Francesco Gesualdi – Comune.info
11 settembre 2018
Sulla questione libica, Francia e
Italia si guardano di traverso non solo perché si contendono il ruolo di
pacieri nella speranza di assicurarsi un posto a tavola nella Libia che verrà,
ma anche perché si rapportano in maniera diversa nei confronti dei due governi
presenti in Libia. L’Italia collabora esclusivamente con Al-Serraj, capo di
governo riconosciuto dalle Nazioni Unite, che però controlla solo la
Tripolitania e pochi altri territori della parte occidentale del paese. La Francia,
invece, sostiene più volentieri il generale Haftar, capo militare che controlla
non solo la Cirenaica ma tutta la parte centrale e orientale del paese. Due
scelte di campo non casuali che fanno assumere ai due rivali non tanto il volto
dei pacieri disinteressati, quanto delle potenze coloniali assetate di
controllo.
Ovviamente la questione
petrolifera è sempre in primo piano, considerato che la Libia possiede le
maggiori riserve di petrolio dell’Africa, le none nel mondo, circa 48 miliardi
di barili (il 3% circa dell’intero ammontare delle riserve mondiali). Prima del
rovesciamento di Gheddafi, nel 2011, la Libia produceva 1,65 milioni di barili
di petrolio al giorno e 17 miliardi di metri cubi di gas all’anno. Le due
risorse rappresentavano il 65% del prodotto lordo nazionale e contribuivano al
95% delle entrate governative. Ma dal 2013, la produzione si è praticamente
dimezzata per l’attacco ai pozzi da parte delle innumerevoli milizie armate che
tempestano la Libia.
Da un punto di vista operativo l’estrazione
e la vendita degli idrocarburi è affidata alla National Oil Corporation (NOC),
un’azienda di stato che opera non solo in proprio, ma anche per il tramite di
società compartecipate da multinazionali, senza escludere la possibilità di
permettere a quest’ultime di estrarre su licenza. Tra queste ENI che sotto
varie forme societarie gestisce diversi giacimenti di gas e petrolio non solo
onshore, ossia sulla terra ferma, ma anche offshore, ossia in mare,
principalmente nella parte ovest del paese, quella sotto il controllo del
governo Al-Serraj. Tuttavia la maggior parte del petrolio libico si trova nella
parte centrale del paese, quella sotto comando del generale Haftar. Alcuni
pozzi di questa zona sono gestiti dalla società Waha Concessions nel cui
azionariato compare anche Total che da vari anni sta cercando una strategia per
affermarsi in Libia. Con successo, dal momento che è presente anche in altre
società che gestiscono altri due giacimenti: l’uno nel Mar Mediterraneo,
l’altro nel Fezzan, la regione più a sud del paese.
Ma la difesa delle proprie
imprese è solo uno dei temi che divide Francia e Italia. L’altro è il controllo
del territorio su cui i due paesi sono di nuovo concorrenti. L’obiettivo
principale dell’Italia è fermare l’arrivo di migranti attraverso il Mar
Mediterraneo e poiché gli imbarchi avvengono nella parte occidentale della
Libia, i legami sono stati stretti con Al-Serraj a cui è stata offerta amicizia
e sostegno economico, in cambio del controllo dei flussi migratori. Così fece
il governo Renzi e poi il governo Gentiloni per continuare col governo Conte.
Ovviamente l’Italia sa che una
politica efficace contro flussi migratori richiede un blocco dei passaggi più a
sud, già nel Niger, per cui vorrebbe avere più influenza nelle regioni del
Sahel. Ma l’Africa sahariana ha una storia coloniale con la Francia e in questi
paesi non si muove foglia senza che la Francia non voglia. E la volontà della
Francia è di non avere altre presenze straniere all’infuori di lei o dei suoi
stretti alleati, per cui l’Italia non ha grandi prospettive di poter inviare
propri contingenti. Ma dopo il Niger la rotta dei migranti passa per la Libia e
qui l’Italia potrebbe essere facilitata in nome dei trascorsi coloniali.
Ma il territorio libico a ridosso
del Niger è il Fezzan ormai una terra di nessuno dove decine di gruppi armati
si fronteggiano per il controllo di porzioni di territorio. Una situazione di
anarchia che ha facilitato il proliferare di varie altre anomalie. Non solo
l’esplosione di ogni forma di traffico illegale, dal passaggio clandestino dei
migranti al contrabbando di armi, droghe e oro, ma anche l’insediamento di
gruppi armati islamisti che fanno da spalla a gruppi analoghi presenti in altri
paesi del Sahel. Ed è proprio quest’ultimo aspetto che più preoccupa la Francia
inducendola a perseguire scelte di politica estera che le assicurino non solo
la stabilizzazione del Fezzan, ma anche la possibilità di avere una presenza
nella regione.
Fra i due governi oggi presenti
in Libia, quello che ha più probabilità di prendere il controllo del Fezzan non
è Al Serraj, ma Haftar che gode di maggiori simpatie da parte dei gruppi
locali. Di qui la seconda ragione che spinge la Francia a stringere amicizia
con Haftar in aperto contrasto con l’Italia che almeno nel Fezzan vorrebbe
insediarcisi lei. Vecchie logiche coloniali avanzano.

Nessun commento:
Posta un commento