Alessandro Martelli – Rassegna sindacale
22settembre ’18
La
povertà di ampie fasce di popolazione contraddistingue la storia repubblicana
italiana, come testimoniato dall’inchiesta parlamentare sulla miseria condotta
nel 1952-53, dalla prima indagine Cee del 1979 e dai più recenti dati Istat del
2017. La crisi economico-finanziaria avviatasi nel 2007-2008 ha provocato un
aumento della povertà assoluta, soprattutto a partire dal 2012, quando è
intervenuta la crisi del debito sovrano. Così, se nel 2005 la povertà assoluta
toccava il 3,3% degli individui, nel 2016 riguardava il 7,9% degli individui,
per un totale di quasi 5 milioni di persone.
Come
noto, la fenomenologia della povertà è assai vasta e complessa e impegna
duramente sia chi voglia analizzarne l’entità, l’articolazione interna e le
dinamiche evolutive, sia chi – sulla base delle conoscenze disponibili –
intenda contrastarla e favorire percorsi di autonomia e inclusione sociale,
predisponendo appositi dispositivi di policy.
Entro
questo quadro, indagare la povertà femminile rappresenta un’ulteriore sfida
teorica e metodologica. Tale sfida si protrae e, per certi versi, si fa ancora
più dura nel passare al versante delle politiche di lotta alla povertà in
chiave di genere. Ciò non soltanto per la difficoltà di distinguere e studiare
i meccanismi di policy che si rivolgono, in particolare, alle donne povere, ma
per la stessa più generale complessità che le misure di welfare e, nel caso
specifico, di contrasto al disagio sociale grave oppongono a chi intenda
osservarne modalità di implementazione ed effetti.
Quanto
il fenomeno della povertà sia contrassegnato da questioni di genere e quanto
tali questioni influenzino la costruzione e l’implementazione delle politiche
di lotta alla povertà sono aspetti che richiedono una ricognizione tanto sulla
misurazione della diffusione della povertà (a partire dai principali
orientamenti Istat ed Eurostat-EuSilc), quanto sull’impianto e l’articolazione
delle politiche di contrasto, in relazione a capienza, disponibilità e
potenzialità delle informazioni relative ai beneficiari delle misure contro la
povertà e agli effetti di queste.
Le
principali statistiche disponibili mostrano livelli di povertà in cui i divari
tra maschi e femmine sono tendenzialmente di lieve entità e mai particolarmente
accentuati, fatto salvo il dato relativo alle persone senza dimora, dal quale
emerge come la condizione di disagio estremo sembrerebbe largamente più diffusa
fra gli uomini. In termini di povertà relativa, a fronte di una differenza poco
marcata nel 1997 (11,3% l’incidenza entro la popolazione femminile e 10,6%
entro quella maschile) e nel 2005 (rispettivamente 11,1% e 10,5%), il divario
nel 2016 si riduce ulteriormente, pur sullo sfondo dell’aumento delle persone
relativamente povere.
Passando
alla povertà assoluta, l’assottigliarsi delle differenze di genere è ancor più
vistoso, poiché se nel 2005 il divario poteva dirsi sensibile (risultava
coinvolto il 5,2% della popolazione femminile, contro il 3,5% di quella
maschile), nel 2016 si registrava una sostanziale equivalenza, con un’incidenza
del 7,9% tra le donne e del 7,8% tra i maschi. In relazione alla forma più
estrema di disagio sociale, quella della mancanza di una dimora, il censimento
Istat riferito al 2014 ha riscontrato una prevalenza maschile molto netta, pari
all’85,7% di chi si trova in tale condizione.
Il
ricorso a statistiche sulla valutazione soggettiva della propria condizione
economica consente di apprezzare la presenza, pur se non consistente, di una
differenza di genere a sfavore della componente femminile: sia nel 2005, sia
nel 2016, la quota del principale percettore famigliare che definisce come
“molto difficoltosa” la propria condizione appare più elevata fra le donne
(rispettivamente 17,2% e 12,1%) che non fra gli uomini (13,2% e 9,4%).
Nel
complesso, la quota di chi afferma di vivere una condizione economica
“difficile” o “molto difficile” rimane sostanzialmente stabile per i due anni
considerati, passando dal 34,1% al 32,4%, ma la percezione di massima gravità
si contrae, suggerendo una dinamica contraddittoria rispetto alle statistiche
di povertà assoluta. In tale quadro, emerge una percezione di gravità che per
parte femminile appare, tanto nel 2005 quanto nel 2016, del 30% circa superiore
a quella maschile, suggerendo la presenza di variabili legate alla sfera della
vita quotidiana familiare ed extra-familiare in grado di determinare una
maggior insicurezza nei corsi di vita delle donne.
Per
quanto riguarda il reddito minimo, che nel corso dell’attuale decennio ha visto
in Italia una rinnovata attenzione, ulteriori passaggi sperimentali e l’approdo
prima al sostegno per l’inclusione attiva e successivamente al reddito di
inclusione, primo livello essenziale delle prestazioni in ambito sociale, le
principali statistiche sulla condizione oggettiva sembrano suggerire una
contenuta o nulla differenza di genere, diversamente da quelle soggettive, a
conferma dell’esigenza di informazioni più attente alle dinamiche
redistributive intrafamiliari (e non solo). Un dato che vale la pena
sottolineare in riferimento alle policy è la presenza, tra i richiedenti e i
beneficiari della misura, di una netta prevalenza femminile. L’analisi
dell’impianto e dell’implementazione delle politiche di reddito minimo consente
di cogliere alcuni aspetti interessanti ai fini di una lettura di genere.
In
termini generali, persiste un’insufficiente visibilità delle traiettorie
femminili nella povertà e nell’assistenza contro la povertà, dovuta sia alla
necessità di potenziare le banche dati disponibili in termini di copertura
temporale, di qualità dei dati e di variabili analizzate; sia a un’ancora
inadeguata attenzione alle politiche-in-azione, secondo criteri analitici che
siano di segno sia statistico-quantitativo, sia qualitativo e processuale; sia
alla faticosa e non soddisfacente presenza di analisi relative al genere nella
reportistica a fini di monitoraggio e di analisi delle principali istituzioni.
Ciò con ogni probabilità influenza negativamente anche la sensibilità e
appropriatezza (non solo in chiave di genere) delle politiche di contrasto alla
povertà.
La
riflessione sul fenomeno, evidenziando alcuni elementi significativi in
prospettiva di genere ricavabili dall’analisi delle misure in corso, sottolinea
dunque come rimangano centrali le modalità di osservazione sia della
fenomenologia della povertà, sia dei meccanismi connessi tanto all’impianto
quanto all’implementazione delle politiche. Allo stesso tempo, essa indica nel
sistema locale il contesto entro il quale è possibile condurre e specificare
una lettura gender sensitive in relazione alle concrete dinamiche di implementazione
delle policy, in riferimento tanto ai limiti incorporati nei processi tramite i
quali le istituzioni si rapportano alla povertà e definiscono operativamente i
profili dei beneficiari, quanto alle potenzialità di mettere a punto interventi
in cui la dimensione di genere viene osservata ed elaborata con attenzione e
competenza.

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