Francesca Melandri – Nigrizia
11 settembre 2018
Nella costruzione del mito
“Italiani brava gente”, uno dei capisaldi è l’idea che Mussolini abbia fatto le
leggi razziali «solo perché le ha imposte Hitler». Ammettere una responsabilità
anche collettiva nel razzismo fascista di stato renderebbe difficile
raccontarsi, poi, come un popolo eccezionalmente mite. Esse sono state
derubricate, così, a umana debolezza nei confronti della volontà dell’unico
vero cattivo: Hitler e, per estensione, il popolo tedesco. Filippo Focardi ha
ben spiegato questo processo proiettivo, fondamentale nel plasmare la
costruzione identitaria del dopoguerra, ne Il cattivo tedesco e il bravo
italiano (Laterza - 2014).
Ma c’è un altro capitolo della
vicenda delle leggi razziali e del Manifesto della Razza che, fino al lavoro di
una nuova generazione di storici e, soprattutto - non a caso, come vedremo - di
storiche, è stato ignorato: il razzismo giuridico e culturale nell’Africa
orientale italiana.
Razzisti
prima di Hitler
Ci sono, invece, vari buoni
motivi per cui la sua conoscenza e discussione sono necessarie nell’Italia del
2018. Il primo è stato detto sopra: l’affermazione che le leggi razziali siano
state solo una concessione alla volontà esterna dei nazisti è, semplicemente,
falsa. La prima legge dell’Italia unitaria che si possa definire razzista fu
promulgata già nel 1933, quindi anni prima di qualsiasi accordo con Hitler.
Stabiliva che i figli meticci nati nelle colonie africane (allora Eritrea e
Somalia) potevano sì ottenere la cittadinanza italiana al compimento del
diciottesimo anno, ma solo se ritenuti in possesso di specifici «requisiti
morali e culturali», nonché dopo procedimenti di «diagnosi antropologica
etnica». Si voleva così evitare di confondere un meticcio con un «bianco scuro»
o un «nero bianco». Come ha spiegato la storica Daniela Franceschi, «tale norma
è ritenuta dagli storici la prima effettivamente razzista, poiché rivolta a un
intero gruppo di persone». Una legge, cioè, che giudica la persona non per le
azioni che ha commesso ma per ciò che è.
Nel compiere le ricerche per il
mio ultimo romanzo mi sono imbattuta nella figura dell’antropologo razzista -
definizione sua - Lidio Cipriani. Cipriani era uno di quegli accademici che già
anni prima della promulgazione del Manifesto della Razza, di cui non a caso fu
uno dei firmatari, si posero l’obiettivo di dare una base, appunto,
“scientifica” alla supremazia razziale dei bianchi. Certo, non erano solo
italiani i cultori di questa pseudoscienza: l’intera costruzione culturale del
razzismo come lo intendiamo oggi è figlia della lunga storia del colonialismo.
Ma gli accademici italiani come Cipriani si distinsero per il fervore con cui
tentarono di sistematizzare il “razzismo scientifico”. Il loro tentativo di
sancire l’arianità degli italiani, con conseguente superiorità sugli abitanti
delle colonie, produsse un’accozzaglia di misurazioni antropometriche, giudizi
morali (gli africani definiti «naturalmente pigri»), vaste e vaghissime sintesi
storiche (la superiorità degli eredi della civiltà romana presentata come fatto
oggettivo, misurabile). Non solo non furono costretti da superiori alleanze con
il nazismo in questa impresa ma, anzi, ne furono precoci culturi: il primo
viaggio in Africa di Cipriani è del 1927. E quella legge del 1933 fissa
implacabilmente questa imbarazzate cronologia anche nella storia del diritto.
Valenze
di genere
Il secondo motivo è lo stesso per
cui negli ultimi anni il contributo più interessante alla ricostruzione del
colonialismo italiano è venuto da storiche e studiose di questioni di genere
come Barbara Sorgona, Giulietta Stefani, Giulia Barrera: non si può capire il
razzismo italiano, sia in colonia che oggi, senza prenderne in considerazione
le valenze di genere. Questo perché lo scopo primario delle leggi razziali in
Africa era la «difesa della razza» (non a caso il titolo della rivista fondata
per propagandare il razzismo) dalla «degradazione» del meticciato. E prevenire
la nascita di bambini meticci significa regolamentare la sessualità e gli
affetti.
Questo a sua volta, però, si
scontrò con quell’erotizzazione della dominazione coloniale che da sempre, fin
dalle prime stampe d’epoca, aveva rappresentato l’Africa come una donna nera
nuda pronta a essere posseduta dal colonizzatore bianco. Il piccolo,
sgangherato colonialismo italiano non fece eccezione. In Sangue giusto ho
raccontato come la propaganda per convincere i giovani maschi ad arruolarsi
volontari nella guerra d’Abissinia fu anche fatta distribuendo nelle case di
tolleranza cartoline erotiche raffiguranti discinte giovinette africane. I loro
corpi neri sarebbero stati totalmente a disposizione del desiderio dei coloni
bianchi, si prometteva. I giovani italiani entusiasti credettero a quella
promessa e s’imbarcarono intonando Faccetta nera.
Quest’ambivalenza verso il corpo
delle donne africane - da un lato disprezzato come inferiore, dall’altro
oggetto di un desiderio libero da qualsiasi responsabilità morale, sociale o di
relazione - non poteva non deflagrare. La bomba furono le leggi razziali. Il
Regio Decreto Legislativo 19 aprile 1937, numero 880, Sanzioni per i rapporti
d’indole coniugale tra cittadini e sudditi, riconosceva al colono la necessità di
«espletare i suoi bisogni fisiologici» (sic) con le indigene. Quella che veniva
sanzionata con reclusione fino a 5 anni era ciò che si definiva «unione di
letto e di desco». Ovvero quella condivisione di pasti, quotidianità e
affettività che avrebbe rischiato di stabilizzare le coppie, creare famiglie,
portare insomma a una società multietnica. La canzone Faccetta nera, che
nonostante tutto un po’ di tenerezza per la “bella Abissina” la esprimeva,
venne proibita.
I coloni italiani, ovviamente,
continuarono lo stesso ad avere rapporti con le “indigene”, a tenersele in casa
come “madame”, a volte perfino a volere loro un po’ di bene. Soprattutto,
continuarono ad arrivare quei pericolosissimi nemici della purezza razziale, i
bebè. Con la legge del 13 maggio 1940, numero 882, Norme relative ai meticci,
si proibì quindi una volta per tutte il riconoscimento legale del figlio
meticcio da parte del padre italiano, creando una generazione di bastardi di
stato destinati al disprezzo sociale.
Corpi
neri disprezzati
Ci sarebbe tanto altro da
raccontare sulle leggi razziali in Africa orientale italiana, dalla negazione
agli africani dell’istruzione oltre la quinta classe, allo sfruttamento
lavorativo permesso dalla sottrazione di ogni tutela legale. Il fatto è che ancora
oggi il crescente razzismo in Italia, anche quello ai livelli più alti delle
istituzioni, è indistricabilmente connesso a due questioni, proprio come
allora: lo sfruttamento sul lavoro - vedi, ad esempio, le condizioni dei
lavoratori nell’agroalimentare - e le questioni di genere. Il corpo nero di
migliaia di vittime della tratta (una prostituta su 3 in Italia è nigeriana) è
obbligato a esporsi quotidianamente alla violenza sulle nostre strade. E
proprio come le leggi razziali in Africa orientale italiana chiudevano un
occhio sull’«espletamento dei bisogni fisiologici» del maschio italiano negando
intanto diritti e dignità alle portatrici dei corpi in cui questi bisogni
venivano “espletati”, così oggi la società italiana nasconde a sé stessa
l’enorme questione dei corpi neri disprezzati, ma anche desiderati da milioni
di clienti italiani.
In un articolo del giornalista
americano Ben Taub uscito sul New Yorker nel 2017 spiccano le parole di padre
Enzo Volpe, che gestisce un centro per bambini migranti vittime della tratta:
«In Italia è reato andare a letto con una tredicenne o una quattordicenne. Ma
se è africana? Non importa niente a nessuno. Non pensano a lei come a una
persona». Le leggi razziali fasciste in Africa dichiaravano che gli italiani
dovevano difendersi dalla “minaccia” del meticciato, mentre in realtà erano
loro gli occupanti invasori. Allo stesso modo, molti tra coloro che oggi
gridano alla “invasione dei migranti”, nonostante tutte le statistiche
dimostrino il contrario, fanno parte di quei 6 milioni (stima per difetto) di
clienti che ogni giorno “espletano i loro bisogni” nei corpi desiderati e
disprezzati di donne africane. Anche oggi viene invertito l’aggressore con
l’aggredito, proprio come 80 anni fa.

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