Valeria Parrella – L’Espresso
09/08/2018
Mia sorella si arrabbierà
tantissimo per il fatto che io racconterò in modo esemplare la sua storia, e questo
succederà perché è una storia vera. Cioè io sono proprio io, Valeria, che la
racconto, e la protagonista è proprio lei. Ma, qualche tempo fa, Roberto
Saviano chiese a ciascuno di noi di non fare solo bene ciò che si fa meglio, ma
fare qualcosa di più, esporsi un poco in più. Così, quando mia sorella si
arrabbierà, io le dirò di prendersela con lui, il quale già è l’indirizzario di
cattiverie gratuite, e potrà ben sopportare anche il suo broncio motivato.
Mia sorella faceva il liceo
classico, quando, durante il terzo anno, cominciò a manifestare un disagio
crescente. Andava abbastanza bene a scuola, così non posso dire che fosse per
colpa del greco antico: più che altro lei avvertiva una discrepanza troppo evidente
tra ciò che sentiva nell’anima e ciò che metteva in atto nella vita, tra ciò
che studiava (la filosofia, i tragici) e ciò che accadeva intorno a lei. Credo,
eh (sulle mie interpretazioni non mi parlerà per sei mesi buoni).
Fatto sta che in maniera un po’
rocambolesca, visto che si era agli albori di internet, scoprì che avrebbe
potuto finire l’ultimo biennio in un college della Croce rossa (Red Cross
Nordic si chiamava, o giù di lì. Purtroppo verificare significherebbe
chiederglielo, ma capite bene che questo la farebbe pre-arrabbiare).
Così a poco più di quindici anni
se ne andò per due anni a studiare (con una borsa di studio: i nostri genitori
non si sarebbero mai potuti permettere una retta) in un posto dove c’erano 200
ragazzi che venivano da 80 paesi del mondo diversi. Al ritorno si iscrisse
all’Università Orientale di Napoli, ma anche qui, dopo qualche anno, cominciò a
manifestarsi in lei un disagio crescente. Poiché aveva voti altissimi che
prendeva con la facilità di chi scorre nel grande fiume della vita, non posso
dire che l’insofferenza fosse dovuta all’ateneo. Piuttosto: avvertiva una
discrepanza troppo evidente tra ciò che sentiva nell’anima e ciò che metteva in
atto nella vita, tra ciò che studiava (l’Europa dei popoli, le lingue) e ciò
che accadeva intorno a lei. Credo, eh (qui non mi parlerà per nove mesi buoni).
E allora, siccome ormai sapeva
l’inglese meglio dell’italiano (e almeno altre sei lingue tra cui lo swahili),
se ne partì di nuovo. Andò a Dharamsala, sul confine tra India e Cina, dove,
appena sotto l’Himalaya, ha insegnato inglese ai piccoli rifugiati tibetani.
Minori non accompagnati, si direbbero. Mangiava latte non pastorizzato, e riso
e radici, e ha visto il Dalai Lama risalire su da una vallata. Quando è tornata
ha dato una tesi di laurea sul conflitto sinotibetano: con orgoglio di sorella
posso dire che… No, non posso, ma avete capito da soli che ne sapeva più della
commissione. Infatti vinse subito uno stage a Roma presso la sede di un
ministero.
Eppure prestissimo sviluppò una
insofferenza verso la vita che menava, e siccome il ruolo che occupava era
molto ambito, potrei pensarne che avvertiva una discrepanza troppo evidente tra
ciò che sentiva nell’anima e ciò che metteva in atto nella vita, tra ciò che
agiva (correggere l’inglese dei fax, protocollare i fax, mandare i fax) e ciò
che accadeva intorno a lei. Credo, eh. E così andò a lavorare per una
Organizzazione non governativa in Spagna, e noi tutti ne fummo rasserenati
perché la sentivamo finalmente in pace. E invece da lì cominciarono le nostre
tribolazioni famigliari: quella scellerata se ne partì con Medici senza
Frontiere (e anche senza WhatsApp, che non esisteva ancora). Ci lasciò il
recapito della Farnesina e si sottopose a certe vaccinazioni che, a elencarle
qui, i no-vax incanutirebbero all’istante. Le dissero che questa bomba
vaccinale avrebbe potuto avere due conseguenze (oltre a salvarle la vita):
febbre alta o ilarità. Passò la notte a rotolarsi sul pavimento per le risate e
dopo partì.
Elenco in ordine sparso quello
che ci porta fino a oggi: è stata ad Haiti dopo il terremoto (e durante la
notte dice che in una chiesa lì vicino facevano un processo di zombificazione).
È stata nella Repubblica Centroafricana un paio di volte (una era per l’ebola:
ha viaggiato su una jeep che stava poggiata su una zattera, come la controfigura
di Harrison Ford).
Ha dormito in posti dove alle 18
si chiudevano i generatori e bisognava essere molto zen per far spuntare giorno
(e avere radio a pile, pile buone); è stata avvolta come una mummia in un
lenzuolo bagnato per 24 ore, per ambientarsi a un clima di 50 gradi diurni,
prima di prendere servizio. È stata in Nigeria, ha viaggiato con una guardia
armata e con una busta di dollari addosso da scambiare in caso volessero rapirla.
Quando la tecnologia si è evoluta
per noi non è stato meglio: ne abbiamo saputo di più, come quella volta alla
festa della donna che ci mandò una foto sorridente con le mimose in mano e
dietro c’erano delle tapparelle abbassate in pieno giorno: c’erano i
bombardamenti, a Damasco. Fu la stessa volta che, rientrata in Libano, nostro
padre chiosò: «Viviamo il paradosso di dirci felici perché è arrivata a
Beirut». Ha spianato pezzi di savana per farci atterrare i Piper, ha convinto
capivillaggio, in swahili (lei: bianca, femmina e che parla un napoletano
ridicolo) che era meglio che quelle signore di cui era capo partorissero
nell’ospedale da campo. Adesso dirò una cosa che ha dell’incredibile: ha fatto
campagne di vaccinazione dal morbillo e per settimane le donne si sono messe in
fila sotto il sole con i bambini in braccio per ricevere quella vaccinazione.
Di quello che ha visto e fatto, in quindici anni, non ci ha mai raccontato
molto, dettagli pochissimi, credo che sia una questione di rispetto.
Qui bisogna fare un inciso. I
cooperanti delle Ong se ne stavano per i fatti loro a lavorare, senza tanto
raccontarla in giro: perché quella è la loro vita, e solo degli scrittori
fanatici possono pensare che la propria vita sia l’oggetto di una narrazione.
Ma poi è cominciato un contro racconto, un racconto diverso su quello che fanno
le Ong.
A un certo punto andavo in un
taxi e il tassista diceva che le Ong erano d’accordo con gli scafisti nella
tratta del Mediterraneo. Andavo dal fruttivendolo e una signora diceva che era
colpa delle Ong se morivano i bambini in mare, andavo su Twitter e certi
ministri si vantavano di aver chiuso i porti alle Ong. Si vede che ciascuno di
loro aveva una sorella che lavora in una Ong, e quindi anch’io rischierò
qualcosa della mia pace famigliare raccontando quello che so: un giorno hanno
mandato un ragazzo dell’età di mio figlio a mettersi una protesi alla gamba
saltata su una mina, e lui era felice di salire sull’elicottero, come un
ragazzo della sua età. Due sue colleghe sono state rapite. Ad Abuja ha tenuto
tra le braccia una bambina di quattro anni abusata. Tanti suoi colleghi sono
morti sotto i bombardamenti negli ospedali. Una ragazza di sedici anni è morta
invece a pochi metri dall’ospedale: aveva il colera, stava cercando di
salvarsi. Una volta mia sorella mi ha detto: «È peggio morire di sete che
morire di fame», e io ho sofferto per lei perché ho capito che sapeva di cosa
parlava.
Ma quello che volevo dire io,
rischiando di essere cancellata dalle foto di famiglia natalizie, è che le Ong
sono fatte di persone così. Quando si chiudono i porti alle Ong è a donne come
mia sorella che si sta rendendo difficile il lavoro e si sta chiedendo di
giustificarne il senso, non ai torturatori, ai caporali, ai mafiosi. Non a
quelli che fabbricano le mine antiuomo e a chi ordina di seppellirle sulla
strada che percorrerà il bambino. Non all’uomo che ha stuprato una bambina di
quattro anni (e certo, alla sorella del tassista, della signora che compra la
frutta e di quelli che scrivono su Twitter).
Ogni volta che si interrompe una
rotta che dalla fame e dalla guerra porta verso l’Europa, dal mare o dai
Balcani, ogni volta che si nega un corridoio umanitario, e ci si vanta di
averlo fatto è quella ragazza di sedici anni che si fa cadere a pochi passi
dall’ospedale, che sta scappando dal colera e voleva salvarsi. Quando si temono
gli extracomunitari, si fanno le ronde contro gli stranieri, si fanno i
migranti di serie A (profughi di guerra) e quelli di serie B (economici) non si
sta davvero scendendo nel cuore del problema, perché lì dentro c’è scritta solo
una frase: «È peggio morire di sete che morire di fame».
E quello che volevo anche dire è
che ognuno di questi posti che vi ho elencato è stato la casa di mia sorella.
Li ha aiutati tutti a casa sua. La casa di mia sorella è la Nigeria, Haiti e
Damasco e il Tibet, la Repubblica Centroafricana e di certo anche l’Italia,
dove ci sono irrazionali scrittori meridionali con cui giustamente da domani
potrà prendersela.

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