Oraney Ali– Nena news
17 settembre ’18
Roma, 14 settembre 2018, Nena
News – Il 16 settembre 1982 è una data tristemente nota per il popolo
palestinese, quella di uno dei tanti massacri di cui è stato vittima, il
massacro di Sabra e Chatila che da allora ancora non ha avuto giustizia.
Trentasei anni fa le milizie falangiste libanesi, sotto il controllo diretto
dell’esercito israeliano capeggiato dal ministro della difesa dell’epoca, Ariel
Sharon, entrarono nei due campi profughi palestinesi di Sabra e Chatila saccheggiando,
distruggendo e massacrando gli abitanti, senza fare distinzione fra vecchi, donne
e bambini e perfino animali. Entravano nelle case alla ricerca di qualsiasi
essere vivente per ammazzarlo e massacrarlo, cercavano dappertutto, negli
armadi, sotto i letti, facendo ovunque terra bruciata. Si salvarono solo quelli
che miracolosamente riuscirono a scappare o si nascosero ed ebbero la fortuna
di non essere scoperti o perché feriti si finsero morti sotto altri cadaveri.
Purtroppo scene di queste tipo,
queste immagini di massacri, morte, distruzione e sistematica repressione, non
appartengono solo al passato ma sono storia di tutti i giorni per i palestinesi
dei Territori Occupati di Gaza e della Cisgiordania, vittime quotidiane
dell’occupazione israeliana.
Solo Gaza negli ultimi dieci anni
è stata vittima di ripetute invasioni e guerre, chiamate con nomi altisonanti,
l’ultima in ordine di tempo, l’Operazione Margine di protezione risale appena a
quattro anni fa, all’8 luglio 2014. Queste ripetute guerre e invasioni sono
state causa di massacri di migliaia di palestinesi, di decine di migliaia i
feriti e di centinaia di migliaia gli sfollati per la terza, quarta volta.
Queste scene di morte,
distruzione e sistematica repressione si ripetono anche in Cisgiordania sebbene
prendano forme diverse: dall’assassinio di massa si passa all’assassinio
dell’individuo, alle limitazioni alla libertà di movimento, ai muri e alle
strade circolari che chiudono in ghetti i centri palestinesi, agli espropri di
terre, alle distruzioni di case per arrivare all’appropriazione delle risorse
idriche, allo sradicamento di alberi e alla costruzione di nuovi insediamenti.
Il numero degli insediamenti è aumentato a dismisura e in questi giorni è in
atto il tentativo di demolire il villaggio di Kham Al Ahmar, uno dei 45 villaggi palestinesi minacciati di
demolizione, a favore di un progetto di insediamento, E1.
Il progetto mira a creare un
collegamento fisico tra la colonia di Ma’ale Adumim e Gerusalemme creando così
una specie di mezzaluna di colonie attorno a Gerusalemme Est, dividendola dal
resto della Cisgiordania e sottraendola completamente ai palestinesi. La
costruzione degli insediamenti nel 2017 è stata più di quattro volte superiore
a quella del 2016 a causa del massiccio sostegno ricevuto dal governo
israeliano e dagli Stati Uniti nonostante la risoluzione del Consiglio di
Sicurezza del 23 dicembre 2016 li avesse considerati una evidente violazione
del diritto internazionale .
Forme diverse di repressione,
dunque, che causano uno stillicidio continuo di vittime palestinesi,
soprattutto tra i giovani. Altissimo è il numero dei giovani palestinesi
assassinati soprattutto ai check point con la scusa di non aver risposto a un
alt o per aver cercato di accoltellare soldati armati fino ai denti o per aver
lanciato pietre: giovani vite palestinese ammazzate quotidianamente anche sotto
gli occhi dell’Autorità Nazionale Palestinese, tutto ciò con il plauso
dell’amministrazione americana Trump.
Israele e l’amministrazione Trump
si dividono il compito, gli americani hanno assunto quello di eliminare la
causa palestinese dallo scenario internazionale, mettendo una pietra sopra una
volta per sempre, svuotando la causa palestinese dei suoi elementi di forza
togliendo dal tavolo delle trattative tre argomenti importanti, tre diritti
inalienabili del e per il popolo palestinese: quello di Gerusalemme come
capitale della Palestina, quello del ritorno dei profughi e quello del diritto
internazionale e delle sue organizzazioni, Unrwa, Consiglio dei diritti umani
dell’Onu, il Tribunale Penale Internazionale.
Il 14 maggio 2018 è stata
spostata l’ambasciata americana a Gerusalemme, riconosciuta di fatto come
capitale di Israele. L’idea di Trump di tagliare i finanziamento alla Unrwa (
United Nations Relief Works Agency, Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso
e l’occupazione), che negli ultimi 70 anni ha fornito un aiuto indispensabile a
più di cinque milioni di rifugiati palestinesi nella Striscia di Gaza, in
Cisgiordania, in Libano, in Siria e in Giordania, significa non solo non
riconoscere più mezzi di sopravvivenza ai profughi palestinesi ma significa
anche politicamente non riconoscere più il loro di diritto di ritorno.
Il ritiro americano dal Consiglio
dei diritti umani dell’Onu è stato motivato ipocritamente dall’ambasciatrice
Nikki Haley per il “continuo pregiudizio” contro Israele che solo nella
repressione delle marce del ritorno che dal 30 marzo ogni venerdì si
organizzano lungo i confini della Striscia di Gaza ha assassinato 170
palestinesi, fra questi bambini, personale sanitario, giornalisti e ne ha
feriti più 16mila.
Questa politica americana non è
altro che l’applicazione delle parole di Trump quando dice: “Abbiamo due
principi, il primo principio i nostri soldi, il secondo lo stato d’Israele e il
resto può andare a quel paese”. Di conseguenza possiamo dire che questa
amministrazione americana è la più accanita sostenitrice dell’occupazione della
Palestina aiutata dalla situazione internazionale e regionale e da tutto ciò
che si verifica nel mondo arabo, dalla politica dell’Arabia Saudita e dei Paesi
del Golfo e dalle loro situazioni interne. Gli americani sono determinati e
stanno portando avanti il cosiddetto progetto del secolo (per quanto riguarda
la parte palestinese eliminando di fatto lo stato della Palestina cancellando
l’ipotesi dei due Stati).
La repressione israeliana prende
anche le forme dell’arresto indiscriminato che colpisce perfino i bambini, la
media degli arresti quotidiani è di 30/40 persone in tutta la Cisgiordania. Per
questo motivo, e non solo per le limitazioni alla libertà di movimento, si dice
che la Palestina è ormai un carcere a cielo aperto e che un palestinese su tre
è stato in carcere. Infatti, più di 800mila palestinesi in Cisgiordania sono
stati in carcere, la maggioranza per arresto amministrativo, cioè un arresto
senza una precisa accusa fino a 6 mesi, rinnovabili alla scadenza senza limite
di volte. La detenzione amministrativa è una pratica detentiva illegale
contraria alle norme internazionali che nonostante ciò Israele continua
imperterrita ad applicare.
L’arresto amministrativo è una
forma punitiva tra le più odiate dai palestinesi perché senza una precisa
accusa impedisce, o meglio nega loro il diritto alla difesa e ad un giusto
processo e per questo tanti prigionieri palestinesi si sono e si stanno
ribellando attuando ogni forma di protesta, in particolare scioperi della fame
mettendo a rischio le loro vite. Alcuni sono arrivati a scioperare fino a tre
mesi come Mohammad El Kiki, altri per oltre due mesi come Bilal Kayed e El
Isawi. Numerosi anche gli scioperi di fame collettivi come quello della dignità
che ha coinvolto tra aprile e maggio nel 2017 quasi 2mila prigionieri per 45
giorni. Anche in questi giorni continuano gli sciopero della fame individuali e
di gruppo.
Per questo il modo migliore per
non dimenticare Sabra e Chatila non è limitarsi a delle semplici commemorazioni
ma adoperarsi per fermare le continue aggressioni al popolo palestinese e i
continui massacri, di vite umane e dei suoi diritti. Nena News

Nessun commento:
Posta un commento