Associazione Carta di Roma
05 Settembre 201
05 Settembre 201
Oggi la Repubblica esce con il
termine clandestino in prima pagina: “in tre mesi oltre 12 mila clandestini in
più”. È un titolo che vuole spiegare che le azioni del ministro dell’interno
hanno l’effetto contrario a ciò che la sua propaganda rilancia continuamente.
Critica il governo usando lo stesso linguaggio del governo ma, sul piano della
comunicazione, impiega lo stesso lessico.
Perché è sbagliato il termine
clandestino
Perché contiene un giudizio
negativo aprioristico, suggerisce l’idea che il migrante agisca al buio, di
nascosto, come un malfattore. È un termine giuridicamente sbagliato per
definire chi tenta di raggiungere l’Europa e non ha ancora avuto la possibilità
di fare richiesta di protezione internazionale, e chi invece ha fatto la
richiesta ed è in attesa di una risposta (i migranti / richiedenti asilo); ed è
un termine giuridicamente sbagliato anche per definire chi ha visto rifiutata
la richiesta d’asilo e ogni altra forma di protezione (gli irregolari).
Ma, soprattutto, il termine
clandestino è una delle colonne portanti dei discorsi di odio, dell’hate
speech; è uno strumento della cattiva politica, un termine usato dalla
propaganda della paura per dare un nome al “nemico”, per seminare odio e per
sollecitare una reazione di rifiuto che sempre più spesso si trasforma in
violenza.
È un termine che sostiene la teoria
secondo la quale l’immigrazione è essenzialmente un problema di ordine pubblico
e di sicurezza, mentre le statistiche ci raccontano una realtà molto diversa
con la diminuzione costante da anni del numero dei reati commessi nel nostro
paese, e la cronaca ci racconta che i migranti piuttosto che al buio e di
nascosto, vivono e muoiono sotto al sole dei campi nei quali vengono sfruttati.
Per questo la parola
“clandestino” va cancellata dal linguaggio giornalistico, perché produce una
percezione distorta del fenomeno migratorio.
A giugno l’Associazione Carta di
Roma ha lanciato un appello al senso di responsabilità ed alla deontologia di
tutti i professionisti dell’informazione affinché venga utilizzato un
linguaggio corretto, affinché le notizie vengano sempre verificate prima di
essere pubblicate per evitare la diffusione di un linguaggio di odio. Nel caso
venga pronunciato da un politico, l’invito ai direttori è quello di non
riprendere le parole di odio nei titoli, negli attacchi e nei lanci dei pezzi e
di cercare sempre di fare una verifica di quanto viene scritto.
Oggi, ribadiamo con forza quello
stesso appello, che si fa sempre più necessario. Nei primi otto mesi dell’anno
la parola clandestino è comparsa 129 volte sulle prime pagine dei giornali
italiani, il 32% in più rispetto al 2016 (dove nello stesso periodo, era
presente in 98 titoli sulle prime pagine). Un trend in crescita significativa
che va invertito, affinché il giornalismo non sia al servizio della
discriminazione e della propaganda.

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