Bruno Ugolini - Redazione Striscia Rossa
12 settembre 2018
12 settembre 2018
“E’ diventata, per molti, la nuova
meta domenicale. E’ il centro commerciale, un centro di aggregazione per i
consumatori, ma di “isolamento sociale” per i molti lavoratori presenti, spesso
precari. Dentro sfrecciano, corrono, offrono, illustrano, impacchettano,
vendono, migliaia di ragazze e ragazzi. Le nuove cattedrali del consumo spesso
sorgono ai margini di metropoli come Roma e Milano. Così chi lavora in tali
moderne cattedrali è costretto a lunghi tragitti e le giornate lavorative
durano sovente dieci ore. Quello che per altri è tempo libero (sabato,
domenica, Natale, Pasqua) per loro significa attività più intensa. Dentro si
accavallano – quando ci sono – decine di forme contrattuali”.
Ritrovo questa descrizione in una
mia rubrica su l’Unità del 2010, poi inserita nel volume Vite Ballerine.
Un’altra testimonianza racconta di un ragazzo, Pino, che lamenta
un’“oppressione psicologica continua, per scopi prettamente inerenti al
fatturato dell’azienda. Insomma un continuo corri, ragazzo corri…Una specie di
mobbing continuo, per poter accontentare sempre più numerosi clienti, per poter
arraffare incassi”.
Non è cambiato molto rispetto a
otto anni fa. Semmai si è allargata la schiera dei centri commerciali e
l’esercito di ragazze e ragazze impiegati in queste moderne cattedrali.
Quella del lavoro domenicale nel
commercio è una questione che dura da anni. Ora è arrivato Luigi Di Maio
agitando la proposta di un divieto: nei giorni festivi tutti chiusi, sia pure
con turnazioni. Come al solito il vice primo ministro è stato subito stoppato
dalla Lega che ha cominciato col dire che bisognerebbe esimere dal divieto i
centri turistici. Ma chi potrà dire ad esempio che Milano non rappresenti anche
un’attrazione turistica? Il rischio per questa ennesima fuoriuscita, per questo
ennesimo pallone buttato nell’area dei social, sia quello di alimentare
semplicemente un’infinita campagna elettorale, senza concludere nulla. Prima il
reddito di cittadinanza, fermo non si sa dove, poi il cosiddetto decreto
dignità annunciato e poi in buona misura svuotato. E via elencando, ogni giorno
una nuova arma distrazione di massa.
Non è da oggi che i sindacati
sollevano il problema di quel tempo di lavoro festivo. La Filcams-Cgil, il
sindacato del commercio ha da tempo intrapreso una campagna sotto lo slogan
“Lafestanonsivende”. Il problema vero è che bisognerebbe uscire dalle
chiacchiere e affrontare la questione in tutte le sue particolarità,
discutendone innanzitutto con gli interessati ovvero i lavoratori e i loro
sindacati. Che non rivendicano chiusure totali, ma, come ha dichiarato Maria
Grazia Gabrielli (segretaria generale Filcams Cgil) ”un limite alle aperture
incontrollate sia domenicali che festive che in questi anni hanno stravolto il
settore e la vita delle lavoratrici e dei lavoratori”. Riconsegnando alle
istituzioni locali “la competenza, per poter definire quante e quali domeniche
e con quali orari aprire e stabilire i nuovi insediamenti commerciali”.
Cosicché a me torna alla memoria
un altro libro I tempi del lavoro, Rizzoli, scritto con Antonio Lettieri e un
capitolo “Gli schiavi della domenica”, dove si riportavano le parole di uno
studioso francese, Jean Yves Boulin, che immaginava “una nuova fase con forme
diversificate d’impiego”, adattando questi settori “alle modificazioni dei
ritmi individuali, sempre naturalmente adottando la via negoziale con i
sindacati”.
Credo, infatti, che uno dei
problemi sollevati da questa discussione nasca dal fatto che la gran parte
degli “avventori” di quei luoghi, di quelle cattedrali”, è composta da famiglie
operaie. Lavoratori che, per come sono organizzati i loro orari, trovano il
tempo libero per le spese solo nei giorni festivi. Che trascorrono così, forse
anche perché non hanno i soldi per andare, che ne so, a sciare a Saint Moritz.
E forse la soluzione più avanzata sarebbe quella di una rivoluzione negli orari
di tutti. Puntando sull’arma della riduzione degli orari – come predicava
invano Pierre Carniti – , su una flessibilità contrattata, su un intervento
nelle diverse organizzazioni del lavoro, capace di ridare diritti e dignità
alle tante ragazze e ai tanti ragazzi che lavorano nei centri commerciali. E
che forse più che la mancanza di una domenica libera lamentano spesso la
mancanza di un contratto stabile, la mancanza di ferie assicurate, di tutele in
caso di malattia, la possibilità di partecipare alla attività sindacale senza
il timore di essere licenziati senza più la possibilità di un reintegro.
Molti cantori dell’aperturismo
domenicale in questi giorni reclamano la libertà degli imprenditori. Perché non
sono altrettanto sensibili nei confronti della libertà dei loro “dipendenti”?
Che dovrebbero ad esempio essere interpellati, attraverso i loro rappresentanti,
circa il modo e il come (con quali orari, con quali vantaggi economici)
dedicare le proprie domeniche al lavoro.
Gigino di Maio, se vuole essere
serio, cominci da qui. Alcuni commentatori lo stanno capendo. Così Dario Di
Vico sul Corriere della sera che “bisogna regolamentare l’obbligatorietà
evitando abusi, occorre valorizzare la volontarietà e si possono introdurre
accordi di welfare aziendale che si facciano carico delle esigenze delle
famiglie dei dipendenti”.
La polemica divampa anche sui
social. Gli hastag #chiusuradomenicale e #LaFestaNonSiVende imperversano. Così
leggiamo: “Ridurre le aperture e definire, a livello locale, quante e quali
domeniche per tornare ad un lavoro di qualità. Le liberalizzazioni non hanno
creato nuova occupazione, ma solo precarietà e condizioni di lavoro sempre più
difficili. #LaFestaNonSiVende”.
Mentre gli scettici annotano: “@TaniuzzaCalabra.
Potete stare tranquilli, tanto ha già cambiato idea. Mò la proposta è domenica
non si chiude, ma si apre a turno, al 25%. Inutili discussioni visto che questi
una cosa che dicono non la portano a termine #chiusuradomenicale”. E un altro aggiunge:
“@trueDariaMorgen. In pratica se va in porto sta cosa della #chiusuradomenicale
e successivamente il reddito di cittadinanza (a spese anche del bonus Renzi), a
me che lavorerò full time a 250/300€ in meno non mi tocca nessun bonus signor
@luigidimaio? Bonus affitto? Siamo stronzi noi che lavoriamo?”.
Non mancano alcuni dirigenti
politici dell’opposizione Pd che si limitano a sposare le stesse tesi delle
società proprietarie dei centri commerciali. Come @Ettore_Rosato che twitta
semplicemente : #chiusuradomenicale la nuova campagna di Di Maio per eliminare
40 mila posti di lavoro e rendere la vita un po’ più complicata…”.

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