Emanuele Coen – L’Espresso
09/08/2018
La signora, una bella donna sulla
quarantina, stringe forte la pistola con entrambe le mani. Giubbotto leggero,
pantaloni mimetici grigi, grandi cuffie antirumore, occhiali, punta l’arma
verso una delle quattro sagome ancorate a terra da pneumatici. «Fuoco!
Centrato! Riassesta, non devi abbassare, metti sulla linea mediana l’asse della
canna! Brava, bravissima!», la incalza l’istruttore, mentre lei indietreggia
continuando a sparare. Alle loro spalle un gruppetto di allievi più o meno
esperti - in maggioranza donne, giovani e meno giovani - non vede l’ora di
mettersi alla prova e impugnare la semiautomatica.
Soffia
un vento torrido al Pisana Shooting Club, una landa tra la zona di Malagrotta e
l’aeroporto di Fiumicino, uno dei tanti poligoni privati disseminati in tutta
Italia. Oltre sessanta, soprattutto al Nord, secondo le stime della rivista
specializzata “Armi e tiro” che di recente li ha censiti, considerato che
neanche il ministero dell’Interno è in grado di fornirne il numero esatto. A
cui si aggiungono le 263 sezioni del Tiro a segno nazionale, dalla Lombardia
alla Sicilia. Poligoni per chi pratica il tiro a segno sportivo e, allo stesso
tempo, palestre a cielo aperto per gli appassionati di tiro operativo,
addestrati a usare le armi per difesa personale.
Sono
sempre più numerosi gli italiani che hanno paura e invocano sicurezza,
nonostante la riduzione dei reati. Pronti a maneggiare una pistola o un fucile
da usare all’occorrenza, in caso di aggressione, rapina o violazione del
domicilio. Senza contare chi flirta per gioco con revolver e carabine,
travestito da cowboy con tanto di musica country-western di sottofondo,
cimentandosi in gare di tiro al bisonte corrente (sagome di metallo) nei
poligoni autorizzati
Circa
quattro connazionali su dieci, del resto, sono favorevoli all’introduzione di
criteri meno rigidi per il possesso di un’arma da fuoco, secondo il Rapporto Censis
sulla filiera della sicurezza in Italia, in netto aumento rispetto a pochi anni
fa. Mentre risultano in crescita le licenze per porto d’armi: quasi un milione
e quattrocentomila nel 2017, il 13,8 per cento in più rispetto al 2016. Negli
ultimi tre anni hanno scoperto la passione per i poligoni di tiro circa 200mila
italiani, molti dei quali per imparare a difendersi. Basta scambiare due
chiacchiere con i frequentatori del Pisana Shooting Club per rendersi conto che
le statistiche non sono campate in aria.
«In
Italia c’è un bisogno crescente di sicurezza, di sentirsi protetti nella
propria abitazione o per strada. Un bisogno primario, legato all’esigenza di
sopravvivere di fronte a una minaccia incombente, grave e attuale per la vita»,
sottolinea Antonino Troia durante una pausa del suo seminario
tecnico-promozionale, all’ombra di un pergolato tra colleghi, amici e allievi.
Di difesa se ne intende il generale di brigata, 61 anni di cui quasi quaranta
nell’arma dei carabinieri, fisico atletico e capelli corti brizzolati,
paracadutista del reggimento Tuscania con un curriculum costellato di missioni
in Iraq, Balcani, Afghanistan, e operazioni contro la criminalità organizzata:
«L’uso delle armi per difendersi nasce da questo bisogno primario, non ha nulla
a che vedere con la volontà di autorealizzazione, tipica dell’attività
sportiva. Confonderli può determinare conseguenze molto gravi sul piano
pratico», aggiunge il generale, che sul tema ha pubblicato anche un libro,
“L’addestramento e la cinestesia per il tiro da sopravvivenza” (Falco editore).
Sarà,
ma la sensazione è che in Italia di pistoleri improvvisati ce ne siano già
troppi in circolazione, come mostrano ogni giorno le cronache, e che il Far
West sia dietro l’angolo. Per non parlare dei casi di tiro al bersaglio con
pistole e carabine ad aria compressa contro rom e immigrati. Alla riapertura
dei lavori parlamentari, il tema della legittima difesa (articolo 52 del codice
penale) è destinato a infiammare il dibattito politico, mentre in commissione
Giustizia al Senato proseguirà l’esame dei cinque disegni di legge di riforma,
presentati rispettivamente da Lega, Forza Italia (due), Fratelli d’Italia e un
testo di iniziativa popolare. Come previsto nel contratto per il governo
gialloverde, sottoscritto da Luigi Di Maio e Matteo Salvini, l’idea è estendere
la fattispecie: in particolare, l’obiettivo della proposta del Carroccio è
modificare la proporzionalità tra difesa e offesa, introducendo una presunzione
di legittima difesa per chi si reagisce con le armi a una intrusione con
violenza o minaccia di uso di armi. Di fatto, il superamento del principio di
proporzionalità, anche se resta l’obbligo per poter sparare di avere un’arma
regolarmente denunciata e il porto d’armi.
Oggi,
se si violano questi principi si cade nell’eccesso colposo, previsto
dall’articolo 55. Contro questa modifica si è scagliata anche l’Associazione
italiana dei professori di diritto penale, mentre il Movimento 5 Stelle esclude
che la riforma spalanchi la strada alla liberalizzazione. «Non basta che
qualcuno varchi la soglia della mia casa per avere il diritto di sparargli. Ma
una cosa è certa: chi entra lo fa a suo rischio e pericolo, e nel caso voglia
sopraffare me e la mia famiglia con violenza, è giusto considerare legittimo
l’uso della forza», ragiona Marco Lorenzini, 58 anni, appassionato di armi,
prima in campo sportivo poi nel tiro operativo.
Lorenzini
collabora con Alessio Carparelli, tenente colonnello dei carabinieri di lungo
corso, ideatore e formatore di Tirooperativo.it, scuola di formazione
teorico-pratica per chi possiede un’arma e vuole utilizzarla in condizioni di
sicurezza. Un corso della durata di due giorni, sedici ore in tutto di cui sei
in aula e dieci di tiro. «Negli ultimi anni c’è stato un cambiamento epocale, i
crimini violenti e le invasioni domestiche sono all’ordine del giorno, le
persone si sentono molto più fragili», dice Carparelli: «Il nostro corso si
rivolge a tutti coloro, donne e uomini, che avvertono l’esigenza di preservare
l’incolumità propria e della famiglia. È solo l’inizio di un percorso formativo
per accrescere la possibilità di sopravvivere. In giro c’è tanta confusione,
persone che non sanno gestire un’arma in un conflitto a fuoco. Perché sparare è
facile, non sparare è molto più difficile», conclude l’istruttore.
Collegato
alla legittima difesa c’è poi l’altro tema, assai controverso, che riguarda il
porto d’armi. Troppo facile ottenerlo, secondo alcuni: oltre al porto d’armi
effettivo per difesa personale (oltre 18 mila nel 2017, in calo progressivo
negli ultimi cinque anni secondo il Viminale) esistono le altre licenze, per la
caccia e per il tiro a volo, senza contare il nulla osta per chi eredita
un’arma, tenuto a denunciarla alla questura. In questo caso si possono detenere
fino a un massimo di tre armi comuni da sparo, sei armi sportive e un numero
illimitato di fucili da caccia. Un piccolo arsenale domestico. Per prendere il
porto d’armi basta essere incensurati, non essere tossicodipendenti o alcolisti
cronici, non soffrire di turbe mentali o psichiche.
«Il
corso di maneggio delle armi dura solo mezza giornata. Così, facendone
richiesta alle questure, si può ottenere una licenza che dura sei anni»,
commenta Piergiulio Biatta, presidente dell’Osservatorio permanente sulle armi
leggere e le politiche di sicurezza e difesa (Opal), a Brescia. Secondo Opal,
tra l’altro, le licenze per uso sportivo o venatorio in molti casi diventano
una scorciatoia per detenere un’arma per la difesa personale. Se si vuole
modificare la legge sulla legittima difesa, sostiene Biatta, bisognerebbe
cambiare anche la legge sul porto d’armi. «Va studiata la possibilità di
introdurre una specifica licenza per la difesa abitativa o dell’esercizio
commerciale, utilizzando armi solo a scopo difensivo, come ad esempio il taser,
dunque non letali. Ma soprattutto intensificare i controlli sulle persone». Una
cosa è certa, comunque: più armi in circolazione, più uccisioni. Negli Stati
Uniti, nel 2016 si sono verificati oltre 14mila omicidi volontari con arma da
fuoco (4,5 ogni 100 mila abitanti), contro i 150 avvenuti in Italia, dove le
leggi sono più restrittive, pari a 0,2 per 100 mila residenti (Rapporto
Censis). I numeri non mentono.


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