martedì 4 settembre 2018

RAZZISMO Il procuratore Spataro: “Il razzismo è in crescita, bisogna reagire”


Giuseppe Legato – La Stampa
05 Settembre 201

Procuratore Armando Spataro, al di là del caso Diciotti, che effetto le fa un ministro dell'Interno che - rispondendo a un'indagine per sequestro di persona a carico di ignoti- dice: Al responsabile sono io venitemi a prendere e processare»? 
«Mi risulta, leggendo le note di agenzia stampa, che le indagini aperte siano a carico di ignoti. Una cosa è certa: nel nostro sistema vige l'obbligatorietà dell'azione penale, sicché si deve indagare al di là della reazione politica. E credo che tutte le procure competenti lo stiano doverosamente facendo. Vedremo chi finirà indagato. Quanto alle frasi ad effetto o da tweet non le commento: è uno stile che non mi appartiene». 
Salvini dice che l'Europa si dovrebbe un po' vergognare. 
«Dico solo che il problema della immigrazione/emigrazione è mondiale, sicché è giusto invocare l'effettività di accordi politici sovrannazionali. Ma riferimenti offensivi di ogni genere vanno a mio avviso evitati». C'è o no, dal suo osservatorio, una crescita di episodi di matrice xenofoba? «Ritengo di sì. Le notizie da varie parti d'Italia sembrano confermare tale crescita e non credo che siano frutto solo della maggiore attenzione che a tali fatti riserva il mondo della informazione». 
Chi dovrebbe riflettere per primo? E poi chi subito dopo? 
«La mia risposta è "riflettiamo tutti insieme e subito". Ognuno ha compiti e doveri, anche i cittadini: dunque tutti pensino a come reagire». Non è un sociologo, è un pm. 
Ma il clima che si vive lo respira anche lei. Che clima respira in questi mesi? 
«Il lavoro dei magistrati non può essere mai influenzato dal clima che si respira. Le leggi - specie quelle penali tutelano diritti e sanzionano responsabilità. Altro, ovviamente, è curarsi - come anche il Parlamento e l'esecutivo devono fare - di fenomeni criminali nuovi in modo da sanzionarli efficacemente». 
Ha detto : chi ha la responsabilità di guidare il Paese dovrebbe avere più freddezza e più ragione. Cioè? 
«Mi limito ad affermare che il dibattito politico può essere anche acceso, ma - a mio avviso - le parti in causa dovrebbero preoccuparsi di non alimentare sentimenti estremi. Ad esempio non condivido il modo in cui si discute della possibile modifica della legittima difesa e di abolire la legge Mancino». 
Partiamo dalla legittima difesa. 
«Chi non conosce il diritto potrebbe pensare che sarà lecito sparare ad ogni ladro che entri in un'abitazione, ma già ora l'art. 52 del Codice penale consente di valutare i confini di ogni reazione di difesa dei propri diritti punendo - come è giusto – solo quelle sproporzionate».
Sulla ventilata abolizione della legge Mancino invece? 
«Prescindendo da un errore tecnico (le norme della legge Mancino che punivano i reati motivati o aggravati da odio razziale o religioso già non esistono più perché trasferite nel Codice penale), si rischia di far credere che in democrazia sia consentito il rifiuto di chi è diverso da noi. Ma non è così». 
Dunque come se ne esce? 
«Ognuno la pensi come crede, ma chi guida il Paese dovrebbe evitare di suscitare equivoci nei cittadini non avveduti». 
In tempi non sospetti, il 9 luglio, e molto prima dei fatti di cronaca degli ultimi 40 giorni, lei ha diramato una direttiva sui reati a sfondo razziale. Nuove regole, no ad archiviazioni per tenuità del fatto. Quali sono le ragioni di questa scelta di priorità? 
«Innanzitutto, la freddezza e la ragione di cui parlavamo. Nessuno può pensare che gli sia oggi consentito di dire "sporco negro" o "muso giallo" a chi ha la pelle di colore diverso dal nostro. Inoltre, tocca ai procuratori elaborare criteri per assicurare l'effettività del giusto processo e la sua rapidità. Tutto qui. Aumentano gli insulti ed i reati in danno di persone di colore o di altra fede religiosa? Deve allora adeguarsi anche la nostra risposta e quella delle forze di polizia». 
Il ministro dell'Interno commentando l'iniziativa che ha assunto in procura il 9 luglio scorso ha detto che può anche candidarsi alle prossime elezioni. Se la sente di replicare? 
«Non è il caso di replicare, se non sottolineando che è singolare che l'interpretazione dei principi di diritto sia, secondo un ministro, ragione di confronto politico, anziché dovere di motivazione degli atti giudiziari». 
C'è poi il binomio immigrazione/aumento dei reati. Ha più volte spiegato che l'equazione è inesistente. E' ancora di questo avviso?
«Qui bisogna distinguere. Il dato numerico è sempre difficilmente interpretabile. Basti dire, per quanto riguarda il Circondario di Torino, che nel periodo dall'1 luglio 2016 al 30 giugno 2017 sono pervenute in procura 31.000 denunce contro indagati noti, mentre nell'anno successivo, nello stesso periodo, 28.350. Dato dunque positivo. Per quanto riguarda le denunce contro ignoti, nelle stesse fasce temporali, sono pervenute rispettivamente 52.000 e 63.000 denunce. Dato negativo. Ma chi può dire che c'entri l'immigrazione con l'aumento dei reati commessi da persone ignote?». 
E l'equazione barconi-terroristi? 
«Confermo che è una balla colossale l'affermazione secondo cui terroristi arriverebbero con i barconi degli immigrati irregolari, che questi ultimi sarebbero dediti al traffico di stupefacenti etc. Indagare è doveroso, ma ancora non c'è un caso accertato che confermi quelle tesi Ciò vale anche per l'Europa». 
Veniamo al tema dei respingimenti in mare. «Chiudere» i porti alle Ong e non vagliare le richieste di status di rifugiato politico è un tema controverso su cui si sta poggiando una parte della comunicazione politica di uno dei principali partiti di governo. Lei che cosa pensa?
«Tutti gli immigrati che chiedono asilo politico hanno diritto a vedere vagliata la proprio istanza. Si badi bene: "vagliata", non "accolta". Lo dicono convenzioni internazionali, leggi nazionali, principi umanitari. Non è dunque possibile negare questo diritto vietando lo sbarco in Italia degli immigrati che chiedono accoglienza a tal fine. Come altri hanno scritto, di questa gente bisognosa conosciamo solo i numeri, non i volti, i nomi e le storie. Non si può andare avanti così. A meno che la nostra non sia una "cosiddetta democrazia", anziché una "democrazia" e basta». 

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