Andrea Fabozzi – Il manifesto
18 settembre ’18
Congedato il cancelliere
austriaco Kurz, con il quale stamattina avrà un incontro non facile sulla
«crisi dei passaporti», per il presidente del Consiglio Conte comincerà
l’incontro veramente difficile, quello sulla ricostruzione di Genova. A palazzo
Chigi arrivano il presidente della Liguria Toti e il sindaco di Genova Bucci,
per continuare sub specie di «concertazione» con gli enti locali quella
trattativa tra la Lega e M5S che sta tenendo fermo il decreto denominato
«urgenze».
Approvato «salvo intese» giovedì
scorso, cioè non approvato nel punto fondamentale della ricostruzione del ponte
sul Polcevera, l’atto di legge è la premessa alla scelta – affidata al
presidente del Consiglio – del commissario che gestirà tutta la fase
dell’assegnazione e dell’esecuzione dei lavori, con poteri più che
straordinari. Il nome arriverà entro dieci giorni da quando, finalmente, il
decreto urgenze uscirà dalle nebbie per apparire sulla Gazzetta ufficiale, ma è
chiaro che l’intesa sulle modalità con la quali dovrà operare il commissario si
porterà dietro l’individuazione del profilo più adatto.
All’incontro di oggi il
presidente della regione Toti si presenterà con un mezzo passo indietro
strategico: ormai è chiaro che non sarà lui il plenipotenziario, ma chiederà di
tenere distinte le figure del commissario per l’emergenza, lui stesso, già
nominato, e del commissario per la ricostruzione. È qualcosa di più della
soluzione salomonica che accontenta tutti, perché attraverso il mantenimento
della delega sulle emergenze Toti potrebbe avvicinare un altro po’ il suo
obiettivo di tenere Autostrade per l’Italia all’interno del progetto di
ricostruzione del ponte. Se poi il nuovo commissario fosse il sindaco Bucci,
sostenuto anche lui dal centrodestra con la Lega, l’operazione di
accerchiamento del Movimento 5 Stelle potrebbe dirsi riuscita.
Su Genova Salvini ha delegato a
Toti la gestione della conflittualità con i grillini, e con lo stesso
presidente del Consiglio, per evitare risse dirette tra alleati. E perché è più
difficile per il governo dire di no ai rappresentanti del territorio. Di Maio e
Toninelli si sono complicati la vita presentando la cacciata di Autostrade come
una soluzione non solo moralmente comprensibile, e chi può negarlo, ma anche
giuridicamente fattibile, anzi già fatta. Così non è, prova ne sia che Di Maio
e il suo ministro delle infrastrutture hanno già dovuto fare diversi passi
indietro rispetto agli annunci, cercando di non farsi troppo notare: non si parla
più di nazionalizzazione della rete né di revoca immediata della concessione
alla società dei Benetton, e nemmeno di far anticipare ad Autostrade le spese
per la ricostruzione del ponte. L’ultima mossa che Toti porterà oggi nel corso
dell’incontro a palazzo Chigi riguarda la demolizione.
È un dossier al quale il
commissario per l’emergenza sta già lavorando assieme alla rimozione dei
detriti, «devono procedere contemporaneamente alla ricostruzione», ha ammonito.
E spiegato che se lui dovesse lasciare il passo al nuovo commissario ci
sarebbero sicuramente dei ritardi. «Bisogna chiarire tutte le macro dinamiche
che stanno dietro a chi costruisce il ponte», ha detto ancora il presidente
della regione, alludendo al fatto che Autostrade è ancora concessionaria e che
in quanto responsabile della struttura è l’unica a cui si può ordinare di
rimuovere rapidamente quel che resta del ponte. Ma Toti, oltre a una serie di
richieste sugli indennizzi, tenterà anche di giocare all’attacco, riproponendo
alla maggioranza di governo, che è divisa tra il no del M5S e il sì della Lega,
la questione della Gronda. I lavori dovrebbero cominciare nel 2019, si andrà
avanti o no? E chi li deve fare, se non Autostrade?

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