Andrea Colombo - Il manifesto
18 settembre ’18
Incontro «bello e proficuo».
Nella manovra «non ci saranno regali alla Renzi» ma rispetteremo «gli impegni
presi con tutti a partire da quelli con gli italiani, su tasse, pensioni
reddito di cittadinanza e maggiori posti di lavoro». A tarda sera Matteo
Salvini è il primo a dire qualcosa sul vertice di maggioranza sulla manovra,
convocato per le 18.30 a palazzo Chigi. Frasi obbligate, ma stavolta le tre
anime della maggioranza, M5S, Lega e ministro Tria, si incontrano in un clima
da «tutti contro tutti». Attorno al tavolo ci sono il premier, i due
vicepremier, Tria, Savona e Giorgetti: la cabina di comando della manovra al
completo. Sul tavolo dovrebbe esserci solo l’ipotesi di intervenire sulla
sanità, per rendere meno onerosi i ticket sia per i farmaci che per le visite,
ma le bordate che i due partiti di maggioranza si scambiano da 24 ore rendono
difficile limitare l’ordine del giorno. Che infatti si allarga persino oltre i
confini della manovra e chiama in causa altri capitoli spinosi come il ponte di
Genova o le nomine Rai.
DI MAIO E SALVINI CHIEDONO
apertamente di aumentare il deficit sfondando il tetto dell’1,6% fissato dal
ministro dell’economia. In caso contrario, spiegano, il contratto non potrà
essere rispettato e ad andarci di mezzo potrebbe essere il governo. Non è la
sola minaccia messa sul tavolo. Salvini e Di Maio ventilano anche la
possibilità di un blitz in parlamento per allargare a forza i cordoni della
borsa stretti da Tria. In un caso come nell’altro l’avvertimento è chiaro:
insistere sul rispetto rigoroso degli impegni con l’Europa potrebbe portare a
esiti disastrosi.
Coalizzati nel braccio di ferro
con Tria, i due leader sono divisi su tutto il resto. A scatenare i 5S è il
condono che il Carroccio ha depositato fra le sue proposte nelle mani di Tria.
Una «pace fiscale» con tetto fino a un milione di euro sarebbe in effetti un
condono monstre e Di Maio prova a bloccarlo: «M5S non è disponibile a votarlo.
Se parliamo di pace fiscale, stralcio e saldo siamo d’accordo. Se è un condono
no». Inevitabile il sospetto, a cui danno voce sia il Pd che LeU, che la
questione sia più semantica che sostanziale. Ma l’intemerata del vicepremier a
cinque stelle, che parlava rivolto a una platea di industriali, rivela che la
tensione sta salendo. Per la Lega, invece, la bestia nera è la promessa di
portare a 780 euro le pensioni minime, quelle «di cittadinanza». «Una follia»,
la ha bollata senza mezzi termini la testa d’uovo economica del Carroccio,
Brambilla. L’epiteto non è andato giù nemmeno un po’ a Di Maio: «Parla a titolo
personale.
La pensione di cittadinanza è nel
contratto di governo: lo sappiamo noi e lo sa anche la Lega».
MA IL VERO SEGNO di quanto
intorno alla coperta inevitabilmente corta gli animi si stiano scaldando sta
nella reciproca intromissione dei due partiti nelle aree sin qui considerate
«appannaggio» dell’altro socio. Il reddito di cittadinanza pentastellato? Per
Salvini «va bene, purché non serva per stare a casa a guardare la tv». La Flat Tax
del Carroccio? «Sì, ma abbiamo posto come condizione che non aiuti i ricchi ma
la classe media e le persone disagiate», frena gli ardori leghisti Di Maio.
LE FRIZIONI intorno alla legge di
bilancio tra soci di maggioranza sono inevitabili e consuete. La loro
importanza non va ignorata ma neppure esagerata. Meno facilmente risolvibile il
contrasto con Tria sulle dimensioni complessive della manovra, esploso
chiaramente ieri dopo giorni di false rassicurazioni. A fare i conti in tasca
al governo è l’ex commissario alla Spending Review Cottarelli. «Il deficit
all’1,6% non causerebbe una reazione eccessiva sui mercati», concede citando il
tetto entro il quale è deciso a mantenersi Tria. Ma il percorso, prosegue
Cottarelli, è impervio: «Si parte da un 1,7-1,8%, poi bisogna tener conto dei
maggiori interessi per lo spread e delle spese indifferibili e si arriva al
2,3%. Di qui bisogna scendere all’1,6% nonostante ci sia chi vuole aggiungere
la Flat Tax, il reddito di cittadinanza, la controriforma della Fornero. Il
sentiero è stretto».
DEI TRE CAPITOLI citati da
Cottarelli, il più delicato è quello sulla Fornero, sia perché non lo si può
modulare nel tempo con la stessa facilità delle altre due riforme-cavalli di
battaglia della maggioranza, sia perché è sul quel fronte che la commissione
europea, e ancor meno la Bce, non sono disposte a cedere. Il problema politico
con Bruxelles e Francoforte non è risolvibile in termini di cifre. Il peso
economico dell’intervento sulla Fornero invece è ciò su cui si stanno cimentando
tecnici del Mef. Il progetto sarebbe quello di far finanziare una parte
sostanziosa della revisione della Fornero alle aziende, ricorrendo sia ai fondi
di solidarietà che ai fondi esubero. Anche così, sostengono i più critici, il
costo sarebbe esorbitante: 13 miliardi. Il sottosegretario leghista al lavoro
però smentisce:
«Il vero costo di Quota 100, per
il primo anno, è di 6/8 miliardi». Che però, sommati alle altre riforme, alla
sterilizzazione dell’aumento Iva e alle spese correnti rendono quasi impossibile
rispettare quel confine dell’1,6% che per Tria, ma soprattutto per la Ue, è la
linea del Piave.

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