Andrea Colombo – Il
manifesto
21 settembre ’18
Il
centrodestra è risorto. Che dal vertice di palazzo Grazioli, il primo da mesi
con presenti tutti e tre i leader di una coalizione che sembrava un ricordo,
uscissero confermati gli accordi di fatto già siglati domenica scorsa ad Arcore
dai soli Berlusconi e Salvini, senza Giorgia Meloni, era scontato in partenza.
Quello che non ci aspettava era che i tre decidessero di lanciare un segnale
politico decisamente forte, non solo un comunicato congiunto, in fondo un atto
quasi dovuto, ma l’impegno comune a «trasformare in atti dell’esecutivo i
principali punti del programma di centrodestra».
È
QUESTO ESITO SUPERIORE alle aspettative che spiega il trionfalismo di
Berlusconi: «È la conferma che il centrodestra funziona. Non solo esiste ma
resiste. Penso che presto gli italiani usciranno dall’ubriacatura M5S e noi
torneremo al governo». E’ un ordine di scuderia. Pochi attimi dopo le dirigenti
più vicine al capo, e spesso più critiche nei confronti del Carroccio,
amplificano. Come la presidente dei senatori azzurri Bernini: «L’unità del
centrodestra esce rinsaldata. Siamo l’unica speranza dell’Italia e non
deluderemo gli elettori». O come la vicepresidente della Camera Mara Carfagna:
«Il rilancio delle coalizione ci consentirà non solo di vincere le prossime
regionali e amministrative ma soprattutto di costruire un progetto capace di
conquistare la maggioranza». Cioè di mettere al tappeto i 5S.
IN
REALTÀ L’IMPEGNO congiunto sulla legge di bilancio dal punto di vista concreto
vuol dire pochissimo. Da quel punto di vista i risultati vanno rintracciati
sugli altri fronti. Prima di tutto l’impegno a presentarsi insieme ovunque, sia
nelle regionali che nelle amministrative. Poi la spartizione delle candidature,
con Fi che ha chiesto e ottenuto la candidatura in Piemonte e FdI in Abruzzo,
mentre la Lega correrà in Sardegna, forte dell’alleanza con gli autonomisti.
Per Salvini, in questo momento, una regione «meridionale» vale più di un nord
dove il suo Carroccio è già fortissimo. Infine, anche se nessuno mai lo
ammetterebbe, dal vertice esce garantito l’interesse principale di Sivio
Berlusconi: l’azienda. I tetti pubblicitari non verranno rivisti, il piano
Crimi resterà una velleità. Non che Salvini possa parlare anche a nome del
partito di Crimi ma ha dalla sua un’argomentazione decisiva: nel contratto di
interventi sui tetti pubblicitari non si parla.
Va
da sé che la prima conseguenza dell’intesa gloriosamente siglata è il via
libera a Marcello Foa come presidente del cda Rai. La tempistica era stata
fatta slittare di un giorno, con la riunione del cda che dovrà ricandidare Foa
fissata per stamattina invece che per ieri, come da previsioni iniziali,
proprio per aspettare il vertice di oggi, nella remota ipotesi che qualcosa
potesse andare storto all’ultimo momento. Così non è stato e oggi Foa risarà
candidato, stavolta con la certezza di incassare il gradimento della
commissione di vigilanza.
MA
IL SEGNALE POLITICO FORTE e fortemente minaccioso che Salvini ha indirizzato ai
soci in giallo della maggioranza è conseguenza di una tensione degli ultimi
giorni, imprevista quando il vertice è stato fissato. Il ministro degli Interni
ha preso malissimo lo stop imposto dai pentastellati ai suoi due decreti,
quello sulla sicurezza e quello sugli immigrati. Ha deciso di puntare i piedi,
«Non si cambia una virgola», ma ha anche colto la valenza generale
dell’imprevisto irrigidimento dell’M5S. Il Movimento fatica ogni giorno di più
a sostenere il dilagare di Salvini, morde il freno a ogni sondaggio che
registra il sorpasso, stenta a frenare il disagio della sua ala sinistra. In
queste condizioni e con una legge di bilancio che per M5S è questione di vita o
di morte, molto più che non per il Carroccio, e con Tria deciso a resistere,
Salvini vede il rischio che la maggioranza non regga. Non che la Lega si auguri
l’esplosione, anzi. A vertice appena terminato Giorgetti prevede che
«governeremo con i 5S per 5 anni» e anche all’interno del vertice Salvini ha
difeso Di Maio con Berlusconi. Ma per ogni evenienza è bene tenere pronta una
carta di riserva e soprattutto di proseguire le trattative con i 5S con una
pistola carica già sul tavolo.

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