Ilaria Penzo – Progetto Melting
pot Europa
05 Settembre 2018
05 Settembre 2018
L’ipotesi di questa ricerca
socio-giuridica è che la normativa italiana in materia di immigrazione e asilo,
così come integrata dal diritto dell’Unione Europea, eserciti una pressione
sulla categoria dei giovani migranti fino al punto di spingerli a mettere in
pratica condotte non legittime per raggiungere i Paesi dell’UE, come
l’avvalersi di un mezzo di immigrazione irregolare, il chiedere asilo pur con
la consapevolezza di non possedere i requisiti soggettivi necessari, il
dichiarare il falso in atto pubblico in occasione del ricorso in Tribunale in
merito a tali requisiti, l’abusare di sostanze stupefacenti, il commettere
reati tipici della criminalità “di strada”, svolgere mansioni nel
mercato del lavoro informale e così via.
Come è stato sostenuto da eminenti
giuristi di diritto internazionale umanitario quali Costello (2016) e Goodwin
Gill (2016), questo studio sostiene che ciò avviene poiché il migrante si
rivolge ai trafficanti in quanto escluso da altre tipologie di immigrazione
sicura o regolare e che, una volta diventato necessariamente un richiedente
asilo, nell’attesa di un provvedimento che definisca il suo status, potrebbe
sperimentare varie tipologie di esclusione, da quella economica a quella
sociale, compromettendo la propria stabilità giuridica.
Si ipotizza, dunque, che il
formalismo delle leggi europee e italiane sia diventato inefficace nel
controllare il fenomeno dei flussi migratori irregolari (nonostante l’apparente
diminuzione dei flussi registrata a partire dalla metà del 2017 ) perché
non tiene in considerazione l’importanza attribuita alla meta del migrante,
cioè ottenere un qualsiasi tipo di papier che regolarizzi la sua
permanenza nel territorio: ciò porterebbe ad un basso livello di integrazione
fra obiettivi personali (e culturali) e regole burocratiche e, secondo la
teoria della frustrazione strutturale di R. K. Merton, aumenterebbe anche il
rischio di alcuni fenomeni ritenuti connessi al comportamento deviante.
L’esposizione della ricerca si
dividerà in tre parti: la prima si concentrerà nell’indagare
il rapporto tra normativa in materia di immigrazione e le motivazioni che hanno
spinto gli intervistati ad entrare illegalmente nel territorio italiano
avvalendosi di un mezzo di immigrazione irregolare; nella seconda si
verificherà il rapporto tra il sistema di accoglienza e il livello di influenza
che esso ha esercitato sugli intervistati; la terza parte verificherà il
rapporto tra i tipi di esclusione sperimentati durante l’attesa della
regolarizzazione dello status ed eventuali episodi di deviazione secondaria
messi in atto dai richiedenti asilo.
Conclusioni
Le testimonianze raccolte in
questa ricerca dimostrano che si è ormai consolidata una sub-cultura africana
del sogno europeo, ma che la reazione a livello istituzionale da parte
dell’Unione Europea e dei suoi Stati Membri, in particolare dell’Italia, non si
è dimostrata in grado di comprendere la portata di tale mutamento culturale.
Nella maggior parte degli Stati
dell’Africa occidentale, la nuova generazione avverte la necessità di porre in
essere un cambiamento culturale che migliori le condizioni di vita dei giovani,
soprattutto di quelli più emarginati, senza che essi siano necessariamente
portatori dei requisiti soggettivi per avere diritto all’asilo politico: per
ottenere questo risultato, una maggiore libertà di ingresso nel territorio
dell’Unione Europea è reputata a tal punto fondamentale che i singoli si
sentono spinti a utilizzare qualsiasi mezzo a loro disposizione per raggiungere
efficacemente l’obiettivo, indipendentemente dalla sua legittimità o sicurezza.
Una maggiore integrazione tra le
aspirazioni di sovranità e controllo sociale degli Stati Membri e quelle
culturali dei giovani africani della classe media o bassa costituirebbe uno di
quegli incentivi positivi individuati da Merton come il presupposto per una
stabilità sociale e una tendenza individuale maggiore ai comportamenti leciti.
La ricerca ha inoltre individuato
come i centri di accoglienza siano strutturalmente inadeguati per costruire una
percezione positiva del richiedente asilo all’interno della comunità di
accoglienza, soprattutto quando si trovano in un luogo geograficamente isolato
e privo di connessioni ai centri di aggregazione principali.
All’esito della ricerca, i Cara
risultano offrire meno garanzie di tutela dei diritti fondamentali dei
richiedenti asilo rispetto al sistema Sprar, e sembrano invece accentuare una
discriminazione strutturale dei suoi ospiti, sottoponendoli spesso al rischio
di entrare in contatto, anche contro la loro stessa volontà, a situazioni di
devianza che mettono in pericolo la loro già precaria situazione giuridica.
Infine, i lunghi tempi di attesa delle decisioni del Tribunale rappresentano un ulteriore disincentivo, oltre che un ostacolo, al soggiorno in condizioni di legalità: l’esclusione sperimentata - e appresa - nei Cara si accentua nel tempo, limitando l’accesso al mercato del lavoro e all’istruzione: in questo modo è spiegato il consistente ricorso al mercato informale o illegale da parte di alcuni soggetti, giustificato dal dover sopperire alle necessità economiche di base.
Infine, i lunghi tempi di attesa delle decisioni del Tribunale rappresentano un ulteriore disincentivo, oltre che un ostacolo, al soggiorno in condizioni di legalità: l’esclusione sperimentata - e appresa - nei Cara si accentua nel tempo, limitando l’accesso al mercato del lavoro e all’istruzione: in questo modo è spiegato il consistente ricorso al mercato informale o illegale da parte di alcuni soggetti, giustificato dal dover sopperire alle necessità economiche di base.
La finalità di questa ricerca
potrebbe essere quella di rilevare l’importanza dei flussi migratori irregolari
dalle sponde dell’Africa a quelle dell’Europa in qualità di fatto sociale,
esteriore e coercitivo, destinato a consolidarsi come fenomeno sub-culturale.
La devianza connessa a tali
flussi troverebbe la giustificazione nel fatto che le leggi sull’immigrazione
necessitano di una profonda innovazione che si origini dal basso, proprio a
partire dai suoi stessi autori.
Le loro confessioni, infatti,
offrono un’interpretazione sia delle singole motivazioni che li hanno spinti ad
entrare in Europa illegittimamente, ma anche del fenomeno sub-culturale che si
sono trovati a personificare, cioè l’aspirazione di un modello di società
fondata sul rispetto dei diritti umani e sull’integrazione culturale ed
economica degli stranieri nella comunità di accoglienza.
Per realizzare questo nuovo
modello, le norme istituzionali in materia di immigrazione dovrebbero garantire
una maggiore copertura delle situazioni giuridiche soggettive, abbandonando
l’approccio formalistico utilizzato per individuare i requisiti soggettivi di
ingresso nel territorio e promuovere e assicurare una libertà di circolazione “sicura”
e concretamente esercitabile da tutti i migranti, non solo da coloro che
provengono da situazioni individuali estreme, cioè o al vertice o alla base
della piramide sociale.
A variare, inoltre, dovrebbero
essere anche le leggi sull’accoglienza: la ratio attuale è ancora
esageratamente orientata verso una concezione di “pericolosità” del
migrante e la sua efficacia risulta scarsa e disfunzionale, in quanto la
devianza viene comunque messa in atto al fine di ottenere “i documenti”;
la ricerca, invece, individua il rischio di devianza proprio nel momento in cui
si verifica una discriminazione del migrante, intesa come ghettizzazione
sociale, economica, linguistica, psicologica e legale.
Le parole di J.K. (uno degli
intervistati) per certi versi, potrebbero risultare profetiche: se si presume,
infatti, che l’Unione Europea e i suoi Stati membri non prendano provvedimenti
per sanare tutte le situazioni individuali di illegalità da loro stesse create
attraverso l’applicazione delle normative in materia, saranno gli stessi
migranti ad imporre un mutamento sociale che, seppur proveniente dal basso, ha
grande probabilità di essere tramandato di generazione in generazione fino a
radicarsi nelle nuove generazioni africane come una condivisa aspirazione al
riscatto sociale in un’Europa che accetti i giovani migranti, accogliendoli e
integrandoli nella società attraverso uno scambio comunicativo basato sulla
uguaglianza dei membri della comunità, come lo stesso Z. Bauman (2001) aveva
ripetutamente intuito e sottolineato.

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