domenica 16 settembre 2018

LAVORO Studenti in fuga dal Sud. Soffrono Pil e consumi

Eugenio Bruno – Il sole 24 ore
17 Settembre 2018

Tutto si può dire agli universitari italiani. Tranne che non siano mobili. Sia all’esterno, come testimonia un recente studio dell’Ocse che ci colloca tra i paesi maggiormente esportatori di studenti.Sia allinterno, sebbene esclusivamente lungo lasse Sud-Nord, come conferma una ricerca dellaSvimez. Che lancia un allarme sulle conseguenze nefaste per il Mezzogiorno della migrazione intellettuale in corso da anni. Anche sul piano macroeconomico.Nellanno accademico 2016/2017 infatti un giovane meridionale su quattro si è trasferito da Roma in su per studiare. A perderci, secondo lAssociazione per lo sviluppo dellindustria nel Mezzogiorno, sono stati i consumi pubblici e privati. Che risulterebbero più bassi di 3 miliardi. E il Pil che a sua volta lascerebbe sul terreno lo 0,4 per cento. Una zavorra che rischia di frenare la ripartenza del Sud.
Partiamo dai numeri. Il primo dato che la Svimez prende in considerazione riguarda gli iscritti all’università nell’anno accademico 2016/2017.Ebbene su 685 mila giovani residenti alSud circa 175mila (il 25,6%) hanno scelto un ateneo del Centro-Nord. Laddove appena l1,9% (18mila iscritti) ha deciso di riscendere lo Stivale per studiare. Con un saldo migratorio netto di 157mila matricole. Nel complesso “emigra” per motivi di studio lo 0,7% della popolazione residente meridionale. 
Le regioni più colpite dai flussi in uscita, in valore assoluto, sono la Sicilia e la Puglia, con oltre 40 mila “emigranti”. In percentuale lo scenario cambia. E in testa troviamo le “piccole” Basilicata e Molise con oltre il 40%, davanti alla Puglia e alla Calabria con il 32% circa e alla Sicilia con il 27 per cento. 
Fin qui restiamo nell’ambito delle statistiche sulle scelte degli universitari italiani che ogni anno il Miur fornisce. Il valore aggiunto dello studio Svimez riguarda l’impatto sull’economia del Mezzogiorno prodotto da un doppio “circolo vizioso”: alSud ci sono minori occasioni di lavoro per cui sempre più giovani decidono di spostarsi al Centro-Nord già al momento di scegliere dove studiare e questo impoverisce (anche dal punto di vista della ripartizione del Fondo di finanziamento ordinario) gli atenei meridionali, che con meno risorse finiscono per tagliare i corsi di laurea e ridurre l’offerta universitaria.
La prima variabile che sembra risentirne è rappresentata dai consumi.Che - è la stima dellassociazione - calerebbero di 3 miliardi. Di questi un miliardo riguarderebbe il settore pubblico. A questa cifra lo studio arriva moltiplicando i 157mila iscritti che lasciano ilSud per il costo standard per studente. Gli altri 2 miliardi in meno riguarderebbero invece il comparto privato. E qui il conto considera la spesa per consumi privati attivata dagli studenti meridionali che studiano da Roma in su per gli alloggi e per le principali voci del costo della vita (prodotti alimentari, fornitura di acqua, energia e gas, spese sanitari, trasporti e comunicazioni) distinte, in base alle tabelle Istat, per città di residenza. Con differenze profonde da un’area all’altra del Paese.Basti pensare che il costo medio annuo oscilla dai 1.700 euro di Cassino e Vercelli ai 4.700 di Milano.
Ma l’effetto-fuga dal Sud non si ferma qui. Applicando alla minore spesa per consumi pubblici e privati il suo tradizionale modello econometrico bi-regionale, la Svimez arriva a misurarne gli effetti prima su redditi e occupazione e poi quelli sul prodotto interno lordo. Con una conclusione tutt’altro che tranquillizzante: nel 2017 il reddito aggregato del Mezzogiorno è stato più basso dello 0,4% rispetto a quello che si sarebbe avuto trattenendo sul territorio gli studenti “emigrati”. Una perdita rilevante se si considera che ilSud preso nel suo complesso lanno scorso è cresciuto dell1,2 per cento.

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