berlusconi, nato vecchio (anzi, come si dice in
spagnolo, ‘viejo verde’), i capetti che abbiamo dovuto subire e che stiamo
subendo appartengono a questa ambita categoria. La strafottenza di Renzi, che
ci ha buttato nelle braccia della Lega, la brutalità di Salvini, che sdraiato
davanti a un western col suo paccone di popocorn, avrà sognato di fare il
cattivo e di spadroneggiare con la pistola indifferente alle leggi e alla vita
umana, il dondolìo di Di Maio che gioca ai soldatini di piombo con il suo
fiacco passo militare (siniist-deest, siniist-deest), per non parlare di tutti
quelli che stanno loro intorno, a chi mai ci possono far pensare se non a quei
‘discoli’, eternamente dietro la lavagna, e ai loro sogni di gloria?
Ma perché allora ce li teniamo?
Perché siamo tutti dei sognatori,
inconsapevoli che i sogni possono marcire, e che sono i sogni marciti a
produrre le guerre, le dittature, le migrazioni; che i sogni sono il nutrimento
dell’anima, o il suo rigurgito, quando si affacciano timidamente al risveglio
per poi sfilacciarsi e sparire al primo sbadiglio di consapevolezza; ma guai a
inseguirli, tenerli stretti, brandirli come armi improprie. Guai a considerarli
una proprietà inalienabile, su cui esercitare dei diritti.
I migranti che sognano di
sbarcare sulle nostre rive, hanno portato stretto fra i denti il loro sogno,
per il quale hanno venduto la casa, passato tre anni in prigioni buie e
puzzolenti, sono stati stuprati e picchiati, e ora, appena mettono piede sul
nostro suolo, invece di svegliarsi, sorridono, come se lo avessero raggiunto.
Di fronte a loro c’è il sogno del
padrone di schiavi, con la frusta in mano, che quando la vede sbattere
nell’aria e smuovere il vento, invece di svegliarsi, ridacchia soddisfatto.
Sono entrambi vittime dei propri
sogni, e noi dei loro e dei nostri.
Personalmente, più che ai sogni,
credo alle illusioni. Penso che senza un’illusione tenace la vita non sia
granché. Ma l’illusione non ha l’arroganza del sogno perché è sempre
attraversata dal dubbio, e si ricompone dopo la sconfitta, con timida, trepida
forza.
Oggi la mia illusione è che il
mio paese si svegli e scrolli via il sogno di un presente che non c’è,
e affronti quello che c’è: un
presente difficile, aspro, inospitale, anche per noi privilegiati, un presente
che abbiamo contribuito a creare coi nostri sogni. E lasciamo che i nostri
sogni maturino in una tenace illusione, quella di ricomporre la nostra terra
desolata, non solo la zolla sotto i nostri piedi, ma la zolla più ampia che lo
sguardo può abbracciare, e ci occupiamo di lei, adulti tenacemente illusi,
lasciando i bambini giocare fra loro.
Come dice la Bibbia: «Non
lasciate che le piccole volpi distruggano le vigne..».

Nessun commento:
Posta un commento