Emiliano
Fittipaldi - LìEspresso
04 Settembre 201
04 Settembre 201
Dopo
la tragedia di Genova, anche coloro che hanno in antipatia Lega e M5S non
possono più negare che nel governo c’è un ministero che funziona bene. L’unico
che porta a casa risultati eccellenti e in tempi rapidi. Un dicastero modello
che dà linfa quotidiana all’esecutivo.
Ecco:
il ministero della Propaganda, seppure non ha un vero e proprio titolare, è il
fiore all’occhiello del gabinetto grilloleghista, con un obiettivo prioritario:
quello di accrescere il più possibile i consensi da raccogliere poi nelle urne.
In questo senso, l’ovazione riservata ai due vicepremier da parte della folla
che assisteva ai funerali di Stato delle vittime del crollo del Ponte Morandi e
le bordate di fischi contro il mite segretario del Pd Maurizio Martina segna
uno spartiacque, anche politico, della Terza Repubblica appena cominciata.
Piaccia
o meno, la compagine governativa s’è mossa davanti alla catastrofe come mai
nessun governo aveva fatto prima: promettendo di colpire duramente - prima
ancora che magistratura o i tecnici imbastissero un’indagine sulle cause del
crollo - Autostrade per l’Italia e i Benetton (assurti a simbolo di tutte le
odiate élite che si sono ingrassate ai danni del popolo); indicando gli
avversari politici (il Pd su tutti) come complici dei potenti, e dunque correi
della sciagura.
Una
strategia comunicativa forte, un mix di prese di posizione sensate, di
forzature ipocrite e anche dichiarazioni del tutto irrazionali, che ha però
efficacemente trasformato il governo, agli occhi della maggioranza degli
italiani, in un “giustiziere” senza macchia e senza paura. Un disegno mediatico
collaudato durante la campagna elettorale, che stavolta s’è avvantaggiato delle
mosse scriteriate dei Benetton (incredibili i comunicati in burocratese con cui
la società ha ricordato che in caso di revoca della concessione lo Stato
avrebbe dovuto risarcire gli azionisti con miliardi di euro, surreali le
grigliate ferragostane della casata) e degli esponenti del Pd e di Forza
Italia, che non possono negare di aver concesso a Ponzano Veneto la gestione
della rete autostradale con contratti che hanno favorito enormemente la
famiglia veneta a danno dei veri proprietari dell’infrastruttura. Cioè i
cittadini.
Ma,
al netto degli eventi genovesi, come funzionano gli ingranaggi dell’organismo
pentaleghista? Innanzitutto il Ministero della Propaganda, come tutti gli
altri, ha capi, luogotenenti e sottoposti; ma è l’unico che non chiude mai i
battenti. Quelli che contano davvero si contano su una mano, ma gli addetti e i
collaboratori esterni sono centinaia e lavorano 24 ore su 24 senza concedersi
pause. Sabati e domeniche compresi.
Anche
se diviso in due direzioni teoricamente concorrenti (quella affidata agli
architetti della comunicazione leghista Luca Morisi, Andrea Paganella e Ida
Garibaldi; l’altra capeggiata dai grillini Pietro Dettori e Rocco Casalino), al
ministero fantasma M5S e Lega lavorano per ora di comune accordo, spalla a
spalla, monitor a monitor.
La
strategia è basata su diversi campi d’azione. In primis sullo sfruttamento
capillare di Facebook, di Twitter, di YouTube, piattaforme conquistate con
software sofisticati che moltiplicano i messaggi promozionali e monitorano
minuto per minuto il “sentiment” degli utenti, in modo da capire cosa vuole la
gente e cosa darle per accontentarla. Il ministero, dunque, sforna a getto
continuo campagne e video su Internet che muovano indignazione verso i nemici
del “cambiamento”, oltre a tonnellate di news (vere, verosimili o fasulle poco
importa) in grado di esaltare i leader.
Le
tecniche di Morisi e di Dettori, potenti social manager di Lega e M5S, sono
diverse, ma sulla personalizzazione del messaggio propagandistico hanno idee
simili: se Salvini s’è posto fin dall’inizio come capo indiscusso del partito,
da un po’ anche la Casaleggio Associati ha abbandonato “l’uno vale uno”, e
investe ogni sforzo strategico su pochissimi soggetti politici.
Oltre
al web, al ministero presidiano militarmente anche le televisioni: deputati e
senatori della maggioranza vengono indottrinati in modo da usare, nei tg e nei
talk, solo slogan semplici e comprensibili a tutti, studiati per smuovere
emozioni basiche come rabbia, rivalsa, paura. Nessun sottoposto può rilasciare
dichiarazioni senza il permesso dei due “sottosegretari” in pectore del
ministero, in cui imperano Rocco Casalino - portavoce di Conte e gran visir di tutta
la comunicazione del Movimento, e Iva Garibaldi, la zarina di Matteo. Loro
compito è pure quello di convincere - con le buone o le cattive - conduttori e
giornalisti a trattare gli ospiti spediti negli studi con il guanto di velluto,
in modo da fare sempre bella figura. Chi non sta alle regole, rischia di andare
in onda senza i politici che fanno share
I
risultati del lavoro indefesso del ministero sono evidenti: lo strano governo
ircocervo vive con il Paese una luna di miele senza precedenti, con sondaggi
che oggi regalano ai due partiti percentuali di consenso bulgare (a metà agosto
tutti gli istituti di ricerca davano a M5S e Lega circa il 65 per cento delle
preferenze totali, equamente divise). Dati mostruosi, soprattutto se
confrontati con l’immobilismo dell’esecutivo, che nei primi cento giorni ha
fatto in verità poco o nulla di concreto. A parte il “decreto dignità” ed
escludendo la guerra ai migranti e l’abolizione dei vitalizi (operazioni
gestite sempre dal ministero della Propaganda), sfogliando il registro delle
cose fatte dal gabinetto Conte ci si imbatte in pagine immacolate.
«Non
siamo affatto preoccupati dall’arrivo dell’autunno e dai lavori sulla
Finanziaria. Sappiamo che difficilmente potremo realizzare subito le promesse
su flat tax e reddito di cittadinanza», dice un alto dirigente del ministero,
sponda Salvini. «Ma al tempo della post-verità e dei fatti alternativi
(copyright Donald Trump, ndr) il principio di realtà è un paradigma
sopravvalutato. La realtà è una “percezione”, un “racconto” ben fatto. Oggi noi
e quelli della Casaleggio siamo quelli che costruiscono le realtà più
credibili. Renzi e Berlusconi, che pure sono stati due maestri dello
storytelling, sono rimasti indietro. Le loro tecniche sono antidiluviane. Non
hanno nemmeno capito che ormai le campagne elettorali non finiscono mai. Se non
stai sul pezzo 24 ore su 24, scompari».
La “Bestia” di Salvini
Andiamo
con ordine, partendo da una delle stanze più segrete del ministero virtuale. È
il regno di Luca Morisi, che se per molti è un perfetto sconosciuto, in realtà
è oggi uno degli uomini più influenti d’Italia. Insieme a uno staff di una
decina di persone, è lui ad aver condotto le operazioni mediatiche che hanno
portato in tre mesi Salvini dal 17 per cento dei voti al 30 per cento delle
preferenze segnalato in questi giorni dai sondaggi.
Mantovano,
laurea e dottorato in filosofia, 44 anni ma faccia da eterno ragazzino, Morisi
è una via di mezzo tra Casaleggio e Steve Bannon, ed è la mente (o l’anima
nera, secondo i critici) dietro le mosse comunicative (e dunque politiche) del
capo del Carroccio. Ex consigliere provinciale della Lega nella sua città,
ideatore nel lontano 2004 di un sito che solidarizzava con il ministro Giulio
Tremonti appena cacciato dal secondo governo Berlusconi, Morisi ha conosciuto
Salvini tra il 2012 e il 2013, e ne ha di fatto accompagnato tutta la scalata a
via Bellerio.
Morisi
dal 2009 è titolare della srl Sistema Intranet, una srl che ha firmato un
contratto da 170 mila euro l’anno con la Lega; in passato ha fatturato centinaia
di migliaia di euro con le Asl di mezza Lombardia, secondo i malpensanti grazie
alle entrature con i direttori sanitari in quota Lega. Inizialmente s’offre a
Matteo solo come esperto del web. Ma ben presto Salvini ne intuisce il talento
e lo promuove a suo principale consigliere mediatico.
Oggi
Luca analizza il flusso dei dati sulla rete, attraverso un sistema informatico
personalizzato che lui stesso chiama «la Bestia», e imbecca il frontman del
Carroccio sulla polemica o la dichiarazione che può diventare virale sui
social. È lui ad inventare il nomignolo “Il Capitano”, con cui tutti i leghisti
chiamano oggi il capo, ed è sempre lui a spingerlo a mettersi felpe e a posare
a torso nudo per “Oggi”, vendendo poi le foto originali su eBay. È ancora lui a
ordinare con una email, nel settembre del 2015, ai parlamentari leghisti di non
fare auguri pubblici di compleanno a Bossi, grande rivale di Salvini.
Il
guru è il primo a spiegare al Capitano che deve concentrare tutte le sue
energie non solo in tv e sul territorio, ma soprattutto girando video da
diffondere sui social. Non solo su Twitter, il social per addetti ai lavori
amato anche da Matteo Renzi, ma soprattutto su Facebook, dove gran parte degli
italiani passa intere giornate guardando filmati e condividendo messaggi e
informazioni.
«In
cassa non c’è un euro, come facciamo con le sponsorizzazioni?», gli chiede
Matteo. «Nessun problema, con “La Bestia” moltiplicheremo i tuoi contatti a
dismisura spendendo poco o nulla», gli risponde Morisi. Detto fatto: a dicembre
2014 i like di Salvini sono già 518 mila, ma in tre anni e mezzo Luca li porta
a quasi 3 milioni, quintuplicandoli. Morisi “forza” l’algoritmo di Facebook per
far apparire la faccia e le ruspe di Salvini anche sulle pagine di persone che mai
avrebbero visitato la sua. Inventa concorsi come il “VinciSalvini” promettendo
che con un like veloce a un post del Capitano si può vincere una foto, una
telefonata o un incontro con il leader, e adesso qualcuno teme che Morisi sia
riuscito a creare un enorme database di informazioni sensibili di tutti coloro
che si sono iscritti al concorso.
«Nulla
di illegale», spiegano dalla Lega. È un fatto che oggi nessun politico in
Europa abbia un seguito social paragonabile a quello del leader leghista, che
può ostentare anche un impressionante “engagement”, ossia il tasso che misura
l’interazione online dei seguaci. Su Facebook Salvini ha quasi tre milioni di
fan, Di Maio è sui due milioni (ma negli ultimi sei mesi è cresciuto di ben 800
mila follower), mentre Renzi e Berlusconi sono bloccati a poco più di un
milione, con tassi di crescita ridicoli: 13 mila fan in più per l’ex segretario
del Pd, 23 mila per il Cavaliere di Arcore, che probabilmente avrebbe dovuto
seguire prima i consigli che gli imbeccava il suo media manager, Antonio
Palmieri.
Morisi
però non è solo uno smanettone. Anche se lo nega con vigore, il “digital
philosopher” e “social megafono”, come si autodefinisce, suggerisce a Salvini
anche qual è il contenuto politico migliore da veicolare: dai cartelloni
sessisti contro Alessandra Moretti alle dirette Facebook sui tetti del
Parlamento, fino al cambio di colore del partito (dal “verde” padano al più
moderato “blu” fregato ai presunti alleati di Forza Italia), Luca tutti i santi
giorni dice a Salvini quali sono i messaggi politici che funzionano meglio.
Analizzando
i video sulla pagina Fb di Salvini dal 4 marzo a oggi, con decine di milioni di
visualizzazioni complessive, lo schema è ancora più chiaro. Morisi propaganda
soprattutto filmati di reati commessi dagli immigrati (da quando è ministro
dell’Interno abbiamo contato oltre una decina di “video choc” su neri e
clandestini, contro appena due dedicati a criminali italiani), esalta il corpo
del capo (il film di Salvini che fa il bagno nella piscina della villa
sequestrata ad un boss è stato visto da quasi un milione di persone, i selfie a
torso nudo a Milano Marittima da oltre 1,6 milioni), ridicolizza avversari
politici, come Renzi, Boldrini, finanche il disegnatore Vauro o i «radical chic
buonisti di Capalbio che non portano i migranti a casa loro».
Milioni
di like e visualizzazioni premiano anche fake news, come quella che due
settimane fa raccontava come a Vicenza fosse scattata una protesta di alcuni
richiedenti asilo arrabbiati perché «volevano vedere Sky». Una balla già
smentita dalla prefettura, ma che la coppia Salvini-Morisi ha cavalcato
ugualmente. Sperando forse di rinnovare il successo di un filmato dello scorso
febbraio intitolato «Spero che questo video lo veda Renzi», in cui Salvini, tornato
giornalista, affermava che alcuni immigrati avevano organizzato un picchetto
davanti a un centro profughi perché pretendevano di vedere le partite di calcio
sulla tv satellitare. Il video era finito per settimane sulla homepage di
YouTube.
Altri
pezzi forti sono stati postati da Morisi nella giornata campale del 4 marzo,
nelle ore in cui bisognava convincere gli ultimi indecisi. Ci sono le immagini
di una donna a Siena sfrattata dalla sua casa («prima gli italiani!», dice il
sottopancia del video da 12 milioni di visualizzazioni; la notizia era vecchia
di quattro mesi), o quelle su presunti clandestini «che buttano il cibo e
distruggono il centro». Cronache locali del lontano 2016, ma ottime per la
propaganda anche due anni dopo: ad oggi contano la bellezza di 30 milioni di
visualizzazioni.
Il Grillo magico
Al
dipartimento leghista del ministero della Propaganda i dati della “Bestia” e i
modi per usare al meglio l’algoritmo di Mark Zuckerberg vengono esaminati anche
dalla Garibaldi (i due vivono di alti e bassi), dal socio di una vita
Paganella, da big come Giorgetti e Siri, dai ragazzi dello staff di Morisi come
Andrea Zanella, Daniele Bertana e Leonardo Foa. Quest’ultimo è il figlio di
Marcello , il giornalista sovranista e putiniano che i leghisti vorrebbero
senza se e senza ma come nuovo presidente Rai o, in second’ordine, come
direttore di un tg. Ma alla fine della fiera è Salvini che decide la sintesi
finale.
Nel
piano occupato dal Minculpop grillino, invece, non sempre è il capo politico ad
avere l’ultima parola. I “sottosegretari” alla Propaganda Dettori e Casalino
hanno infatti un rapporto strettissimo anche con Davide Casaleggio, presidente
della società omonima e dell’associazione Rousseau, la piattaforma operativa
del M5S. Figlio di Gianroberto, l’uomo che prima di tutti aveva compreso le
enormi potenzialità della rete, è proprio Davide a dare l’ok definitivo alle
strategie propagandistiche del “grillo magico” di Di Maio.
Dettori,
unico dipendente di Rousseau, è un ragazzo schivo e silenzioso, e meno
esuberante dell’ex Grande Fratello Casalino, beccato a fare spin a favore del
movimento persino durante i funerali delle vittime del crollo del ponte
Morandi. Ma in realtà è Pietro l’artefice principale del successo mediatico del
M5S: ha curato per anni il blog di Grillo, ha realizzato i siti moltiplicatori
di notizie (e di bufale) come “La Fucina” e “Tze-Tze”, ha scritto lui stesso
post non firmati che davano la linea su decisioni legate alle votazioni o alle
espulsioni.
Mentre
Beppe Grillo faceva il “passo di lato” aprendo un nuovo blog sganciato dai
Cinque Stelle, Dettori ha costruito quasi da solo il nuovo hub del partito sui
social, lavorando sugli algoritmi per diffondere il verbo attraverso decine di
siti ufficiali e ufficiosi, e realizzando, dal nulla, il successo delle pagine
social delle star del movimento, come quelle di Di Maio, di Di Battista, di
Virginia Raggi e, più di recente, del premier Giuseppe Conte (già seguito da
800 mila persone). Se Morisi lavora verticalmente quasi solo per i profili di
Salvini, Dettori e la Casaleggio preferiscono una rete con più siti e pagine
che si rimandano l’un l’altra.
Qualcuno
racconta persino che sia stato proprio Dettori - dopo il gran rifiuto di Sergio
Mattarella a nominare il no euro Paolo Savona come ministro dell’Economia - a
suggerire ai vertici l’ipotesi da fine mondo, quella dell’avvio dell’iter di
impeachment del presidente della Repubblica.
Al
ministero della Propaganda giurano invece sia stato Di Maio in persona, aiutato
dal fido Casalino, a realizzare l’operazione finora più fruttuosa messa in
piedi dal dipartimento grillino, quella che aveva al centro la cancellazione
del contratto da 150 milioni di euro per il cosiddetto “Air Force Renzi”. Per
annunciare la notizia urbi et orbi Di Maio ha deciso di girare lo spot
direttamente dentro la carlinga dell’aereo da 300 posti (voluto dal vecchio
esecutivo Pd per scarrozzare ministri e imprenditori nelle missioni
istituzionali all’estero, il veicolo è stato sfruttato pochissimo, uno spreco
evidente anche al piddino più sfegatato).
Ebbene,
il video ha ottenuto in pochi giorni oltre 5 milioni e mezzo di visualizzazioni
sulla pagina di Di Maio, ma - come segnala Luca Ferlaino di SocialcomItalia -
«prendendo in esame tutte le pagine grilline si superano ormai i 10 milioni di
spettatori. Sono numeri da finale di coppa del Mondo».
La
risposta di Renzi, messa a punto insieme al social media manager del partito
Alessio De Giorgi, evidenzia bene la differenza tra la capacità di fuoco
dell’apparato propagandistico del governo e quello dell’opposizione: nel video,
che conta su un flusso di visualizzazioni dieci volte minore rispetto a quello
di Di Maio e Toninelli, il leader dem si difende assiso dietro a una scrivania,
mostrando in bella vista proprio il modellino dell’Airbus: l’effetto finale è
quello di un autogol, di una pilotina contro un incrociatore.
Dettori
e Casalino sono anche gli uomini che hanno spinto di più per far approvare
subito l’abolizione dei vitalizi dei parlamentari, festeggiata dal vicepremier
con un live-Facebook seguito e applaudito da milioni di italiani.
«Noi
attacchiamo i giornali per creare una contrapposizione funzionale, ma sappiamo
che non contate più nulla nella formazione del consenso», concludono dalle
stanze del ministero. «Di Maio e Salvini, Dettori e Morisi, hanno capito che la
gente le notizie, vere o fasulle che siano, ormai non le vuole più “leggere”,
ma le vuole solo “vedere”. In tv, certo, ma ancor di più sullo smartphone.
Quanti pensano che leggeranno l’articolo che stai scrivendo? Se sei fortunato
qualcuno si soffermerà sul titolo, al massimo sulle prime righe. E se metti
questa mia dichiarazione alla fine del pezzo, puoi stare sicuro che non la
leggerà quasi nessuno».

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