Eugenio Bruno – Il sole
24 ore
17 Settembre 2018
Tutto si può dire agli
universitari italiani. Tranne che non siano mobili. Sia all’esterno, come
testimonia un recente studio dell’Ocse che ci colloca tra i paesi maggiormente
esportatori di studenti. Sia all’interno, sebbene esclusivamente lungo l’asse Sud-Nord, come conferma una ricerca
della Svimez.
Che lancia un allarme sulle conseguenze nefaste per il Mezzogiorno della
migrazione intellettuale in corso da anni. Anche sul piano macroeconomico. Nell’anno accademico 2016/2017 infatti un giovane
meridionale su quattro si è
trasferito da Roma in su per studiare. A perderci, secondo l’Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno, sono stati i
consumi pubblici e privati. Che risulterebbero più bassi di 3 miliardi. E il
Pil che a sua volta lascerebbe sul terreno lo 0,4 per cento. Una zavorra che
rischia di frenare la ripartenza del Sud.
Partiamo dai numeri. Il primo
dato che la Svimez prende in considerazione riguarda gli iscritti
all’università nell’anno accademico 2016/2017. Ebbene su
685 mila giovani residenti al Sud circa 175mila (il 25,6%)
hanno scelto un ateneo del Centro-Nord. Laddove appena l’1,9% (18mila iscritti) ha deciso di
riscendere lo Stivale per studiare. Con un saldo migratorio netto di 157mila
matricole. Nel complesso “emigra” per motivi di studio lo 0,7% della popolazione
residente meridionale.
Le regioni più colpite dai flussi
in uscita, in valore assoluto, sono la Sicilia e la Puglia, con oltre 40 mila
“emigranti”. In percentuale lo scenario cambia. E in testa troviamo le
“piccole” Basilicata e Molise con oltre il 40%, davanti alla Puglia e alla
Calabria con il 32% circa e alla Sicilia con il 27 per cento.
Fin qui restiamo nell’ambito delle
statistiche sulle scelte degli universitari italiani che ogni anno il Miur
fornisce. Il valore aggiunto dello studio Svimez riguarda l’impatto
sull’economia del Mezzogiorno prodotto da un doppio “circolo vizioso”: al Sud ci
sono minori occasioni di lavoro per cui sempre più giovani decidono di
spostarsi al Centro-Nord già al momento di scegliere dove studiare e questo
impoverisce (anche dal punto di vista della ripartizione del Fondo di
finanziamento ordinario) gli atenei meridionali, che con meno risorse finiscono
per tagliare i corsi di laurea e ridurre l’offerta universitaria.
La prima variabile che sembra risentirne
è rappresentata dai consumi. Che - è la stima dell’associazione
- calerebbero di 3 miliardi. Di questi un miliardo riguarderebbe il settore
pubblico. A questa cifra lo studio arriva moltiplicando
i 157mila iscritti che lasciano il Sud per
il costo standard per studente. Gli altri 2 miliardi in meno riguarderebbero
invece il comparto privato. E qui il conto considera la spesa per consumi
privati attivata dagli studenti meridionali che studiano da Roma in su per gli
alloggi e per le principali voci del costo della vita (prodotti alimentari,
fornitura di acqua, energia e gas, spese sanitari, trasporti e comunicazioni)
distinte, in base alle tabelle Istat, per città di residenza. Con differenze
profonde da un’area all’altra del Paese. Basti
pensare che il costo medio annuo oscilla dai 1.700 euro di Cassino e Vercelli
ai 4.700 di Milano.
Ma l’effetto-fuga dal Sud
non si ferma qui. Applicando alla minore spesa per consumi pubblici e privati
il suo tradizionale modello econometrico bi-regionale, la Svimez arriva a
misurarne gli effetti prima su redditi e occupazione e poi quelli sul prodotto
interno lordo. Con una conclusione tutt’altro che tranquillizzante: nel 2017 il
reddito aggregato del Mezzogiorno è stato più basso dello 0,4% rispetto a
quello che si sarebbe avuto trattenendo sul territorio gli studenti “emigrati”.
Una perdita rilevante se si considera che il Sud preso nel suo complesso l’anno scorso è cresciuto dell’1,2 per cento.

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