Roberto Ciccarelli – Il manifesto
18 settembre ’18
Il rapporto «The Future of Jobs»
smentisce un luogo comune nel dibattito medio sull’automazione digitale. Di
solito, infatti, si crede che a sparire saranno gli impieghi medio-bassi più
ripetitivi, mentre quelli a più alto contenuto di competenze saranno inferiori,
ma più ricercati e pagati meglio. Potrebbe non essere esattamente così. Si
dipinge un futuro cupo per molti ruoli che una volta erano considerati sicuri:
le carriere della classe media. Analisti finanziari, contabili, revisori dei
conti, avvocati, sportelli bancari, impiegati statistici, finanziari e
assicurativi, direttori generali e amministratori sono tutti elencati tra i
«ruoli ridondanti» nei prossimi cinque anni. È annunciata la crescita di
mansioni da analisti di dati, specialisti di intelligenza artificiale,
professionisti della robotica, specialisti dei social media, dei big data e
dell’e-commerce.
Si parla del machine learning e
di «specialisti della cura delle persone e della cultura», tutti ruoli che le
macchine avrebbero difficoltà a replicare in base a quello che è stato definito
il «paradosso di Hans Moravec»: i «robot» trovano difficili le cose semplici e
facili le cose complesse. Se si tratta di battere un campione agli scacchi, il
super-computer Deep Blue può battere il russo Kasparov. Se invece si tratta di
allenare un algoritmo alla gestione di una macchina che si guida da sola nelle
autostrade americane, oppure alla caccia degli «hate speech» o delle «fake
news» su Facebook, allora è necessario assumere tra i 10 e i 20 mila
«guardiani»: «microlavoratori» a basso salario in Asia, o in altre parti del
mondo, come si vede nel film «The Cleaners» di Hans Block e Moritz Riesewick,
la storia di cinque «spazzini digitali» andata in onda di recente sulla tv
franco-tedesca Arte. A questo proposito si può anche citare il caso, ormai
riconosciuto, dei «turchi meccanici» di Amazon: centinaia di migliaia di
persone negli Usa – definite dall’uomo più ricco del mondo, Jeff Bezos –
«servizi umani» addetti all’esecuzione di «micro-mansioni» digitali come quella
di insegnare a una macchina un gesto, riversare i dati di uno scontrino,
addestrare un algoritmo al riconoscimento di un’immagine. A parte i ruoli di
«invenzione» o «creativi», ingegnieri o sviluppatori impegnati direttamente
dalle piattaforme della Silicon Valley ad esempio, la stragrande maggioranza di
questo nuovo proletariato digitale che svolge i compiti dell’«apprendimento
macchinico» (machine learning) è costituito da lavoratori poveri. Questo profilo
sociale è emerso da una decennale etnografia anche negli Stati Uniti e
interessa tutto il lavoro, sempre più «casualizzato» e precarizzato, non solo
quello che passa dalle piattaforme. I fattorini («riders») che sfrecciano in
bicicletta sono la parte emersa di una trasformazione che coinvolge sia il
lavoro di cura che quello autonomo e freelance nella cultura e nelle relazioni.
Questa evoluzione dipende
dall’uso della tecnologia orientata a ridurre drasticamente i costi del lavoro
e, contemporaneamente, ad aumentare la cosiddetta «produttività» attraverso una
feroce divisione del lavoro che è definita «taylorismo 2.0» perché ricorda
l’antica fabbrica degli spilli di Adam Smith o i «gorilla ammaestrati» di cui
parlava Gramsci nella fabbrica fordista. Questa correlazione è evidente se si
interpreta l’automazione come una «macchina combinata» (così la chiamava Marx)
tra essere umano e macchina e non come una contrapposizione tra l’essere umano
e l’algoritmo. Riguarda tutti, non solo la classe media. «The Future of Jobs»
si interroga su un nuovo possibile equilibrio in questa divisione del lavoro.
Non arriverà mai finché lo sviluppo tecnologico non sarà combinato con la
redistribuzione del reddito, della ricchezza e del potere.

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