Eleonora Martini – Il manifesto
22 settembre ’18
Neppure
adesso che le polemiche sollevate dai gestori delle sale cinematografiche lo
hanno portato a decidere di dimettersi da presidente della sezione distributori
dell’Anica, Andrea Occhipinti si è pentito minimamente delle sue scelte. Né di
aver prodotto con la sua Lucky Red insieme a Cinemaundici Sulla mia pelle, il
film di Alessio Cremonini che racconta gli ultimi sette giorni di vita di
Stefano Cucchi, e neppure di aver ceduto i diritti a Netflix che lo ha messo in
programma contemporaneamente alla distribuzione nelle sale. Una modalità che
era già stata sperimentata in Italia con Rimetti a noi i nostri debiti di
Antonio Morabito, ma questa volta il successo del film ha messo in evidenza le
contraddizioni di una nuova realtà.
Occhipinti, perché ha deciso di
produrre «Sulla mia pelle»?
Perché
questa storia ci riguarda. È un tema caldo, molto attuale, che suscita
interesse ed è vissuta sulla propria pelle da una famiglia in carne ed ossa,
persone che vivono accanto a noi, che possiamo incontrare per strada ogni
giorno. Per noi era fondamentale avere il loro appoggio su questa operazione,
ma nello stesso tempo non volevamo santificare Stefano Cucchi. Volevamo un film
secco, asciutto, una versione integra che raccontasse le cose come stanno, il
più aderente possibile alla realtà. Per noi era importante questo, perché
averlo fatto è già una scelta politica. E il regista Alessio Cremonini ci ha
rassicurato, perché la sceneggiatura che ha scritto insieme a Lisa Nur Sultan –
e che la famiglia Cucchi ha condiviso – è venuta fuori dallo studio attento di
10 mila pagine di verbali.
Un po’ di paura?
Un
po’ sì. Certo, avevamo paura soprattutto di non riuscire nel nostro intento di
fare un film giusto, non giudicante né partigiano. Perché non ce n’era bisogno,
volevamo solo raccontare i fatti.
E
i fatti sono, come dice Alessandro Borghi/Stefano Cucchi nel film, che «le
scale continuano a menacce».
Sì,
naturalmente Stefano Cucchi non è caduto dalle scale. Ma soprattutto volevamo
raccontare l’indifferenza, l’abbandono che ha dovuto subire. E tutto questo
perché era «un tossico di merda», quindi considerato un cittadino di serie B.
Chiunque ha diritto a un giusto processo, nessuno può essere trattato così.
Perché, dopo aver deciso di
produrlo, ha accettato di vendere i diritti anche a Netflix?
Siamo
una società che sta sul mercato, in contatto con tutti gli operatori del
settore. Netflix ci ha chiesto di vedere il film e ne sono rimasti molto
impressionati. Non è un film qualsiasi, lo hanno ritenuto adatto e lo hanno
comperato per programmarlo in tutto il mondo. Abbiamo chiesto in tutti i modi
di rispettare una finestra temporale per non dover limitare l’uscita in sala,
ma non hanno accettato.
Per voi è stato un guadagno
sicuro.
Certo.
In più Netflix ha fatto un investimento importante sulla promozione, e questo è
già di per sé un bel risparmio. Ma soprattutto, di solito è molto difficile
esportare i film italiani nel mondo, anche se sta cambiando il panorama e
attualmente se ne vendono di più. Però rifiutare un’occasione che si presenta
così all’improvviso e che mette a disposizione la potenzialità di una platea
mondiale, sarebbe stato un delitto. È la prima volta che produciamo un film e
poi lo vendiamo a Netflix, a parte alcuni titoli di “library”. Però ci ha fatto
piacere che questa decisione sia stata molto apprezzata dalla famiglia Cucchi.
«La
tua sofferenza verrà mostrata in 190 Paesi diversi. Non siamo riusciti a
salvarti ma te lo avevo promesso che non sarebbe finita lì. Perché non accada
mai più», ha detto Ilaria Cucchi rivolgendosi idealmente a suo fratello, in una
delle tante proiezioni del film nelle sale. Gli esercenti però non l’hanno
presa bene e hanno rinvigorito le tensioni contro Netflix scoppiate al Festival
di Venezia, quando David Cronenberg disse: «Tutte queste polemiche sulle trasformazioni
che il cinema sta subendo sono solo effetto di una nostalgia, è invece
importante guardare avanti». Lei cosa ne pensa: nella realtà del home cinema on
demand, le sale hanno vita breve?
Netflix
non è il problema principale, in particolare in Italia. Credo che non solo la
sala non muore, ma può diventare più attraente di ora. A certe condizioni: che
sia un luogo piacevole, tecnologicamente avanzato, un luogo di ritrovo,
un’esperienza da condividere. A Roma, per esempio, abbiamo trasformato il Giulio
Cesare e l’Eurcine che hanno così raddoppiato gli spettatori. Si noti che negli
Stati uniti e nel resto d’Europa la platea di spettatori non cresce come in
Cina ma neppure diminuisce come in Italia. Solo da noi c’è un problema di
questo tipo, e ha una ragione specifica: la stagionalità. Siamo l’unico Paese
dove non escono i film d’estate.
Ma non ci sono anche
problematiche insite nel sistema? Per esempio: la penalizzazione delle piccole
distribuzioni o delle sale che non aderiscono al «Circuito Cinema» (di cui lei
è amministratore delegato), o il problema delle versioni originali rifiutate a
priori….
Il
tema è molto complesso, ma in Italia non c’è un problema di accesso al
prodotto, al di là di alcuni singoli casi specifici. Sento spesso piccoli
operatori lamentarsi ma in realtà, sintetizzando, tutto si riduce ad un fatto
di appetibilità del film. Il mercato della sala è selettivo, è estremamente
difficile, non c’è spazio per tutti. Ecco perché una piattaforma come Netflix
può essere invece un’occasione per quei film che non reggono molto nelle sale.
Non è il caso di «Sulla mia
pelle». Eppure gli esercenti non hanno risposto con entusiasmo, perché?
Il
film è ora in 60 sale di tutta Italia, e ha avuto un picco massimo di 91 sale
in contemporanea. Ha incassato fino ad oggi 327 mila euro, con 51 mila
spettatori. La migliore media per copia. Perciò chi lo ha programmato è ora
strafelice. Ma chi non lo ha fatto – la maggior parte – ha preso una posizione
politica contro l’uscita simultanea su Netflix, nella convinzione che il
pubblico preferisca, se può, stare a casa piuttosto che andare al cinema. Sulla
mia pelle ha dimostrato che non è così: nonostante Netflix e nonostante le
proiezioni pirata, il film ha bruciato tutte le tappe. La sera in cui è stato
proiettato gratuitamente all’università La Sapienza, con più di due mila
spettatori, nei sei cinema di Roma abbiamo avuto il miglior incasso della
città.
Però,
esattamente allo stesso modo, si può dire che le proiezioni pirata non vi
arrecano alcun danno, anzi forse amplificano l’attenzione attorno al film. Non
si tratta infatti di vere e proprie proiezioni – si perde molto del film e si
rimane con la voglia di tornare a vederlo – ma piuttosto di un rito collettivo.
Perché dunque vi siete opposti, anche a colpi di diffida, a questo tipo di
iniziative?
È
molto importante che ci sia interesse attorno ad un film come questo, ma non
credo che la fruizione debba perciò essere libera e gratuita. Se noi abbiamo
potuto produrre questo film su Stefano Cucchi, e se è importante averlo fatto,
è perché noi siamo un’impresa che produce film che hanno una remunerazione.
Quelle proiezioni hanno prodotto un danno e continuano a farlo: molte sale
infatti hanno deciso all’ultimo minuto di non montare più il film perché nelle
vicinanze era in programma una di queste iniziative. I cinema chiudono anche
perché c’è la pirateria.

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