Enrico Marro – Il sole
24 ore
17 Settembre 2018
Il nostro Paese spende circa il
4% del Pil (stime Ocse) per l’intero ciclo di istruzione dei suoi cittadini:
quasi 69 miliardi di euro, pari a circa 20 volte la famigerata Imu-Tasi sulla
prima casa abolita qualche anno fa. In passato qualcuno ha indicato in circa
100mila euro la spesa pubblica complessiva per l'istruzione di un o una giovane
che conclude l’università. Bene, anzi malissimo: perché il quinto Rapporto
Istat sul benessere equo e sostenibile, presentato qualche mese fa, porta
pessime notizie.
Per la prima volta il “Bes” – che
analizza l’andamento della qualità della vita dei cittadini e dell'ambiente -
include tra i suoi indicatori la capacità del Paese di trattenere i talenti. In
che modo? Utilizzando, come indicatore di mobilità dei laureati, il tasso
migratorio specifico: ossia il rapporto tra il saldo migratorio dei laureati e
il corrispondente stock di residenti con riferimento ai soli italiani in età
25-39 anni, fascia di età in cui il potenziale innovativo dei laureati è
particolarmente elevato.
Che cosa racconta il Rapporto
Istat? Che nel 2016 il saldo migratorio dei giovani laureati italiani non solo
è negativo, con la perdita di circa 10mila “cervelli”, ma rappresenta quasi il
doppio di quello registrato nel 2012: il rispettivo tasso risulta pari a -4,5
per mille laureati residenti (era -2,4 per mille quattro anni prima). Non solo:
come sottolineano su Neodemos le ricercatrici Istat Maria Pia Sorvillo e
Francesca Licari, «alla lieve ripresa economica partita nel 2015 e confermata
nel 2016 (con un aumento del Pil rispettivamente pari a +0,8 e +0,9%) non
corrisponde una inversione nelle tendenze migratorie, e anzi rispetto al 2015
il tasso è in ulteriore diminuzione». Il nostro Paese vede così proseguire la
perdita di giovani altamente qualificati, con competenze specialistiche e skill
avanzati.
Tutte le regioni hanno un saldo
migratorio di laureati italiani negativo a livello internazionale, comprese le
brillanti Lombardia ed Emilia-Romagna: queste ultime infatti conquistano
terreno in termini assoluti solo se alle “perdite” verso l’estero si aggiungono
i “guadagni” legati alla mobilità interregionale di laureati (quelle dal Sud al
Nord). In Basilicata, Calabria e Sicilia il quadro è decisamente negativo: alle
migrazioni verso l’estero, che comportano un saldo negativo tra il -4 e il -7
per mille, si sommano quelle verso altre regioni d’Italia fino ad arrivare a un
tasso migratorio tra -26 e -28 per mille. I laureati inoltre in termini
percentuali emigrano più della media degli italiani, che comunque non sfigurano
(dal 2008 al 2016 sono stati ben 623.885 i nostri connazionali espatriati).
Che cosa significa tutto ciò per
un’Italia che investe il 4% del Pil in istruzione ma è incapace di trattenere i
talenti che ha formato? «Questi dati ci restituiscono il quadro di un Paese nel
quale il capitale umano maggiormente qualificato, formato grazie a un cospicuo
un investimento dello Stato e delle famiglie, che potrebbe essere motore di
innovazione e portatore di creatività, viene ad essere in parte perduto»,
sottolineando Sorvillo e Licari.
Una maggior disponibilità di dati
potrà dire se e in che misura questa perdita è compensata dagli ingressi di
laureati stranieri, ma le stime più recenti fornite dall’indagine Istat sulle
forze lavoro non sono incoraggianti: dopo una lieve crescita, tra il 2015 e il
2016 il numero di giovani laureati stranieri residenti in Italia non ha
presentato variazioni significative. Un pessimo segnale sul fronte
dell’innovazione e della competitività del Paese, ma anche su quello del
gettito fiscale e della sostenibilità del sistema previdenziale.
Due parole sul Sud, doppiamente
colpito dalla fuga di cervelli (sia al Nord che all’estero). «È soprattutto nel
Mezzogiorno che la perdita di talenti è particolarmente critica e rischia di
influenzare negativamente il benessere e la sua sostenibilità - concludono le
due ricercatrici Istat - : essa infatti non è solo un sintomo di una carenza
strutturale di adeguate opportunità lavorative, ma si traduce a sua volta nel
perdurare di uno stentato sviluppo del tessuto produttivo».

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