Antonella Serrecchia – The Vision
09/08/2018
09/08/2018
Il profilo Facebook del ministro
dell’Interno, che ha di fatto sostituito gli organi di comunicazione ufficiali,
ultimamente ricorda una versione più incattivita dell’edizione del Tg cronache.
Mentre i dati del ministero dicono che i delitti sono in calo – e lo sono da
quasi un decennio, in maniera sostanziale – i social media manager di Matteo
Salvini dipingono un’Italia sempre più simile a un quartiere malfamato di
Caracas. Neanche a dirlo, secondo il vicepremier il clima di terrore che si
respira nelle strade della Penisola è imputabile agli immigrati. Anzi, ancora
peggio: ai migranti che arrivano oggi sui barconi. Questo, contro ogni evidenza
dei numeri, che mostrano come le nazionalità soggetto delle migrazioni odierne
siano coinvolte solo marginalmente nel fenomeno, sia per quanto riguardai
delitti in generale, che le violenze sessuali nello specifico. Eppure i dati
dicono anche qualcos’altro, qualcosa che dovrebbe preoccuparci davvero, ma che
non sembra apparire nel radar delle emergenze del ministro: la violenza di
genere è un fenomeno diffuso e in peggioramento. Ogni 60 ore una donna viene
uccisa.
L’obiezione più comune al
ragionamento razionale è che i reati sarebbero in calo perché le persone non
denunciano. Ma questo fattore, se è realistico quando si tratta di casi di
stalking, stupro o violenza – in cui i fattori psicologici, come il senso di vergogna
o la paura, sono molto rilevanti – lo è meno quando si tratta di furti e
rapine. Il calo costante dei delitti registrato negli ultimi anni non è una
peculiarità italiana. In America studiano questo fenomeno dagli anni Novanta, e
gli studiosi hanno elaborato molto più di una teoria: dall’impatto della
tecnologia alla gentrificazione, dal minor utilizzo di contanti al generale
miglioramento dello stato di benessere delle persone. Ovviamente nessuno di
questi fattori può essere considerato in maniera totalizzante: si tratta di un
mix di circostanze per cui è molto difficile identificare la percentuale di
influenza di ciascuna di esse. Allo stesso modo, probabilmente esiste una minor
propensione a denunciare piccoli furti, in quanto spesso non portano a una
risoluzione favorevole del caso. Ma non si può pensare a questo come un
fenomeno per spiegare il minor numero di delitti, anche perché l’argomentazione
non regge quando si tratta di furti d’auto o rapine, anche banalmente per
questioni assicurative.
Ma come spesso accade quando si
tratta di dover combattere una guerra semantica per il potere, il corpo delle
donne viene trasformato in un terreno di scontro, specialmente di chi sostiene
di volerle difendere. Così, mentre Salvini un giorno sì e l’altro pure rilancia
notizie di stupri perpetrati da stranieri – dimenticandosi fortuitamente di
dare nota dei due cadetti della polizia accusati di aver violentato una turista
tedesca, o del contadino di Bolzano che ha rapito e seviziatoper giorni una
quarantaquattrenne polacca – in Italia le donne muoiono, vengono violentate e
trasformate in prede dalle ossessioni di uomini ubriachi della cultura del
possesso.
Nella stragrande maggioranza dei
casi, lo straniero – o persino l’estraneo – non c’entrano affatto: in oltre
l’80% dei casi di violenza sessuale commessa a danno di donne italiane, lo
stupratore è un connazionale; oltre sei volte su dieci è il partner o l’ex
partner – dato che si alza ulteriormente (9 su 10) nei casi, ben più difficili
da inquadrare sia giuridicamente che a livello statistico, di atti sessuali di
coppia vissuti dalla donna come violenza.
Gli stupri su donne italiane per
mano straniera, nonostante dominino le pagine di cronaca delle maggiori testate
nazionali e locali, nonché le bacheche di chi spera di guadagnare qualche voto
sulla pelle di una quindicenne, rappresentano il 15% delle violenze avvenute al
di fuori della coppia – che, di nuovo, sono il 4,6% del totale degli stupri,
secondo i dati Istat. Questo significa, che sul totale dei casi di stupro,
denunciati e non denunciati, in cui la vittima è italiana, quelli perpetrati da
stranieri al di fuori delle mura di casa sono lo 0,06% del totale. Un numero
che si discosta molto dal 40% che aveva
dominato i titoli dei quotidiani, e che ancora oggi viene rilanciato, ma che
prendeva in considerazione solo una parte del quadro generale. Questo non
significa, ovviamente, né che le violenze perpetrate da stranieri siano meno
gravi di quelle agite da italiani, e né che la cultura dello stupro sia una prerogativa
del maschio italico: infatti, specularmente al dato che mostra come le violenze
su donne italiane avvengono in casa, e spesso siano commesse da mariti,
fidanzati o ex, anche le donne straniere sono principalmente vittima di
connazionali conoscenti.
Inoltre, sempre i dati Istat
mostrano come la propensione alla denuncia sia maggiore nei casi in cui a usare
violenza è uno straniero: la percentuale delle donne italiane violentate da uno
straniero, e che l’hanno denunciato, è pari a circa il 25%, mentre per gli
stupri commessi da italiani è del 4,4%. Una spiegazione della maggior
propensione a denunciare gli stupri – avvenuti fuori dalla coppia – commessi da
stranieri potrebbe risiedere nelle dinamiche di potere: la donna, normalmente
in una condizione di subordinazione sociale rispetto all’uomo, guadagna qualche
posizione se l’accusato è considerato meno credibile di lei. Quando lo stupro
avviene per mano straniera, la vittima sente quindi di essere più protetta, di
avere minore possibilità di essere derisa, e quindi denuncia più facilmente.
Resta il fatto che circa il 95% delle violenze sessuali per mano italiana non
vengono denunciate: un sommerso enorme che forse sarebbe ora di far emergere,
incentivando le vittime a denunciare e offrendo loro supporto e protezione.
Dati speculari a quelli della
violenza sessuale si riscontrano nei casi di morte violenta: se da un lato gli
omicidi sono in calo, le donne rappresentano quasi il 40% delle vittime. Per
quanto riguarda gli assassini avvenuti tra le mura domestiche, sette volte su
dieci a morire è una donna; un numero che arriva a più di otto casi su dieci
quando l’omicida è il partner o l’ex-partner. Nelle regioni del nord Italia,
tra il 2015 e il 2016, si è registrato un aumento dei femminicidi del 30%,
arrivando a toccare quota 5,5 casi per milione di residenti. Anche i casi nel
contesto amicale su tutta la Penisola sono aumentati, nello stesso arco di
tempo, del 63%. Per quanto riguarda le donne straniere, sei su dieci sono
uccise da un altro straniero, spesso connazionale; quattro su dieci da un
italiano.
Ora, quale emergenza direste che
dobbiamo affrontare con urgenza? Quella della violenza per le strade – una
non-emergenza, visto che gli omicidi sono scesi del 14%, i furti di quasi il
9%, le rapine dell’11% solo nell’ultimo anno (e sono in costante calo da
cinque) – o quello dell’estraneo straniero, un pericolo che rappresenta solo lo
zero virgola dei casi totali di violenza sessuale? Forse, per una volta, la
priorità potrebbe essere un’altra, potrebbero essere le donne; potrebbe essere
tentare di estirpare una cultura che porta ancora solo il 35% di coloro che
hanno subito violenza fisica o sessuale da partner a ritenere di esser stata
vittima di reato; potrebbe essere tentare di debellare quel tarlo che spinge
ancora un italiano su sei ad attribuire alla vittima le responsabilità della
violenza stessa; potrebbe essere educare gli uomini e le donne a un rapporto
rispettoso con l’altro sesso, a superare la logica del possesso che ha portato
il 90% delle donne uccise a morire per mano del proprio compagno; potrebbe
essere risolvere quel vuoto culturale e giudiziario che porta a imputare solo
il 2% dei partner accusati di stupro, disincentivando le donne a parlarne (il
28% delle vittime del proprio compagno non ne parla con nessuno, il 12% non
denuncia, contro il 6% di chi subisce violenza da un non partner).
Ma
questo non porta voti. È più conveniente far credere agli italiani di avere un
problema con gli “zingari” che vanno a rubare nelle case (reato calato del 45%
dal 2013 a oggi); è più conveniente convincerli di aver bisogno di un’arma da
tenere sotto al cuscino, o di forze dell’ordine dotate di taser – uno strumento
nient’affatto a rischio zero – per contrastare la pericolosa propensione al
crimine degli “immigrati africani”. Ma cosa succederà quando le pistole
acquistate per difendersi da un nemico inesistente saranno facilmente
reperibili e potranno essere utilizzate per colpire chi già oggi è una vittima?
Ciò
che è certo è che il crimine è in calo, mentre la violenza di genere, in
proporzione, aumenta. Il paradosso è proprio qui: mentre il ministro
dell’Interno decanta le lodi del suo operato, raccontando di aver contribuito a
fare del Paese un posto più sicuro perché ha chiuso i porti a poche centinaia
di richiedenti asilo, contraddice gli stessi dati usciti dal Viminale, che
dimostrano il nulla argomentativo della propaganda leghista, volta a fare rumore
più che a trovare soluzioni ai problemi reali degli italiani e delle italiane.
Su
questo, nessun ministro degli Interni negli ultimi sette anni può dire di
essere intervenuto in maniera sufficiente, visto che i dati sulla violenza di
genere mostrano una situazione in continuo peggioramento. Nel 1993,
l’antropologa messicana Marcela Lagarde ha proposto una definizione olistica
del discusso termine “femminicidio”. Una definizione che ci aiuta a comprendere
non solo gli omicidi di genere, ma l’origine – e allo stesso tempo ci indica
una possibile cura – di ogni tipo di violenza sulle donne in quanto tali. Per
la studiosa, si tratta di un “prodotto della violazione dei suoi diritti umani
[della donna] in ambito pubblico e privato, attraverso varie condotte misogine
che comportano l’impunità delle condotte poste in essere, tanto a livello
sociale quanto dallo Stato e che, ponendo la donna in una situazione indifesa e
di rischio, possono culminare con l’uccisione o il tentativo di uccisione della
donna stessa, o in altre forme di morte violenta di donne e bambini, di
sofferenze psichiche e fisiche comunque evitabili, dovute all’insicurezza, al
disinteresse delle Istituzioni e all’esclusione dallo sviluppo e dalla
democrazia.”
Qui
non c’è in gioco, almeno per gli italiani, una tornata elettorale: evitare di
riconoscere la vera emergenza criminale nel Paese, non facendo nulla per
rimediare alle carenze istituzionali che ne alimentano la diffusione, significa
mettere in gioco i valori democratici, lasciando i più deboli in una condizione
di eterna, costante e ignorata di inferiorità.

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