Oiza Q. Obasuyi – The
Vision
19 settembre ’18
6 settembre 2018, una giornata
storica per l’India. La Corte Suprema ha depenalizzato l’omosessualità, vista
per 157 anni come offesa contro natura e per la quale erano previste pene fino
a dieci anni di reclusione. Il giudice Dipak Misra ha definito la
criminalizzazione della sessualità come “Indifendibile e irrazionale.”
Questo passo avanti compiuto
dall’India in ambito di diritti civili è una svolta importante per tutto il
continente asiatico. Soprattutto se si pensa che in gran parte dei Paesi che ne
fanno parte, come ad esempio l’Iran, l’Afghanistan e l’Arabia Saudita, non solo
la tutela dei diritti della comunità LGBTQ+ non è contemplata, ma ci sono leggi
che criminalizzano le persone a essa appartenenti con condanne che vanno dalla
reclusione fino alla pena di morte.
Gli iraniani Ayaz Marhoni, 18
anni, e Mahmud Asgari, 16 anni, prima dell’esecuzione a Mashhad, Iran, nel
2005. I due adolescenti, condannati per aver stuprato un ragazzo, hanno
dichiarato di non sapere che gli atti omosessuali fossero punibili con la
morte.
Come mostra la mappa
dell’Internal Lesbian, Gay, Bisexual, Trans and Intersex Association, esistono
ancora nazioni – molte delle quali nel continente africano – in cui vi è una
forte intolleranza nei confronti dei diversi orientamenti sessuali. Oggi, gran
parte del mondo occidentale vive questi luoghi come retrogradi e incapaci di
garantire pari diritti alla popolazione, ma si dimentica di quanto loro stessi
abbiano influito nel portarli a questa situazione.
Dal 1860 fino alla
decolonizzazione, l’Impero Britannico ha acquisito e mantenuto il suo potere
non solo grazie alle armi e allo sfruttamento dei possedimenti coloniali, ma
anche attraverso l’evangelizzazione dei popoli alla religione cristiana,
imposta tramite la British Rule. Questa consisteva in una serie di leggi che
stravolgevano gli usi e costumi autoctoni dei Paesi conquistati.
Cristianizzazione e occidentalizzazione non avevano come fine la sola
conversione delle popolazioni al credo dei colonizzatori, ma, soprattutto, il
loro controllo ai fini di uno sfruttamento economico.
Ciò è stato possibile anche a
causa dei leader presenti in Paesi come la Nigeria, che intravedevano nei
coloni possibili vantaggi dal punto di vista degli scambi commerciali, e dunque
mostravano una certa curiosità e apertura nei loro confronti. Questa eccessiva
interiorizzazione, da parte dei colonizzati, del nuovo ordine fondato dai
britannici, ha creato più danni che benefici, cosa che risulta chiara
specialmente se si guarda alla storia delle persecuzioni nei confronti degli
omosessuali.
La Nigeria ad esempio è tra Paesi
più “occidentalizzati” dell’Africa dell’Ovest – almeno nella sua parte meridionale,
in cui la religione cristiana è molto sentita – ed è anche uno di quei Paesi in
cui l’omosessualità è ancora proibita per legge. E ciò è paradossale perché, di
nuovo, si fa appello a un credo esterno per condannare come eresia qualcosa di
preesistente, e che i coloni non hanno voluto comprendere in nome della propria
visione eurocentrica. Nel 2014, l’allora presidente Goodluck Jonathan ha
firmato il Same Sex Marriage Prohibition Act, legge che non solo proibisce il
matrimonio tra persone dello stesso sesso – una coppia omosessuale rischia fino
a 14 anni di prigione se si unisce in una qualsiasi forma di matrimonio o di
unione civile – ma anche l’organizzazione di movimenti e gruppi a sostegno
della comunità LGBTQ+. Ciò ha dato maggior libertà alle forze dell’ordine, le
quali hanno portato avanti violenze e persecuzioni nei confronti degli
omosessuali. Secondo le statistiche del governo inglese, la Nigeria è uno dei
Paesi da cui arrivano più richieste di asilo per protezione umanitaria, proprio
a causa del rischio che si corre per il proprio orientamento. Esemplare è il
caso di Adeniyi Raji, che è dovuto fuggire in Inghilterra a causa della sua
omosessualità dopo che in Nigeria aveva rischiato in linciaggio insieme al suo
partner ed era ricercato dalla polizia.
Io stessa ho origini nigeriane.
Una frase che sento spesso pronunciare sull’argomento da altri nigeriani e da
africani in generale è “Non è nella nostra cultura.” Questo modo di dire mi ha
sempre sorpreso, portandomi a indagare di più sulle mie origini, le quali mi
sembrano essere state dimenticate da molti di noi, persino da chi vive ancora
in Africa. In luoghi come la Nigeria o il Ghana ad esempio, si fa spesso uso della
retorica secondo cui certi atteggiamenti non fanno parte della “Cultura
africana.” Eppure non ci si rende conto che altrettanto spesso la “Cultura
africana” a cui si fa riferimento è la cultura coloniale che è stata imposta
con la forza secoli e secoli prima, la white Western culture dei coloni
britannici, fatta di un’intolleranza e un proibizionismo che hanno stravolto
ciò che vi era in precedenza.
Ololade Rabiu, 46 anni, madre di
6 figli, posa in un pozzo vicino Lagos, 2014. È l’unica donna che di
professione esegue la perforazione per la ricerca dell’acqua potabile,
un’attività considerata prettamente maschile.
L’omosessualità non è stata
importata dagli occidentali durante il colonialismo, e nemmeno è nata in tempi
recenti, ma è sempre esistita, in ogni parte del mondo. In epoca pre-coloniale
non era strano o anomalo il fatto che ci fossero persone con orientamenti
sessuali diversi: in yoruba, uno dei dialetti principali della Nigeria,
l’omosessuale veniva indicato con il termine adofuro; il gruppo etnico dei
Khoikhoi dell’Africa sudoccidentale identificava con il termine koetsire gli
uomini attratti da altri uomini e con soregus un’amicizia – che implicava
autoerotismo reciproco – tra persone dello stesso sesso. Anche svariate forme
di matrimonio omosessuale erano ben presenti in epoca pre-coloniale.
All’interno del gruppo etnico Igbo, in Nigeria, l’unione tra donne era una
pratica comune, anche come forma di indipendenza e di ribaltamento dei ruoli di
genere: chi praticava la poligamia, a prescindere dal sesso, veniva visto come
persona di prestigio. Per questo, anche le donne che se lo potevano permettere
avevano diverse mogli.
Analogo discorso può essere fatto
per l’India, Paese che solo dopo 157 anni sembra essersi reso conto che la
tolleranza dei diversi orientamenti ha sempre fatto parte degli indiani. Lo si
deduce anche dalla mitologia Hindu, ricca di riferimenti all’omosessualità e
alla fluidità dei sessi delle divinità. Testimonianza ancora più tangibile sta
nel fatto che l’omosessualità, o la sessualità in generale, non fossero in
passato qualcosa di cui avere vergogna o da condannare: si pensi ai numerosi
templi le cui mura sono caratterizzate da bassorilievi che rappresentano scene
di erotismo, o, ancora, a uno dei più famosi testi Hindu, il Kamasutra. Tutto
ciò è stato gravemente condannato dai coloni britannici, in particolare dalle
nuove leggi imposte durante il colonialismo di epoca vittoriana. Proprio quella
che è stata abolita nelle scorse settimane, e che condannava chiunque avesse
rapporti sessuali “contro natura”, è la sezione 377 del Codice penale indiano,
emanata negli anni ’60 dell’Ottocento durante la colonizzazione.
Perciò oggi molti Paesi sono
talmente assuefatti a un modo di pensare imposto dall’esterno da dimenticare le
caratteristiche stesse della propria società e dei diritti che garantiva. Ciò
che personalmente mi fa sperare in un cambiamento sono le nuove generazioni,
soprattutto quelle nate in Occidente ma con origini diverse, le quali si
documentano sempre di più sulla storia del Paese dei loro genitori, nonni,
parenti. Nonostante le difficoltà, c’è chi sta cercando, nel suo piccolo, di
cambiare le cose. Bisi Alimi è un importante attivista omosessuale nigeriano
che, benché sia dovuto fuggire in Inghilterra, continua a cercare di
sensibilizzare l’opinione pubblica tramite campagne e workshop. Ha fondato la
Bisi Alimi Foundation, un’organizzazione che ha come scopo quello di favorire
l’accettazione delle comunità LGBTQ+ in Nigeria, contrastando le leggi vigenti.
E sono molte altre le realtà che cercano di fare la differenza, come The
Initiative of Equal Rights, una no-profit nigeriana che lavora per promuovere e
proteggere i diritti umani delle minoranze con orientamenti sessuali diversi.
In questo caso ritengo che sia
fondamentale cercare di mettere da parte la visione eurocentrica dell’uomo e
della religione, interiorizzata in gran parte del mondo per troppo tempo. Ci si
dovrebbe impegnare a documentarsi sul proprio passato e vedere se
effettivamente ciò che siamo oggi corrisponde alla realtà da cui siamo partiti molto
tempo fa; sarebbe un passo ulteriore verso il riconoscimento delle proprie
origini. Il che non significa chiudersi nel proprio contesto, rifiutando con
intolleranza tutte le novità che vengono dall’esterno. Ma nemmeno rinnegare la
propria storia, pensando che libertà e diritti siano solo prerogativa
dell’Occidente. È un cambiamento possibile: come ha fatto notare l’importante
attivista nigeriana Chimamanda Ngozi Adichie durante la conferenza We should
all be feminists, “La cultura non fa le persone, ma sono le persone a fare la
cultura.”

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