Redazione– Progetto Melting pot Europa
17 Settembre 2018
Lettera aperta al Presidente
della Repubblica
13 settembre 2018
Signor Presidente,
Lo schema di decreto-legge proposto dal
Ministero dell’Interno “in materia di rilascio di permessi di soggiorno
temporanei per esigenze di carattere umanitario nonché in materia di protezione
internazionale, immigrazione e di cittadinanza”, qualora approvato con i
contenuti recentemente resi noti dalla stampa delinea un futuro e uno scenario
inquietanti per il nostro Paese, ridisegnando i principi fondamentali
dell’ordinamento giuridico e sociale e realizzando un processo di
criminalizzazione dell’immigrazione e di istituzionalizzazione del razzismo;
intendiamo metterne in rilievo nel seguito alcuni punti particolarmente gravi,
che ci hanno indotto a rivolgerLe questo preoccupato ed accorato appello.
Nel merito:
Abolizione della prevalenza della
protezione e della presunzione di non colpevolezza.
Secondo la normativa attuale,
l’istituto della protezione internazionale prevale su eventuali altri
procedimenti in corso, ovvero, in accordo con le convenzioni internazionali, si
riconosce la necessità di tutelare in primis le persone da eventuali
persecuzioni e gravi rischi per l’incolumità personale rispetto a ogni altro
procedimento.
Secondo lo schema di decreto,
invece, il richiedente asilo che ha in corso un procedimento penale, quindi ad
esempio anche solo un’indagine a seguito di denuncia, si vede sospendere il
procedimento, e in attesa della conclusione del processo deve essere
rimpatriato, mettendone così a rischio la vita; in caso di assoluzione deve di
sua iniziativa ricorrere (rimanendo nel proprio paese) per far riaprire la
procedura della richiesta d’asilo: sempre che sia sopravvissuto, s’intende.
Viene cancellata così d’un colpo
la presunzione di non colpevolezza prevista dalla nostra Costituzione, e con
essa più di duecento anni di civiltà giuridica nonché la sostanza di trattati
internazionali frutto di sanguinosi secoli di guerre.
Negazione del principio del
diritto universale alla difesa in giudizio.
Secondo la Costituzione, il
diritto alla difesa è fondamentale e garantito universalmente anche per chi è
sprovvisto di risorse economiche tramite l’istituzione del patrocinio a spese
dello Stato.
Secondo lo schema di decreto,
invece, se il ricorso sarà considerato “inammissibile o improcedibile” nessuna
spesa sarà anticipata ai legali.
Al di là di ogni considerazione
in merito allo svilimento della professione legale sotteso alla previsione in questione
(che giunge a sfiorare toni offensivi nella Relazione Illustrativa, lì ove si
fa riferimento alla funzione di “responsabilizzazione” degli avvocati della
previsione medesima), ci pare evidente che tale inopinata novità introduca un
inammissibile deterrente al ricorso alla Giustizia, anzi un vero e proprio
impedimento allo stesso per chi, anche in ragione della propria situazione di
forzata irregolarità, versa per lo più in precarie condizioni economiche.
Occorre inoltre sottolineare che
ciò vale per TUTTI i procedimenti civili, contraddicendo la norma
costituzionale e configurandosi di fatto come un attacco alla povertà che lede
il principio di uguaglianza davanti alla legge: se non puoi permetterti un
avvocato, il gratuito patrocinio ti spetta solo per cause vincenti, e in caso
di esito dubbio sarà estremamente difficile trovare un difensore.
Cancellazione della uguaglianza
giuridica di tutte le cittadine e i cittadini.
Secondo la normativa attuale, in
accordo con la Costituzione, è possibile perdere la cittadinanza italiana solo
per acquisirne un’altra o in seguito all’assunzione di uffici incompatibili con
la fedeltà dovuta da ogni cittadino e cittadina alla Repubblica e alla
Costituzione; chiunque in ogni caso può incorrere in potenza in una o entrambe
le fattispecie.
Lo schema di decreto crea invece
una nuova categoria, quella dei “cittadini stranieri”, la cui partecipazione
alla “cittadinanza” è meno tutelante e assoluta perché in fondo anche se
cittadini italiani sono destinati a rimanere sempre “stranieri”, e potranno
vedersi revocare la cittadinanza italiana (e quindi anche quell’insieme di
diritti ed obblighi derivanti dall’appartenenza ad una comunità politica
istituzionalizzata) per alcuni gravi reati per i quali non esiste analoga previsione
quando si tratti di “veri italiani”.
Indipendentemente dalla gravità
dei reati commessi, si tratta di una rottura gravissima del principio di
uguaglianza davanti alla legge che implica una concezione etnica dello status
di cittadino e cittadina, e ci riconduce direttamente alla tristissima epoca
delle leggi razziali, della cui approvazione ricorre proprio in questi giorni
l’ottantesimo anniversario.
Proliferazione di centri di
detenzione amministrativa “straordinari” ed elusivi.
In Italia la privazione della
libertà personale è lecita solo nei casi e modi previsti dalla legge, ed è
riservata ai luoghi deputati alla reclusione, soggetti a tutele e controllo
democratico.
Com’è noto, nella legislazione
italiana è presente un tipo particolare di detenzione che interessa
esclusivamente i cittadini stranieri, definita “amministrativa” in quanto non
costituisce l’esito di una sanzione conseguente a un reato e che, pertanto, non
è disposta al termine di un processo e non richiede una sentenza del giudice, ma
pertiene alla giurisdizione amministrativa.
In quanto tale, poiché
formalmente non assimilabile all’applicazione di una sanzione detentiva, la
detenzione amministrativa è sottratta alle garanzie previste dall’ordinamento
penitenziario, e nella sua storia ventennale è stata oggetto di numerosi
rapporti che ne hanno comprovato le condizioni degradanti per la dignità umana
e lesive dei diritti fondamentali.
Le modalità di trattenimento in
detti centri, dei quali i Centri per il Rimpatrio istituiti dalla legge
“Minniti-Orlando” nel 2017 rappresentano l’ultima trasformazione, sono valse
all’Italia due condanne della Corte Europea per i Diritti Umani, in particolare
per la negazione di fatto del diritto alla difesa e per l’assenza di modalità
di riparazione certe in caso di errore.
Il presente schema di decreto,
oltre a dilatare il termine massimo di permanenza (da 90 a 180 giorni)
all’interno dei CPR, prevede in alcuni casi l’applicazione della misura
detentiva all’interno di qualsiasi “struttura idonea”: idonea a che cosa? Chi e
come ne stabilisce l’idoneità?
La potenziale moltiplicazione
incontrollata di questi luoghi di detenzione e la loro conseguente elusività
sia geografica che giuridica potrebbero ulteriormente ostacolare l’operato
degli organismi di controllo giurisdizionale e far evaporare quelle seppur
minime garanzie poste a rispetto della dignità umana dei trattenuti.
Eliminazione del permesso di
soggiorno per motivi umanitari ed esclusione sociale.
La normativa vigente prevede che
le Commissioni Territoriali e le Questure possano valutare, e di conseguenza
disporre, il rilascio di un permesso per motivi umanitari, per la sussistenza
di “gravi motivi di carattere umanitario” e di “seri motivi, in particolare di
carattere umanitario o risultanti da obblighi costituzionali o internazionali
dello Stato italiano”.
Nello schema di decreto questa
possibilità è semplicemente eliminata; certo si riconosce l’esigenza di
individuare e dotare di apposita copertura normativa ipotesi eccezionali di
tutela dello straniero, e cioè, come indicato nell’allegata relazione
illustrativa, condizioni di salute di eccezionale gravità e situazioni
contingenti di calamità naturale nel Paese di origine che impediscono
temporaneamente il rientro dello straniero in condizioni di sicurezza, ma tale
tutela è riservata a casi la cui eccezionalità è ulteriormente sottolineata
dalla previsione del permesso di soggiorno “con finalità premiale per il
cittadino straniero che abbia compiuto atti di particolare valore civile".
Si nega così qualunque possibilità
di prendere in considerazione la ricchezza e le condizioni di fragilità che
ogni singola persona porta con sé: chi oggi ha un permesso per motivi umanitari
non potrà rinnovarlo e cadrà nell’irregolarità anche se ha casa e lavoro, e chi
avrebbe potuto averlo non lo avrà.
La stampa ha già diffuso i dati
relativi all’ultimo trimestre e le proiezioni sugli esiti della politica
dell’attuale Ministro dell’Interno, prevedendo un aumento esponenziale degli
irregolari presenti sul territorio anziché la loro tante volte promessa
diminuzione.
Oltre a rendere evidente la
contraddizione tra le finalità proclamate e quelle – squisitamente politiche –
effettivamente perseguite, questa ulteriore restrizione delle già estremamente
ridotte possibilità di soggiorno regolare non può che produrre una gravissima situazione
di emergenza sociale.
Ci limiteremo soltanto ad
accennare, in questo contesto, ad altre misure destinate solo ad aggravare la
condizione di esclusione sociale delle persone richiedenti asilo - dalla negazione
dell’iscrizione anagrafica alla cancellazione delle misure per l’inclusione
nella società italiana attraverso l’insegnamento della lingua, la formazione
professionale e l’inserimento lavorativo - per sottolineare come l’impianto
complessivo dello schema di decreto appaia non solo in contraddizione in più
punti con la nostra Costituzione e i principi generali del diritto, ma teso a
creare una condizione di grave frattura della solidarietà sociale.
Credere di poter fronteggiare una
situazione ormai fisiologica e strutturale con misure e strumenti emergenziali,
aumentando l’uso della forza, incrementando il ricorso alla detenzione,
promettendo invano l’impossibile rimpatrio di un esercito di più di mezzo
milione di esseri umani trattati da nemici pubblici e spinti a una condizione
di marginalità estrema, equivarrebbe a precipitare il Paese in una condizione
nella quale non stenteremmo a ravvisare i presupposti che, troppo
verosimilmente per i nostri valori democratici, darebbero luogo a spaccature
che temiamo degenererebbero in situazioni insopportabilmente prossime a quelle
di guerra sociale, se non civile.
In conclusione, non Le chiediamo,
signor Presidente, di venir meno al ruolo di imparziale arbitro che la
Costituzione Le assegna, né di contrastare le politiche messe in atto da un
Governo legittimamente costituito, ma al contrario di esercitare le Sue
prerogative di garante della stessa Costituzione, dei principi di civiltà ai
quali essa è ispirata e della convivenza civile.
Le chiediamo di fare tutto quanto
in Suo potere per impedire che un simile provvedimento arrivi ad avere forza di
legge: rifiuti di concorrere a intaccare nel profondo la sostanza e la forma di
una Costituzione pagata a carissimo prezzo col sangue di milioni di morti
massacrati nella seconda guerra mondiale e nella guerra di liberazione
partigiana.
Siamo certi che i Padri e le
Madri Costituenti e quanti combatterono per la libertà e la democrazia non
avrebbero esitazioni nel porre la dignità e l’integrità di ciascun essere
umano, quale che siano il colore della sua pelle e il luogo della sua nascita,
ben al di sopra di meschini interessi di parte per quanto ammantati da supposte
e mai dimostrate esigenze di sicurezza.
Facciamo appello, signor
Presidente, alla Sua indiscussa fedeltà alla Costituzione e alla Sua
lungimiranza: non firmi il decreto, rifiuti di gettarci tutte e tutti in questo
gravissimo pericolo.

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