Riccardo Leoni – Rassegna sindacale
21 settembre ’18
Centralità
della persona nel lavoro organizzato oppure centralità dell’impresa (come
entità giuridica, governata da gerarchia e costrizioni) ai fini dello sviluppo
economico, si chiede Giuseppe Amari nel suo articolo apparso su Rassegna
Sindacale il 10 luglio scorso. E la risposta, ben costruita e argomentata,
depone a favore della prima, riconoscendo tuttavia il valore “normativo” della
sua dimostrazione (ciò che dovrebbe essere), a scapito di quello “positivo” (ciò
che è, ovvero ciò che i sistemi economici realizzano).
Si
può constatare questo dato di fatto almeno su due fronti. Il primo è quello
riguardante l’ossessione della riduzione dei costi, ricercata sistematicamente
da imprese sempre più transnazionali, che delocalizzano il più possibile la
produzione nei Paesi a più bassi standard di vita e quindi a costi salariali
più contenuti, imponendo a quei lavoratori condizioni di lavoro a dir poco
misere, per poter poi realizzare lauti ricavi nei mercati di sbocco delle
merci. Il secondo è quello delle disuguaglianze che si stanno accumulando, da
decenni ormai, e riconducibili non certamente all’azione meritocratica dei
singoli individui, bensì alla logica dei rapporti di forza imperante
all’interno di oligopoli economico-finanziari, dove si confrontano ad armi
impari da un lato il gruppo di manager, con le sue capacità di influenza sui
consigli di amministrazione nel fissare le sue remunerazioni, con stock option
non legate alla performance, con gratifiche post-pensionamento, con
retribuzioni differite, con piani di pensione, con prestiti agli executives e,
dall’altro, lavoratori che tentano a malapena di difendere il salario reale.
“È
un problema di mele marce, o è il cesto?”, si chiedeva nel 2003 Kim Clark,
preside della Harvard Business School. La persistenza dei due fenomeni
descritti non può che farci propendere per la seconda tesi: nell’ambito di
un’economia di mercato la ragion d’essere dell’impresa non è quella di fornire
un’occupazione a chi non l’ha, né quella di seguire la via alta della
produttività nella ricerca del profitto, né quella di fornire condizioni di
lavoro gratificanti ai dipendenti. Il “mercato” di per sé non è in grado di
assicurare condizioni di lavoro consone alla dignità dei lavoratori, né un’equa
distribuzione dei redditi a favore non solo dei lavoratori, ma molto spesso
anche degli stessi azionisti.
Stante
queste condizioni, l’unica cosa che i lavoratori possono fare è quella di
organizzarsi, di unirsi, di confrontarsi con analisi appropriate nelle
contrattazioni con la controparte, rivendicando al contempo che la Repubblica,
attraverso lo strumento governativo della politica economica e sociale,
promuova – con programmi e controlli opportuni (art. 41 della Costituzione) ‒
condizioni di lavoro dignitose, favorisca l’inclusione dei lavoratori nei
processi lavorativi, sostenga una contrattazione reciprocante e lungimirante
tra le parti sociali, affinché di fronte ai continui cambiamenti gli attori
dello scambio possano rivelare positivamente, senza lo spauracchio del ricatto
della delocalizzazione, le vicendevoli contropartite.
I
profondi cambiamenti in corso nella “natura” del lavoro, con un nocciolo di
manualità che continua a calare e uno spessore cognitivo richiesto che seguita
ad aumentare, e la crescente importanza delle abilità nel gestire le
informazioni, ma soprattutto nel produrre e scambiarsi la conoscenza dentro le
organizzazioni produttive, sono temi che appaiono in secondo piano nel panorama
delle discussioni attorno alle politiche pubbliche, rispetto all’attenzione
riservata alle continue richieste di flessibilità “numerica” da parte delle
imprese, con tipologie variegate dei contratti di lavoro che non favoriscono
uno sviluppo “ad alta produttività” dell’economia, né la strada dell’occupabilità
delle persone, bensì costituiscono trappole di precarietà e di povertà
“cognitiva” messe in piedi per delle risposte contingenti, da cui è difficile
uscire.
Ciononostante,
qualcuno continua a interpretare questo fenomeno come segno o preannuncio che
saremmo entrati oramai in una fase di transizione da una società “del lavoro”
verso una società “dei lavori/lavoretti”, senza riconoscere che si tratta
sempre della stessa sostanza (vale a dire di “lavoro”, cioè fatica, impegno,
rischi, subordinazione), anche se rivestita di statuti differenziati e per di
più deboli, e senza tener conto che ‒ per
poter apprendere e pervenire a una costruzione di senso dell’attività
lavorativa, a una costruzione dell’identità del lavoratore (l’essere parte di una squadra, di
un’organizzazione) ‒ c’è l’esigenza di una certa stabilità nelle relazioni d’impiego. Tale “costruzione” richiederebbe infatti che la relazione d’impiego fosse inscritta in una regolazione
contrattata, in una progettazione partecipata, che non si arrestasse a un
semplice “coinvolgimento informato e incentivato”, ma che pervenisse a un
“coinvolgimento negoziato”, in quanto i continui cambiamenti hanno a che fare
con professionalità, ruoli, competenze, aspettative e credenze professate
socialmente, costruite e continuamente giustificate.
Di
fronte alle continue richieste di flessibilità “numerica” da parte delle
imprese (che si potrebbe affrontare attraverso la flessibilità degli orari di
lavoro e gli strumenti della banca delle ore e del part-time volontario dei già
occupati, strada che potrebbe andare incontro a costi relativamente maggiori
rispetto a quella dei contratti precari, ma che risulterebbe sicuramente
associata a una maggior relativa produttività, e ciò che conta non è il costo
del lavoro tout court di una unità di tempo, ma il costo del lavoro diviso la
produttività) occorre chiedersi se la centralità della persona nei luoghi di
lavoro sia sufficientemente tutelata dalle normative in vigore, e in
particolare dallo Statuto dei lavoratori, oppure se non sia il caso di pensare
a qualcosa di complementare allo Statuto stesso, che non solo prevenga il
formarsi di condizioni che compromettono le libertà del lavoratore/cittadino e
la sua dignità, e contrasti l’obsolescenza “professionale e cognitiva” dei
lavoratori, ma che anzi favorisca il generarsi di “comunità di pratica” nelle
quali gli apprendimenti di nuove e dilatate competenze si generino già a
partire dalle caratteristiche intrinseche dei contesti lavorativi, in modo tale
da poter perseguire livelli di efficienza e di competitività del sistema
produttivo da un lato, ma anche di benessere sociale dall’altro.
Non
va sottovalutato che il passaggio da una cultura del lavoro a quella dei
lavori/lavoretti e della flessibilità numerica tende a destabilizzare molte
identità e a mutare la new economy in una stress economy per effetto
dell’aumento dell’ansietà e dell’abbassamento della soddisfazione sul posto di
lavoro (elementi che compromettono fra l’altro la produttività del lavoro).
Dato il contesto, sarebbe utile, se non addirittura indispensabile,
l’approntamento di un vero e proprio “Statuto dei luoghi di lavoro” (analogo a
quello che può essere un regolamento edilizio che disciplina le caratteristiche
di una costruenda abitazione, opificio ecc.), oppure in subordine un “Patto
sociale per l’ammodernamento dei luoghi di lavoro”, con l’obiettivo di spingere
il sistema delle imprese verso un rinnovamento dei disegni organizzativi e
delle pratiche di gestione delle risorse umane lungo le linee della
“organizzazione che apprende” e della “impresa internamente flessibile”, che la
moderna ricerca economica ha ben documentato. In entrambe le soluzioni, i
meccanismi di enforcement potrebbero riguardare clausole di accesso ai benefici
pubblici (sgravi sul costo del lavoro e/o per la diffusione della
contrattazione decentrata ecc.).
I
contenuti di questo nuovo strumento dovrebbero riguardare un insieme di
requisiti minimi – una specie di protocollo organizzativo dell’impresa ‒ che
vanno dal contenimento dei livelli gerarchici a un decentramento delle
responsabilità e un aumento dell’autonomia delle line, da una progettazione dei
posti di lavoro per “isole” per favorire il lavoro di gruppo (che fra l’altro
facilita scambi e produzione di conoscenze), a postazioni di lavoro che
contengano operazioni usuali e inusuali (tenuto conto che dall’esercizio
ripetuto di queste ultime operazioni si sviluppano le abilità cognitive), dalla
rotazione fra diverse postazioni (per la costruzione di polivalenza e
policompetenza) ai sistemi di suggerimento dal basso e infine a incentivi (sia
di breve che di lungo periodo) che riconoscano esplicitamente gli sforzi di
apprendimento, di crescita e di riposizionamento professionale dei lavoratori.
Uno
“Statuto dei luoghi di lavoro” con queste connotazioni sembra peraltro in
perfetta assonanza da un lato con l’idea di una contrattazione a due stadi così
come oggi è praticata nelle categorie nel nostro Paese (al di là dei contenuti
di ogni ccnl), con accordi aziendali integrativi volti alla realizzazione di
“programmi concordati” sul piano dell’innovazione organizzativa tra le parti
aventi come obiettivo incrementi di produttività, di qualità e di altri
elementi della competitività, dall’altro con la tesi di Anna Grandori
dell’impresa come istituzione economica della democrazia, ossia come luogo in
cui si esercita la democrazia economica in modo responsabile, ovvero ancora
come “bene comune” di olivettiana memoria in cui le condizioni di socialità, di
civiltà e di democrazia costituiscono fattori che promuovono la centralità
della persona, consentendole di potersi esprimere, di crescere cognitivamente e
di concorrere collegialmente e attivamente alla definizione di traiettorie di
sviluppo sostenibile.

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