Roberto Ciccarelli – Il manifesto
18 settembre ’18
Il rapporto «The future of Jobs
2018) del World Economic Forum (Wef), reso noto ieri, rovescia il senso comune
apocalittico che accompagna da un quinquennio la cosiddetta «quarta rivoluzione
industriale»: l’automazione, la robotica, la rivoluzione digitale non
cancelleranno solo posti di lavoro, non creeranno lo scenario angosciante della
disoccupazione di massa, aumentando le diseguaglianze senza rimedio. In termini
generali è invece annunciata la creazione di 133 milioni di posti di lavoro,
poco meno del doppio di quelli che nel frattempo saranno perduti, superati o
sostituiti da processi di automazione (75 milioni). Dunque, il saldo netto sarà
di 58 milioni.
NON È LA PRIMA VOLTA che uno
studio del Wef affronta in maniera più problematica, e meno allarmistica, uno
dei problemi più discussi nel capitalismo digitale: la possibile sostituzione
integrale del lavoro umano da parte delle macchine di nuova generazione. Già un
precedente rapporto del 2016 aveva drasticamente ridimensionato la previsione
che ha nutrito fior di pubblicazioni, non solo per economisti specializzati ma
per il grande pubblico dell’editoria e della Tv. Una su tutte: nei prossimi
dieci anni il 47% dei lavoratori rischierà di perdere il lavoro negli Stati
Uniti. Tale possibilità riguarda 702 occupazioni. Era il 2013, la previsione di
Carl Frey e Michael Osborne allora fece epoca. Il dibattito si è infuocato e,
nel corso degli anni, sono state diffuse altre previsioni. Nel 2014 più di
ottocento economisti su 1900 sostennero in una ricerca del Pew Research Center
che le applicazioni interconnesse ai supporti robotici avrebbero distrutto più
lavori di quelli creati entro il 2025. Nel corso dello stesso anno altri
economisti fornirono per il forum Igm un parere opposto: l’automazione è una
delle cause della stagnazione dei salari mediani, nonostante la crescita della
produttività del lavoro, ma storicamente non ha ridotto l’occupazione. Uno
studio dell’Ocse, pubblicato nel 2016, ha confermato l’impatto modesto
dell’automazione in Europa dove il 9% dei lavori in media è a rischio di piena
o parziale automazione: in Germania il 12%, in Italia è il 9% in Finlandia il
6%. Secondo un rapporto McKinsey del 2017 («Harnessing automation for a future
that work») solo il 5% di tutte le professioni sarà sostituito integralmente
dalle macchine. In generale si opta per la tesi per cui l’attuale ondata
dell’automazione non è caratterizzata da un basso tasso di sostituzione tra
vecchi e nuovi impieghi.
L’ANALISI DEL FORUM economico
mondiale, quello che organizza il vertice annuale di Davos, è il risultato di
un sondaggio effettuato tra aziende che rappresentano 15 milioni di lavoratori
in 20 paesi diversi. Eliminata dal campo discorsivo il registro apocalittico
con il quale, di solito, si discutono questi argomenti, resta però da capire la
qualità dei lavori che potrebbero essere prodotti nella rivoluzione digitale in
corso. Di solito si sostiene che a sparire saranno gli impieghi medio-bassi più
ripetitivi, mentre quelli a più alto contenuto di competenze saranno di meno ma
più ricercati. Anche su questo punto il rapporto si mostra più equilibrato: il
42% delle mansioni potrebbero essere svolte dalle macchine entro il 2022 (oggi
sarebbe il 29%), mentre la forza lavoro potrebbe lavorare una media di 58 delle
ore di lavoro entro il 2022, rispetto all’attuale 71%. La natura di queste
previsioni è approssimativa ma va compresa alla luce del dibattito tra chi
afferma un legame diretto tra l’automazione e la perdita di posti di lavoro e
chi attribuisce all’automazione digitale un ruolo nel taglio dei salari e
esclude che produca direttamente un calo dell’occupazione. Il rapporto del Wef
è prudente: ci sarà sia la proliferazione degli impieghi precari freelance e
intermittenti, quelli coordinati via algoritmo sulle piattaforme digitali (la
cosiddetta «economia dei lavoretti»: gig economy).
E ci sarà anche
un’intensificazione dell’automatizzazione delle mansioni. Si tratta di una
previsione ambivalente che non chiarisce la natura della nuova divisione
capitalistica del lavoro in cui la forma generale è quella del lavoro povero o
sottopagato, mentre quella tecnologica prevede un’intensificazione del rapporto
tra essere umano e algoritmo.
IN QUESTA CONFIGURAZIONE il
salario e la qualità del lavoro dipendono dalla «produttività» accresciuta del
soggetto, ovvero dalla sua capacità di «riqualificarsi» e di essere
accompagnato da tutele per i lavoratori a rischio. È il modello della
«formazione continua» del «capitale umano» che obbliga una forza lavoro intesa
come «imprenditrice di se stessa» ad essere «attiva» e «motivata» anche quando
perde il lavoro e deve cercarsene un altro. L’emancipazione da questo modello
alienante passa da una rivoluzione nel nostro rapporto con le macchine, con la
loro proprietà e con noi stessi.

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