Oiza Q. Obasuyi – The
Vision
19 settembre ’18
Uno dei primi dati che vengono
messi in evidenza in un articolo di cronaca nera è la provenienza, o la
nazionalità, di chi ha commesso il reato. Nulla di male se si considera che un
buon giornalista deve sempre riportare i fatti con precisione. Ciò che colpisce
è la reazione dei lettori: il tenore dei commenti online cambia a seconda
dell’origine del colpevole. Partiamo dal presupposto che tra un criminale
straniero e un criminale italiano non ci sono differenze; non esiste un metro
di misura che, sulla sola base della nazionalità, possa essere utilizzato per
calcolare la gravità di un omicidio o di uno stupro. Un reato è un reato e
l’individuo che se ne macchia è l’unico a doversene assumere le responsabilità.
Prendiamo come esempio il caso
dello stupro avvenuto il 23 agosto a Jesolo: l’uomo accusato dell’aggressione è
di origine senegalese e avrebbe abusato di una ragazza di 15 anni. In questo
episodio, così come in altri casi in cui la persona coinvolta non era italiana,
gran parte dell’opinione pubblica si è concentrata più sulla provenienza
dell’accusato che sul reato commesso. Basti vedere il post del ministro Matteo
Salvini che annuncia il fermo di Mohamed Gueye e che ha come prima parola
maiuscola proprio “immigrato”.
Dopo le lunghe digressioni sulla
provenienza dell’accusato, che mettono in secondo piano la vittima facendola
diventare quasi irrilevante, si passa alle generalizzazioni sulle persone che
fanno parte della medesima etnia o nazionalità. C’è chi arriva perfino a
insinuare che in determinati Paesi stuprare sia una pratica culturalmente
accettata; altri chiamano in causa addirittura la genetica, soprattutto quando
si tratta di uomini provenienti dall’Africa Sub-Sahariana, i quali sarebbero
innatamente attratti dalle donne bianche italiane. Donne che, il più delle
volte, sono definite “nostre”, come se potessero essere proprietà esclusiva di
qualcuno. Una visione distorta rafforzata anche dalla retorica dei partiti di
estrema destra, come Forza nuova, che non perde occasione per diffondere
immagini razziste.
La disparità delle reazioni è
evidente se si compara il linciaggio mediatico perpetrato nei confronti di un
intero gruppo etnico – se non verso gli immigrati in generale – seguito ai
fatti di Jesolo, con il silenzio generale che ha avvolto la vicenda dei due
allievi della Scuola di Polizia di Brescia, indagati per violenza sessuale ai
danni di una turista. Stesso copione per il caso di Firenze, in cui due
militari in servizio sono stati accusati di aver stuprato due studentesse
statunitensi. Addirittura non ha suscitato particolare sdegno la reazione di
uno degli accusati, Marco Camuffo, che ha cercato di sminuire dicendo: “Ci
siamo comportati da maschietti.” Qualche tempo fa si era troppo occupati a
prendere di mira tutti i nigeriani presenti in Italia per l’orribile omicidio
di Pamela Mastropietro, avvenuto a Macerata, per dare il giusto peso al caso di
Jessica Valentina Faoro, uccisa a Milano da un tranviere italiano per cui
lavorava come domestica, il quale aveva anche tentato di molestarla.
Mentre questi ultimi casi vengono
affrontati come se si trattasse di semplici “mele marce” ben individuate e con
un profilo preciso, ignorando la sovrastruttura culturale che li fomenta e li
giustifica, negli altri si parla “dei senegalesi” o “dei nigeriani”. È come se
non ci fosse una netta distinzione tra individui e individui, tra stranieri e
stranieri, come se questi ultimi fossero una massa senza volto, senza storia,
senza personalità o pensieri propri. Se un individuo in questa grande massa
sbaglia, chi fa parte del medesimo gruppo etnico è condannato a essere
identificato con lui. Allora ci si chiede quale sia il ruolo di chi, in questo
momento storico, è nigeriano o senegalese, o più banalmente nero, ma non ha
nulla a che fare con il crimine. C’è chi dice che, se si ha la consapevolezza
di non essere come chi commette certe atrocità, non c’è motivo di sentirsi
chiamati in causa, né c’è motivo di ribadire di essere diversi. Eppure non è
facile riuscire a non farsi toccare da queste vicende. Anche perché in molti si
aspettano che coloro che fanno parte di determinati gruppi etnici si dissocino
apertamente ogni qualvolta un loro connazionale commette un crimine odioso.
Nessuno però pretende che i maschi italiani scendano in piazza ad ogni violenza
o femminicidio. Perdipiù, alcune volte accade pure, come è successo per i
ragazzi della comunità nigeriana di Macerata, ma questo non ha avuto rilevanza
mediatica.
In quanto ragazza italiana di
origine nigeriana mi capita spesso di sentire questo senso di responsabilità,
quest’esigenza di specificare che no, non giustifico o difendo un crimine
perché commesso da un altro nigeriano. Ma il punto è che chiunque condannerebbe
certi reati e i loro fautori. La differenza però è che io lo faccio in
relazione all’individuo che lo commette, e non perché senegalese o nigeriano.
Si potrebbe dire che è più semplice criminalizzare un intero gruppo etnico,
piuttosto che analizzare il caso specifico, proprio perché si tratta di una
minoranza ben visibile e identificabile, e quindi è più facile sfruttare le
generalizzazioni per spiegare un evento. Ma se si può parlare di mele marce per
gli italiani che commettono reati, allora lo si dovrebbe fare anche per gli
stranieri.
In un articolo uscito
sull’Independent, il giornalista Angelo Boccato evidenzia come non siano molte
le persone di etnie diverse che lavorano nei media italiani: mentre ci sono
diversi italiani bianchi di mezza età che parlano di razzismo e fascismo, le
voci delle nuove generazioni o degli immigrati non hanno la stessa possibilità
di essere udite.
Se si è arrivati a dare per
scontata l’equazione immigrato uguale delinquente, è perché sembra non esserci
un’alternativa, un’altra narrazione che dia conto della complessità dei flussi
migratori. L’immigrazione non è direttamente proporzionale ai reati, e le
seconde generazioni ne sono una dimostrazione vivente. I media, dai programmi
televisivi alle interviste sui giornali, dovrebbero dare più spazio ai nuovi
italiani. Bisognerebbe renderli protagonisti di questo momento storico in cui
tutti pensano di poter parlare di loro, per loro e al posto loro. Si tratta di
soggetti viventi, pensanti, con un proprio punto di vista da non dare per
scontato. Non tutti hanno le stesse idee sull’immigrazione, c’è chi è più
aperto e chi è più conservatore, anche tra gli stranieri. Si dovrebbe dare più
spazio anche a intellettuali o professori universitari di origini non italiane.
Benché siano la minoranza potrebbero dare un grandissimo contributo, ad esempio
sfatando miti e luoghi comuni con ricerche e approfondimenti sui luoghi
d’origine.
Vorrei infine porre l’attenzione
su un ultimo fatto di cronaca avvenuto a Parma nella notte tra il 18 e il 19
luglio. I criminali di questa vicenda sono un commerciante italiano e un
cittadino nigeriano, i quali avrebbero violentato e bastonato una ragazza di 21
anni. Ci si chiede quindi su che cosa sia necessario scannarsi questa volta, se
su tutti i commercianti italiani o, di nuovo, su tutti i nigeriani. La verità è
che tra questi due individui non c’è differenza, sono due persone che hanno
molto in comune, nonostante le origini diverse. Ritenere l’azione più o meno
grave perché perpetrata dall’una o dall’altra persona, non cambia ciò che è
accaduto, né lo pone sotto una luce diversa.
Entrambe sono quindi le “mele
marce” di un gruppo, sia che si tratti della maggioranza o della minoranza. Ma
se sappiamo che la maggioranza, quindi gli italiani, non è e non può essere
rappresentata da quell’individuo. Allora non possiamo considerare il cittadino
nigeriano in questione come rappresentante dell’intera comunità nigeriana
presente in Italia. Ricordiamo che l’articolo 27 della Costituzione prevede che
la responsabilità penale sia personale. Ciò significa che solo il colpevole può
e deve rispondere dell’illecito commesso, senza che venga criminalizzata la sua
etnia, la sua provenienza o la sua nazionalità.

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