Giuseppe Legato – La Stampa
05 Settembre 201
05 Settembre 201
Procuratore
Armando Spataro, al di là del caso Diciotti, che effetto le fa un ministro
dell'Interno che - rispondendo a un'indagine per sequestro di persona a carico
di ignoti- dice: Al responsabile sono io venitemi a prendere e processare»?
«Mi risulta, leggendo le note di
agenzia stampa, che le indagini aperte siano a carico di ignoti. Una cosa è
certa: nel nostro sistema vige l'obbligatorietà dell'azione penale, sicché si
deve indagare al di là della reazione politica. E credo che tutte le procure
competenti lo stiano doverosamente facendo. Vedremo chi finirà indagato. Quanto
alle frasi ad effetto o da tweet non le commento: è uno stile che non mi
appartiene».
Salvini
dice che l'Europa si dovrebbe un po' vergognare.
«Dico solo che il problema della
immigrazione/emigrazione è mondiale, sicché è giusto invocare l'effettività di
accordi politici sovrannazionali. Ma riferimenti offensivi di ogni genere vanno
a mio avviso evitati». C'è o no, dal suo osservatorio, una crescita di episodi
di matrice xenofoba? «Ritengo di sì. Le notizie da varie parti d'Italia
sembrano confermare tale crescita e non credo che siano frutto solo della
maggiore attenzione che a tali fatti riserva il mondo della informazione».
Chi
dovrebbe riflettere per primo? E poi chi subito dopo?
«La mia risposta è
"riflettiamo tutti insieme e subito". Ognuno ha compiti e doveri,
anche i cittadini: dunque tutti pensino a come reagire». Non è un sociologo, è
un pm.
Ma
il clima che si vive lo respira anche lei. Che clima respira in questi mesi?
«Il lavoro dei magistrati non può
essere mai influenzato dal clima che si respira. Le leggi - specie quelle
penali tutelano diritti e sanzionano responsabilità. Altro, ovviamente, è
curarsi - come anche il Parlamento e l'esecutivo devono fare - di fenomeni
criminali nuovi in modo da sanzionarli efficacemente».
Ha
detto : chi ha la responsabilità di guidare il Paese dovrebbe avere più
freddezza e più ragione. Cioè?
«Mi limito ad affermare che il
dibattito politico può essere anche acceso, ma - a mio avviso - le parti in
causa dovrebbero preoccuparsi di non alimentare sentimenti estremi. Ad esempio
non condivido il modo in cui si discute della possibile modifica della
legittima difesa e di abolire la legge Mancino».
Partiamo
dalla legittima difesa.
«Chi non conosce il diritto
potrebbe pensare che sarà lecito sparare ad ogni ladro che entri in un'abitazione,
ma già ora l'art. 52 del Codice penale consente di valutare i confini di ogni
reazione di difesa dei propri diritti punendo - come è giusto – solo quelle
sproporzionate».
Sulla
ventilata abolizione della legge Mancino invece?
«Prescindendo da un errore
tecnico (le norme della legge Mancino che punivano i reati motivati o aggravati
da odio razziale o religioso già non esistono più perché trasferite nel Codice
penale), si rischia di far credere che in democrazia sia consentito il rifiuto
di chi è diverso da noi. Ma non è così».
Dunque
come se ne esce?
«Ognuno la pensi come crede, ma
chi guida il Paese dovrebbe evitare di suscitare equivoci nei cittadini non
avveduti».
In
tempi non sospetti, il 9 luglio, e molto prima dei fatti di cronaca degli ultimi
40 giorni, lei ha diramato una direttiva sui reati a sfondo razziale. Nuove
regole, no ad archiviazioni per tenuità del fatto. Quali sono le ragioni di
questa scelta di priorità?
«Innanzitutto, la freddezza e la
ragione di cui parlavamo. Nessuno può pensare che gli sia oggi consentito di
dire "sporco negro" o "muso giallo" a chi ha la pelle di
colore diverso dal nostro. Inoltre, tocca ai procuratori elaborare criteri per
assicurare l'effettività del giusto processo e la sua rapidità. Tutto qui.
Aumentano gli insulti ed i reati in danno di persone di colore o di altra fede
religiosa? Deve allora adeguarsi anche la nostra risposta e quella delle forze
di polizia».
Il ministro dell'Interno
commentando l'iniziativa che ha assunto in procura il 9 luglio scorso ha detto
che può anche candidarsi alle prossime elezioni. Se la sente di replicare?
«Non è il caso di replicare, se
non sottolineando che è singolare che l'interpretazione dei principi di diritto
sia, secondo un ministro, ragione di confronto politico, anziché dovere di
motivazione degli atti giudiziari».
C'è poi il binomio
immigrazione/aumento dei reati. Ha più volte spiegato che l'equazione è
inesistente. E' ancora di questo avviso?
«Qui bisogna distinguere. Il dato
numerico è sempre difficilmente interpretabile. Basti dire, per quanto riguarda
il Circondario di Torino, che nel periodo dall'1 luglio 2016 al 30 giugno 2017
sono pervenute in procura 31.000 denunce contro indagati noti, mentre nell'anno
successivo, nello stesso periodo, 28.350. Dato dunque positivo. Per quanto
riguarda le denunce contro ignoti, nelle stesse fasce temporali, sono pervenute
rispettivamente 52.000 e 63.000 denunce. Dato negativo. Ma chi può dire che
c'entri l'immigrazione con l'aumento dei reati commessi da persone ignote?».
E l'equazione barconi-terroristi?
«Confermo che è una balla
colossale l'affermazione secondo cui terroristi arriverebbero con i barconi
degli immigrati irregolari, che questi ultimi sarebbero dediti al traffico di
stupefacenti etc. Indagare è doveroso, ma ancora non c'è un caso accertato che
confermi quelle tesi Ciò vale anche per l'Europa».
Veniamo al tema dei respingimenti
in mare. «Chiudere» i porti alle Ong e non vagliare le richieste di status di
rifugiato politico è un tema controverso su cui si sta poggiando una parte
della comunicazione politica di uno dei principali partiti di governo. Lei che
cosa pensa?
«Tutti gli immigrati che chiedono
asilo politico hanno diritto a vedere vagliata la proprio istanza. Si badi
bene: "vagliata", non "accolta". Lo dicono convenzioni
internazionali, leggi nazionali, principi umanitari. Non è dunque possibile
negare questo diritto vietando lo sbarco in Italia degli immigrati che chiedono
accoglienza a tal fine. Come altri hanno scritto, di questa gente bisognosa
conosciamo solo i numeri, non i volti, i nomi e le storie. Non si può andare
avanti così. A meno che la nostra non sia una "cosiddetta
democrazia", anziché una "democrazia" e basta».

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