Alfonso Gianni – Jobnews
22settembre ’18
Più
si avvicina la scadenza della presentazione del Documento di economia e finanza
(Def) e la sessione di bilancio, più aumentano le fibrillazioni interne al
governo, malgrado che i sondaggi continuino a dargli ragione (il gradimento si
aggira sul 60%). Ma non è detto che la luna di miele possa continuare, almeno
non con la stessa intensità, visto che il “sentiero stretto”, così definito da
Padoan, diventa ancora più impervio, sullo sfondo di un quadro economico
internazionale e interno che volge al peggio: precariato crescente; fuga dei
capitali all’estero; crollo della produzione industriale; aumento del
rendimento dei nostri titoli di Stato, che ha superato, per quelli di due anni
persino quelli della Grecia, a dimostrazione della scarsa fiducia dei mercati
nella nostra economia; record nel debito pubblico. Con un doppio effetto. Da un
lato si moltiplicano le dichiarazioni da parte dei due viceministri, Conte lo
possiamo anche trascurare, di rispetto dei vincoli europei. Altro che sbattere
i pugni sul tavolo in Europa! Dall’altro però nessuno vuole perdere la faccia
davanti ai propri elettori. Con una notevole asimmetria tra Lega e M5stelle,
dal momento che Salvini è in testa ai sondaggi dei leader e ha stretto un patto
con Berlusconi per le prossime regionali e non solo, visto che il Cavaliere ha
dichiarato che in un prossimo futuro si intravede un ritorno del centrodestra
al governo. I 5stelle, se tirano troppo la corda, rischiano di diventare i
traghettatori del caimano in un nuovo governo.
La
ricerca della impossibile quadratura del cerchio tra flat tax e reddito di
cittadinanza
Ragion
per cui si cerca un impossibile quadratura del cerchio fra introduzione della flat tax, superamento
della legge Fornero, creazione del reddito di cittadinanza. Ma non c’è bisogno
di grandi calcoli per sapere che è impossibile realizzare queste cose assieme e
nello stesso tempo rientrare nei vincoli europei. Quindi, la strada sembra
essere quella di una sostanziale riduzione qualitativa e quantitativa delle
promesse elettorali, al punto che al nome non corrisponde oramai più la
sostanza.
Per
quanto riguarda la questione del reddito di cittadinanza il suo
ridimensionamento era già cominciato da tempo. Era chiaro che si trattava solo
di una estensione del reddito di inclusione di renziana memoria per quanto
riguarda il numero dei beneficiari e l’innalzamento della quantità monetaria
trasferita a ciascuno di essi. Un reddito che viene però condizionato alla
disponibilità dei singoli a cercare e accettare proposte di lavoro. In più si
aggiunge nelle ultime ore la pretesa salviniana, cui i 5stelle non si
opporrebbero, di escludere gli stranieri residenti, in ossequio al mantra
“prima gli italiani”. Con il che si retrocederebbe rispetto allo stesso reddito
di inserimento del passato governo ove si chiedeva che il richiedente fosse
“residente in Italia in via continuativa da almeno due anni”. Come si vede una
cosa molto diversa da un reddito universale incondizionato, quale quello in
atto, per ora in via sperimentale e per un numero estremamente limitato di
fruitori, in Finlandia, dove vi è un governo di centrodestra, e dove il reddito
di cittadinanza può cumularsi a quello di un lavoro nel frattempo trovato, per
evitare sia la disaffezione al lavoro, sia il condizionamento del reddito a
quest’ultimo.
Nel
contempo anche la flat tax voluta fortemente dai leghisti, subisce un
ridimensionamento che assomiglia quasi a un addio. Da due, le aliquote
diventerebbero tre (quelle attuali sono cinque). L’entrata in vigore verrebbe
procrastinata al 2020. Mentre si consolida la proposta di un condono,
pudicamente chiamato “pace fiscale”, secondo le peggiori tradizioni.
Pensioni.
Su quota 100, la proposta di Salvini va considerata negli elementi
contraddittori al suo interno
Per
quanto riguarda la questione delle pensioni, certamente una delle più sentite e
sofferte dalla nostra popolazione tra cui cresce la percentuale degli anziani,
la novità è rappresentata dalla dichiarazione di Salvini di volere attuare una
quota 100 con il ritiro in pensione a 62 anni. Si tratta di un annuncio che
intende avere un forte impatto sull’opinione pubblica. Proprio per questo
andrebbe valutato nei suoi meccanismi, almeno per quanto finora si conosce. Non
basta semplicemente osservare che il costo del provvedimento viene stimato
attorno ai 13 miliardi e che quindi lascerebbe ben poco spazio alle altre
promesse. Ma vanno considerati gli elementi contradditori interni alla
proposta. Sulla base dei condizionamenti posti su quella base potranno andare
in pensione a 62 anni con 38 di contribuzione una quantità di persone di molto
inferiore alle 700mila promesse. In pratica usufruiranno in larga parte dell’eventuale
misura i dipendenti pubblici e i lavoratori di quei settori (e sono pochi) che
non hanno conosciuto periodi di crisi. Infatti gli anni di “contributi
figurativi”, quelli che si hanno nei periodi in cui entrano in funzione gli
ammortizzatori sociali, verrebbero esclusi dal novero di quelli considerati per
il calcolo degli anni di contribuzione. Inoltre, per venire incontro
all’esigenza di diminuire la spesa necessaria, si parla di adottare un metodo
di calcolo completamente contributivo, abbandonando il retributivo e il cd
pro-rata (in questo senso la deliberazione dell’Ufficio di Presidenza della
Camera dei deputati sui vitalizi dei parlamentari farebbe da battistrada,
esattamente come si temeva). Il che porterebbe a un taglio dell’assegno pensionistico
non inferiore al 20%. Senza contare che per i lavoratori delle categorie
cosiddette usuranti, che hanno già la possibilità di andare in pensione a 63
anni, vedrebbero la loro condizione completamente peggiorata.
Governo:
si continuerà in un succedersi di fibrillazioni fino al Def
In
sostanza non solo l’ipotesi di sfiorare il 3% di deficit, e meno che mai andare
al di là, appare completamente rientrata, ma vacilla anche l’ipotesi di
avvicinarsi al 2%. Già la sterilizzazione degli aumenti dell’Iva, la spada di
Damocle che pende sulle nostre teste, porta a raddoppiare il livello del
deficit programmatico fissato nel Def di
aprile, a legislazione vigente, allo 0,8%. Ma sembra che Tria non abbia
rinunciato a un suo antico progetto, quello di aumentare l’Iva per ricavare da
lì le risorse per garantire almeno l’avvio delle misure che stanno a cuore ai
due contraenti il patto di governo. Si dice che si sta studiando un progetto
per un aumento parziale dell’Iva. In ogni caso essa peserebbe sulla capacità d’acquisto
dei ceti popolari, già martoriata, tale da vanificare ogni propaganda
populista. Non a caso sarebbero d’accordo Fmi, Bankitalia e Commissione
europea.
Le
opinioni dei vari membri del governo si rincorrono e si smentiscono a vicenda.
La rabbia dei 5stelle si appunta contro il ministro dell’economia Tria, fino al
punto di vagheggiare una richiesta di dimissioni. L’unico esito è però quello
di insospettire i perfidi mercati, facendo ulteriormente scendere la loro
fiducia nei confronti della nostra solvibilità e stabilità economica. È
probabile che si continuerà in un succedersi di fibrillazioni fino a quando, a
fine mese, verrà presentata La Nota di aggiornamento al Documento di economia e
finanza, nel quale qualche cifra precisa andrà per forza iscritta, Non è un
caso che le maggiori agenzie di rating hanno rimandato la loro valutazione di
qualche settimana, ad eccezione di Fitch che a fine agosto ha confermato il bbb
ma con l’outlook (la prospettiva) tendente questa volta al negativo.

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